Dott. Marco Buonocore, Lei ha curato l’edizione dei due volumi delle Lettere di Theodor Mommsen agli italiani editi dalla Biblioteca Apostolica Vaticana: quale profilo di uomo e studioso emerge dalla corrispondenza dello studioso tedesco?
La maestosa e variegata produzione scientifica di Mommsen ha lasciato un solco profondo e si mostra connotato indispensabile per riconoscere in lui un intellettuale di dimensione europea: gettò le basi per un approccio metodologicamente corretto verso gli studi classici, in cui filologia, archeologia e formazione giuridica dovevano coesistere e tra loro interagire, così da formare il perfetto storico. Ognuno di noi, nei settori di ricerca più congeniali, può serenamente valutare quanto direttamente o indirettamente il percorso scientifico mommseniano abbia influenzato gli studi classici in Italia dopo l’Unità; è indubbio che nella seconda metà dell’Ottocento a lui l’Italia scientifica e accademica spesso faceva riferimento, cercando di seguire la strada che la filologia tedesca stava indicando. Anche se quella stessa Italia scientifica, che pur gli riconosceva nobiltà di pensiero e forza d’animo, valori non meno preziosi dei contributi culturali, degli studi severi, delle numerosissime pubblicazioni, mantenne ancora in alcune frange un senso di fastidio e di riluttanza nei confronti della sua persona e del suo atteggiamento più volte critico verso la cultura italiana: l’incisività e l’acume della critica, la rapidità e la decisione del giudizio, di frequente e fin troppo spesso impietosa, sono alla base, infatti, del nomignolo di ‘Rasiermesser’ tributatogli dagli allievi.

Testimonianza preziosa dell’interesse che Mommsen come studioso nutriva per l’Italia, mettendo a disposizione tutta la sua provata esperienza verso talune discipline che solo allora, grazie alla scuola tedesca, anche in Italia si stavano affermando e consolidando, è la lettera trasmessa a Felice Conestabile della Staffa il 24 giugno 1873, in cui traspare chiaramente come Mommsen avesse appieno compreso la debolezza filologica dell’antiquaria italiana del primo Ottocento che considerava del tutto estranea, fatte rarissime eccezioni, al senso della storia. Mommsen, di formazione giuridica, invitava a ragionare sul significato di ‘antichità’ e del conseguente sintagma ‘antichità romane’: infatti, queste, non facendo alcun riferimento preciso (ad esempio né alla filologia, né alla storia), generavano confusione, e per evitare tale situazione lo studioso tedesco ricordava che il proprio corso era intitolato “antichità dello stato romano”. Nella stessa lettera sottolineava anche che nei corsi universitari l’archeologia, ossia la storia dell’arte antica, doveva assolutamente essere accompagnata dal corso in filologia classica: infatti la maggior parte degli archeologici classici in Germania proveniva dalla filologia, sebbene il grande Albert Furtwängler, passato per la filosofia, per la storia, per la filologia, reagisse contro questa tradizione che vedeva nell’opera d’arte antica un documento e non un’opera d’arte con valore individuale, appunto. Inoltre, continua Mommsen, qualunque insegnamento di storia antica, sia greca sia latina, non doveva prescindere dall’analisi degli ordinamenti politici e amministrativi che la regolavano, e quelle discipline, che potevano dare risposte quali la numismatica o l’epigrafia, rimanevano fontes indiscussi, quantunque non sufficienti a costituire un determinato corso di studi universitario. Dell’epigrafia, in particolare, riconosceva, è vero, la fondamentale risorsa cognitiva per quel che atteneva alla storia dell’impero romano, soprattutto per la storia amministrativa, sociale ed economica delle città antiche, ma sottolineava la quasi totale estraneità alla definizione dei tempora della storia repubblicana, almeno fino al bellum sociale.

Da questa lettera si evince chiaramente quale sarebbe dovuta essere, secondo Mommsen, lo spessore di un valido docente universitario di storia antica proiettato verso lo studio del mondo classico: in era necessario coesistesse una formazione giuridica e filologica con cui potersi affacciare alla ricerca archeologica, allo studio della storia dell’arte antica, alla comprensione degli ordinamenti municipali e coloniari. I legami con il mondo scientifico e accademico italiano rimasero sempre profondi. Mommsen, specchio fedele della concezione tedesca della scienza delle antichità, incarnava e sintetizzava al contempo per la sua traboccante vitalità, per la sua sconfinata brama di sapere e di comunicare, per la vastità dei suoi interessi, per la sua intelligenza e capacità espositiva, lo studioso del mondo antico a cui si sarebbe dovuto fare sempre riferimento. I maggiori intellettuali italiani del momento, e anche figure marginali, a lui  fecero costantemente ricorso. Questo è palese soprattutto in quelle lettere che hanno argomento precipuo quello dell’epigrafia classica, latina e greca: l’applicazione del metodo filologico all’edizione di un testo epigrafico, il tentativo del ripristino di una lacuna presente in un manoscritto condotto secondo quelle stesse leges che l’epigrafia consigliava, senza cioè forzare più di tanto il testo, l’attenta lettura di un documento, di qualunque natura esso fosse stato: sono, questi, alcuni esempi di come l’ecdotica mommseniana avesse applicato la filologia all’epigrafia e viceversa; solo la corretta edizione di un testo eseguita direttamente sull’originale, senza artate e forzate letture o integrazioni, senza ripristini o miglioramenti testuali nel rispetto fin dove possibile della lezione di un codice o della parola incisa, senza che l’ingenium cedesse alla hariolatio, erano alla base per poter far entrare a pieno titolo il documento, così editato, tra le testimonianze di quella storia passata che Mommsen ha tentato con onestà intellettuale e totale dedizione di far rivivere e rendere attuale ai suoi contemporanei e a noi che cerchiamo di seguirne metodo e misura.

A fronte di questa maestosa personalità scientifica l’epistolario ci mette difronte anche un uomo con le sue debolezze, le sue incertezze, i suoi problemi; indicative sono soprattutto le lettere degli ultimi anni in cui lo stile è maggiormente pacato, proprio di un uomo che lentamente si stava distaccando dalla vita, tra le cui righe si registra talvolta quello stato di depressione in cui, già dalla metà degli anni ’70, era venuto a trovarsi. “La sua lettera del Gennajo mi ha trovato in uno stato di depressione totale più morale che fisica, e in piena incapacità di lavorare”: così dava inizio a una lettera dell’1 giugno 1895 trasmessa a Luigi Viola, fondatore del Museo Archeologico di Taranto. Non lo si sarebbe mai detto: quell’“artiere gigantesco”, come lo definisce Giorgio Pasquali, e come tutti noi lo abbiamo sempre pensato, cadeva, soprattutto negli ultimi anni del suo lungo percorso terreno che sul piano affettivo e familiare non gli aveva risparmiato dolori e delusioni, in stati di tristezza, di scoramento, perfino di disperazione, che lo tenevano lontano dal lavoro. La figlia Adelheid, nel libro Theodor Mommsen im Kreise der Seinen. Erinnerungen seiner Tochter (Berlin 1937²), spesso ricorda tale triste situazione. Ma trascorsi questi momenti, talvolta brevi talvolta lunghi, Mommsen rientrava in quel mondo degli studi che lo avevano visto all’opera sino ai momenti estremi della vita.

Il Mommsen che incontriamo in questo epistolario non è solo il cattedratico famoso, insignito del Nobel per la letteratura, lo storico, il giurista, ma e anche e soprattutto un uomo quasi ‘in veste da camera’ che tesse la rete del suo carteggio, per cui le domande e le risposte, i progetti e gli incontri finiscono, con automatismi precisi, a ridosso di una geometrica essenzialità, mai arida o fredda. Ne è testimone la sua prosa in un buon e talvolta raffinato italiano che non di rado acquista un brio e un’ironia che tanto più colpiscono in chi scriveva in un idioma non suo.

Con quali personalità italiane Theodor Mommsen intrattenne rapporti epistolari?
Stabilire con esattezza numerica le personalità italiane con cui Mommsen tenne rapporti epistolari non è facile, dal momento che ancora oggi, nonostante siano stati eseguiti accurati scrutini archivistici, si stanno susseguendo fortuite e fortunate scoperte. Nella Edizione da me curata che ha registrato 883 lettere emergono oltre 150 studiosi con cui egli ebbe corrispondenza, talvolta occasionale, talvolta di lunga durata: sono personalità di chiara fama del modo accademico e politico, bibliotecari, ispettori archeologi, sindaci, letterati, semplici cittadini cultori delle loro res patriae e ben disposti per la loro salvaguardia e tutela. Ma il numero quasi si triplica se consideriamo i nomi che affollano il Nachlaβ Mommsen, ossia il suo Lascito privato attualmente alla Staatsbibliothek-Preuβischer-Kulturbesitz di Berlino: numerosi risultano i nominativi ‘italiani’ di cui non è stato possibile recuperare le lettere da Mommsen a loro indirizzate e pertanto approfondire il rapporto intessuto con queste personalità e capire meglio le modalità di ogni singolo Briefwechesel. D’altronde, come si sa, numerosi archivi privati sono andati completamente distrutti o miseramente dispersi. Queste lettere non devono essere valutate unicamente come lettere ‘diplomatiche’, buone per conservare saldi quei necessari rapporti di vicendevole utilità futura, ma devono essere considerate soprattutto come vere e proprie testimonianze di una corretta e sincera partecipazione, ciascuna da posizionare in quel variegato mosaico culturale che Mommsen aveva pienamente compreso, soprattutto quando l’ospitalità richiesta ma non dovuta si era dimostrata di alto spessore. Testimoniano, insomma, in un momento cruciale per la storia dell’Europa, una fervida collaborazione internazionale e sentimenti reciproci di stima e di amicizia. Molte di queste personalità stanno ora riemergendo da un incomprensibile oblio, e le rispettive lettere riescono a consegnarci segmenti della loro attività altrimenti ignota, posizionandone l’operato nel variegato mosaico culturale italiano; esse costituiscono un vero e proprio spaccato della società di specifiche aree geografiche italiane; sono fonte preziosa per determinare – con ricchezza di particolari del tutto sconosciuti – la storia culturale, il dibattito scientifico, il tessuto sociale e umano dell’Italia di secondo Ottocento; ci consentono di calarci con sensibilità e rispetto nelle pieghe della storia locale, dialogando con i fatti, antichi e recenti, di modellare una scandita e precisa ricostruzione storico-culturale della seconda metà dell’Ottocento italiano; ci prendono per mano, insomma, con la finalità di riannodare il filo della memoria, il filo continuo della nostra storia, talvolta una storia, è vero, ‘minore’, ma non per questo non meritevole di essere ricordata e studiata.

Non è la sede per ricordare tutte queste personalità, ma almeno una merita di essere segnalata a ulteriore dimostrazione della poliedricità degli interessi di Mommsen storico e letterato. Egli scrisse almeno due lettere (la prima nel 1878, la seconda nel 1887) a Giuseppe Giacosa, il celebre ed eclettico drammaturgo (capolavori rimangono Tristi amori e Come le foglie), scrittore e librettista (per Giacomo Puccini, come si sa, in collaborazione con Luigi Illica, scrisse i libretti di Bohème, Tosca e Madama Butterfly): l’argomento di queste due missive verteva sulla leggenda drammatica in versi martelliani in un atto Una partita a scacchi che Giacosa compose nel 1871 e che fu rappresentata a Napoli presso l’Accademia Filarmonica il 30 aprile di due anni dopo. Mommsen rimase colpito a tal punto da questo lavoro, che tra l’altro aveva incontrato il favore anche dei giovani ‘tedeschi’ operanti in Italia, da elaborarne una traduzione versificata in tedesco come regalo di nozze a sua figlia, la primogenita Marie, in occasione del suo matrimonio con Ulrich von Wilamowitz-Moellendorf, avvenuto il 20 settembre 1878, facendone tuttavia tirare poche copie a uso personale e degli amici (l’anno successivo si cimentò con suo genero nella traduzione di dieci Odi barbare di Giosue Carducci).

Alcune di queste personalità registrate nell’Epistolario, le quali avevano avuto con lui proficui rapporti scientifici, non vollero passare sotto silenzio il connubio culturale che si era reciprocamente instaurato. Possiamo infatti confrontarci con le lapidi poste in suo onore, ad esempio, quella di Montenero di Bisaccia (CB), in via Madonna del Carmine n. 5, in cui è registrato il nome di Ambrogio Carabba, il quale nel 1846 tanto aiutò Mommsen nel censimento delle iscrizioni del Sannio; quella trova a Civitanova Marche, nel Palazzo Donati (ora Ripari Averardi), dove Mommsen soggiornò nella primavera del 1847 ospite dell’allora sindaco Serafino Donati; ad Ateste si conserva la memoria  della sua vista al lapidario del 28 luglio 1877; passiamo poi alla lapide di Carlo Ortolani barone di Bordonaro e principe di Torremuzza, attualmente murata sulla facciata di un palazzo in via Mandralisca 64 di Cefalù, che ricorda la visita di Mommsen nella città siciliana avvenuta nel 1878;  un’altra a Vetulonia, dove egli soggiornò il primo giugno del 1885; a Capua si può ammirare la bella lapide posta nel 1967 che vuole ricordare i 150 anni della nascita di Mommsen, definito rerum Romanarum scriptor, iuris publici Romani auctor, corporis inscriptionum Latinarum conditor; infine sottolineo la recente esposizione della lapide ‘scoperta’ mercoledì 26 marzo 2014 nel cortile dell’università di Sassari, in ricordo della visita di Mommsen (“il più illustre giurista e storico dell’antichità” nonché testimone dalla vita culturale della città e dei suoi studi sulle famose “Carte d’Arborea”) alla Biblioteca universitaria e al Gabinetto archeologico, che nel suo dettato epigrafico  finale riprende testualmente un periodo della lettera trasmessa da Mommsen l’1 novembre 1877 agli editori del giornale Stella Sardiniae. E ancora. Chi avesse occasione di visitare a San Lorenzo Sebato, nella provincia autonoma di Bolzano in Trentino-Alto Adige, il Museo archeologico “Mansio Sebatum”, inaugurato a settembre del 2011, il primo museo, come indicato nelle guide, in Alto Adige dedicato esclusivamente all’età del ferro e all’età romana, non può fare a meno di confrontarsi al primo piano con una gradevole “teoria” di sagome in cartone che raffigurano alcuni studiosi legati al territorio, tra cui proprio Theodor Mommsen, a cui, come attesta il cartiglio tenuto tra le mani, viene riconosciuto il merito della corretta esegesi delle iscrizioni antiche: infatti proprio nel 1873 a sua firma era uscito il secondo volume del Corpus Inscriptionum Latinarum III, in cui erano anche comprese le iscrizioni del Noricum.

Mommsen compì numerosi viaggi in Italia, terra che amava e che considerava la sua «seconda patria»: quale giudizio ebbe su pregi e difetti del nostro Paese?
Mommsen effettuò i suoi primi viaggi in Italia tra il novembre 1844 e il maggio del 1847 per la costruzione prima delle Inscriptiones Regni Neapolitani Latinae, poi, per il Corpus Inscriptionum Latinarum, dei volumi V (1872-1875; nel 1874 pubblicherà il separatum Inscriptiones urbis Brixiae et agri Brixiani Latinae), IX e X (del 1883). Più volte, poi, vi dovette tornare, almeno dal 1873 al 1878, esplorando e ispezionando luoghi già noti o aree su cui mai prima di allora aveva posto attenzione. Ma troveremo Mommsen in Italia fino al mese di aprile 1896, quando a Roma, presso la Biblioteca Vaticana gli fu concessa la possibilità di consultare personalmente il ms. 490 della Biblioteca Capitolare del Duomo di Lucca, appositamente per lui fatto pervenire nell’istituzione pontificia, in vista dell’edizione che stava curando del Liber Pontificalis. Ogni volta che Mommsen ‘scendeva’ in Italia per studiare le antichità classiche e per visionare manoscritti e carte d’archivio, non di rado se ne registrava la presenza sui quotidiani o in relazioni particolari: il suo metodo, la sua personalità, le sue caratteristiche erano tali da non passare inosservate, anzi, erano motivo di puntuali registrazioni talvolta condite da particolari aneddotici. Dell’Italia riconosceva quei tratti di gentilezza e di tolleranza viceversa del tutto assenti nel popolo tedesco (“Gentilezza und Toleranz sind deutsche Lehnwörter und nicht bei uns erfunden”), dove con dispiacere confessò di non essersi potuto definitivamente stabilire dopo le tristi personali vicende subìte a seguito della sua partecipazione ai moti rivoluzionari del 1848. A questa Italia rimase sempre profondamente legato, anche negli ultimi istanti della sua vita, come è certificato dalla lettera del 30 gennaio 1903 che Mommsen indirizzò al senatore Pasquale Villari per comunicargli che non avrebbe potuto partecipare al Congresso internazionale storico che si sarebbe tenuto a Roma nell’aprile di quell’anno: “Ella mi onora – così scrive – invitandomi a partecipare al Congresso internazionale storico romano con parole troppo lusinghiere; ma insieme mi fa sentire che la mia vita è vissuta, e che non debbo domandare altro di essa che di finirla tranquillamente e senza vedere scoppiare le nuvole che oscurano il cielo tanto politico che letterario. Speriamo che l’Italia, la quale è stata per me una seconda patria, si goda un bel secolo di felicità e di progresso, e che il congresso futuro l’inauguri degnamente. Siccome ella ne terrà il timone, la gentilezza italiana vi presidierà ed il cambio delle opinioni non arriverà a contese nazionali e personali”.

Nel bel “giardino dell’Europa”, come amava ripetere, al di là delle Alpi, l’Italia rimase sempre il punto di riferimento, con la sua “antica e garbata civiltà” a cui, come scrisse il 3 giugno 1879 a Carlo Stevenson junior, da poco entrato nel novero dei collaboratori del CIL, “appartiene l’avvenire della nostra scienza”. E la fiducia nell’avanzamento degli studi in Italia accompagnò Mommsen fino agli ultimi momenti del suo lungo percorso terreno: spesso egli riconobbe in numerosi studiosi italiani quel mutuo fons prezioso per l’avanzamento degli studi classici, incoraggiò e spronò numerosi italiani a completare opere di alto spessore scientifico. Il 9 febbraio 1881, ad esempio, si rivolgeva a Giovanni Battista de Rossi, affinché facesse di tutto per completare le sue Inscriptiones Christianae Urbis Romae, precisando quanto il loro sodalizio scientifico aveva prodotto frutti importanti per la scienza archeologica. L’epistolario risulta uno strumento, quindi, assai utile per tracciare a tutto tondo la presenza di Mommsen in Italia, il suo interesse verso l’Italia, le sue priorità scientifiche che scaturivano dallo studio delle irripetibili bellezze storiche e artistiche che il suolo nazionale generosamente gli concedeva. Ogni qual volta poté farlo, Mommsen lodò in molti di questi personaggi anche l’attenzione rivolta alla salvaguardia e alla tutela del patrimonio archeologico finalizzata all’istituzione di entità museali pubbliche o private che avrebbero migliorato gli studi, aggiornandosi sempre  sull’attività dei direttori e sulla loro missione; così come, di contro, non esitò a criticare l’incuria di determinati personaggi (e non mancano esponenti di quella «antiquaria dei preti» già posta in evidenza da Massimo D’Azeglio), una incuria che aveva causato danni irreparabili ai vestigia antiquitatum. Non si trasse mai indietro dal registrare i progressi che l’Italia stava facendo riguardo alle biblioteche (considerate scrigno prezioso per le ricerche filologiche e antiquarie), al patrimonio librario, alla sua conservazione e alla sua gestione (non di rado propose anche nomi specifici di possibili bibliotecari), alla possibilità o meno del prestito, con le dovute cautele, dei manoscritti, intervenendo anche in una disputa che, nei primi mesi del 1864, aveva coinvolto Michele Amari, allora ministro della Pubblica istruzione, accusato di aver concesso in prestito manoscritti e documenti d’archivio.

Ecco perché, proprio nella praefatio congiunta dei due volumi IX e X del CIL, volle dedicare un intero paragrafo alla situazione italiana che, cambiata in meglio, agevolò la sua ulteriore ricerca, rispetto a quella che sul finire della metà dell’Ottocento aveva dovuto sconsolatamente constatare. Quando infatti giunse la prima volta a Napoli sperimentò l’ostilità di determinati circoli letterari specie partenopei (ma non solo), gelosi custodi della res patria, che inizialmente dimostrarono la loro ottusità scientifica nei confronti di un ‘iperboreo’ che era andato a frugare tra i loro musei, le loro campagne e biblioteche; ma poi assistiamo a una operosa e dinamica cultura locale (non quella specifica di determinati salotti borghesi e aristocratici), la quale accolse Mommsen il più delle volte con rispetto e amicizia, offrendo generosamente la propria collaborazione. E le lettere ci offrono, infatti, per tutta la seconda metà dell’Ottocento, un quadro generale ancora più rispondente alla reale situazione ambientale che egli aveva avuto modo di incontrare, nelle quali il più delle volte traspaiono segni di gratitudine e di riconoscenza. Esse, pertanto, ci consegnano un quadro alquanto attendibile di quello che fu l’atteggiamento mommseniano verso la cultura italiana della seconda metà dell’Ottocento, la quale, fatte rare eccezioni, si era dimostrata, come già sottolineato, nei confronti dello studioso tedesco non affatto prevenuta, anzi ben disposta nel sostegno scientifico secondo le proprie possibilità. È noto, infatti, come Mommsen ne avesse più volte sottolineato la comitas e la liberalitas, cercando sempre di rispondere con pari altruismo sia sul piano culturale sia su quello umano. Molte di queste missive sono, dunque, vere e proprie risposte a problemi che gli venivano sottoposti su letture ed esegesi interpretative, le cui conclusioni i mittenti non di rado avrebbero fatto proprie. In altre, trasmesse a personalità che sentiva a lui profondamente legate, si evincono particolari assai interessanti relativi sia alla sua vita privata che alla situazione storico-politica contingente. Usufruendo ora di tutto questo enorme posseduto documentario possiamo precisare nel dettaglio gli itinera difficillima et fructuosissima di Mommsen (gran parte è l’epigrafia l’oggetto di tali rapporti epistolari), esaminare in filigrana quei nominativi che gli furono di valida assistenza nella ricerca, e si rimane sempre impressionati di come egli padroneggiasse e raccordasse – frutto indubbiamente di memoria non comune – le occorrenze letterarie e antiquarie.

Dal suo epistolario emerge anche un Mommsen homo politicus: qual era il suo pensiero sulle vicende italiane del tempo?
Dell’Italia Mommsen seguì sempre le varie fasi storico-politiche soprattutto dopo la presa di Roma (da qui le ormai classiche parole rivolte a Quintino Sella: “Ma che cosa intendete fare a Roma ? Questo ci inquieta tutti; a Roma non ci si sta senza avere dei propositi cosmopoliti”). Egli credeva che dovessero esistere le passioni anche in politica, come in tutte le altre cose, come dimostra la critica su Giovanni Giolitti nel 1893 durante una conversazione con il deputato Enrico Mestica.

Il 3 settembre 1903, due mesi prima della morte, in occasione del 43° anniversario della proclamazione del Regno d’Italia e della conseguente estensione dello Statuto Albertino, Mommsen non volle mancare all’appuntamento; nella pubblicazione allestita per la ricorrenza è registrato, infatti, il suo telegramma: “Saluti da un vecchio che ha conosciuto Benevento prima papalina e poi italiana”. Certamente il telegramma conferma proprio per la natura dell’occasione, la sua ideologia liberale, storicistica e fondamentalmente anticattolica con la conseguente insofferenza sempre dimostrata nei confronti dei pontefici. Si pensi, infatti, alle sue critiche manifestate a Giovanni Battista de Rossi con lettera del 23 maggio 1881, nella quale de Rossi considerava positivi i risultati ottenuti dall’azione di Leone XIII in Germania, dove i contatti avviati con Bismarck nel 1878 e negli anni seguenti avrebbero portato alla conclusione – nel 1887 con l’emanazione delle cosiddette “Leggi di pacificazione” (Friedensgesetzte) – del Kulturkampf, nato all’indomani del Concilio Vaticano I che aveva prodotto in Germania una dura legislazione anticuriale e anticlericale. Questa e tante altre sono conferme chiare ed evidenti di come Mommsen avesse compreso la realtà italiana di quel tempo, anche sulla base delle proprie convinzioni politiche, e con cui si era inevitabilmente dovuto confrontare e scontrare di persona. Da quanto è emerso dall’Epistolario con gli italiani posso riportare i seguenti esempi, che in qualche modo collimano con quanto è presente nello scambio di lettere avuto con Wolfgang Helbig: elogi vengono fatti a Quintino Sella; condivide la proposta, avanzata dal neo ministro della pubblica istruzione Ruggero Bonghi, nominato nell’ultimo governo di Destra retto da Marco Minghetti, di chiamare il suo grande amico Wilhelm Paul Corssen all’Università di Roma come professore di grammatica latina; sottolinea la difficile situazione venutasi a creare con il Vaticano a seguito della scomparsa di Fréderic-François-Xavier Ghislain de Mérode, che era stato dal 1860 al 1865 Pro-Ministro delle Armi dello Stato Pontificio; nel 1881 non evita di criticare la “macchina parlamentare” d’Italia e la situazione venutasi a creare tra Sella, allora malato e depresso, e Minghetti e più in generale con tutta la Destra Storica; rimane poco convinto della Sinistra che aveva coagulato gli scontenti e gli esclusi della Destra. È sempre ben informato sui cattolici e liberali durante la trasformazione dei partiti e sulla ‘Questione Romana’ tra politica nazionale e progetti vaticani. Si augura che Ferdinando Martini, già segretario generale del Ministero della pubblica istruzione, potesse attuare il progetto di fondare un Istituto indipendente di carattere internazionale, a metà tra l’I(n)stituto archeologico germanico e la nascente Scuola Francese. Esprime profonde e fondate preoccupazioni sul futuro degli scavi in Italia all’approssimarsi della quiescenza di Giuseppe Fiorelli. Si tranquillizza, infine, all’indomani della morte di de Rossi (1894), sul futuro delle iscrizioni cristiane di Roma e sull’impegno di Guido Baccelli a rispettarne i tempi della pubblicazione.

Ma Mommsen spesso ragionò sulla situazione cambiata in meglio, ovviamente rispetto al periodo preunitario, perché vedeva, dopo il 1870, una mutua e consolidata collaborazione tra gli archeologi italiani e quelli stranieri (in particolare quelli di nazionalità germanica), quasi che le antichità fossero ormai divenute interesse comune, non sovrapponendosi più quelle gelosie, quegli arbitrari diritti di prelazione che tanto avevano immiserito gli studi e l’avanzamento della ricerca. Si fece sempre mediatore affinché i rapporti, non solo culturali, tra l’Italia e la Germania fossero reciprocamente corretti (l’Italia politica e l’Italia scientifica, almeno nei settori di ricerca perseguiti da Mommsen, non furono mai scisse; anzi l’una doveva essere consequenziale all’altra e viceversa). Il 17 settembre 1870, dopo Sedan e pochi giorni prima di quel 20 settembre che avrebbe sancito l’annessione di Roma al Regno d’Italia, decretando la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei papi, l’homo politicus Mommsen, o – come egli stesso preferiva definirsi – animal politicum, redigeva un accorato documento (un vero e proprio manifesto), rivolgendosi all’Italia, agli amici italiani, mostrando di confidare ancora una volta nel reciproco rispetto e in un’alleanza fedele e duratura: egli è ben addentro alla realtà dell’Italia, che ama come essa è, “colle sue stesse piaghe”, e riconosce in Camillo Benso conte di Cavour colui che aveva spezzato le catene di una “schiavitù” durata secoli, ma di cui solo l’avvenire avrebbe potuto eliminare ogni traccia. Il destinatario di queste parole è Clemente Maraini, un ingegnere luganese che aveva preso parte alle campagne risorgimentali e che a Napoli nel 1860 era stato segretario del gabinetto civile di Giuseppe Garibaldi; vicino a esponenti della Sinistra storica come Cesare Correnti e Agostino Depretis, Maraini fu anche direttore del giornale Il Diritto, una testata che si ispirava a tale corrente politica, e uno dei fondatori della Banca della Svizzera nonché fiduciario della Banca Generale e rappresentante della Banca Commerciale a Roma. Nella lettera a lui indirizzata, incentrata sul problema dell’Alsazia e della Lorena (questo documento fa parte delle famose quattro lettere inviate da Mommsen ‘agli italiani’ su tale problematica, dalla cui lettura emerge a tutto tondo il suo pensiero sul concetto di ‘nazione’ e ‘razza’ che portò anche a una disputa politico-scientifica con Denys Fustel de Coulanges) e sulla necessità di riunire i distretti di nazionalità tedesca alla Germania, Mommsen vedeva ormai attivati l’avvicinamento e l’alleanza tra le due nazioni e la conseguente cooperazione culturale. Così, a seguito della lettura della dissertazione Degli scavi da fare in Italia, pubblicata nel 1872 dal senatore Luigi Torelli, egli confidava in una collaborazione tra l’Italia e la Germania affinché, con l’intervento economico della Direzione Centrale di Berlino, si potessero continuare le campagne di scavo finalizzate al recupero di importanti siti archeologici della “nuova Italia”.

Dalle lettere emerge anche la «disgrazia di Mommsen», l’incendio e la perdita di gran parte della sua biblioteca: quale contributo diedero gli studiosi italiani alla renovatio della biblioteca mommseniana?
La sua notorietà scientifica era ormai pienamente riconosciuta in ogni ambiente culturale della penisola che, quantunque annoverasse, come anticipato, voci dissidenti indirizzate più alla forma che al contenuto dello studioso, non mancò mai di venire incontro alle sue esigenze di studio e di ricerca. Tutti conoscono ormai nelle pieghe più intime, grazie alle ricerche di Oliviero Diliberto, la tragedia scientifica provocata dal “funesto incendio” avvenuto nella notte tra i giorni 11 e 12 luglio 1880 che aveva colpito la sua “casa infelice” di Charlottenburg causando la perdita di circa quarantamila libri (dei quali alcuni di proprietà pubblica) e opere manoscritte in corso di elaborazione; direttamente responsabile del disastro fu lo stesso studioso, per aver dato inavvertitamente fuoco alla biblioteca con il lume della candela che teneva in mano. In occasione di questo drammatico avvenimento, che allo studioso provocò dolore e rimorso (tra le perdite, i codici  Heidelbergensis 921 della Biblioteca Palatina, il Breslaviensis Rehdigerenus repos. n. 106, il Berolinensis Lat. fol. 359 e il Cantabrigiensis X, codici che Mommsen stava collazionando per l’edizione di Giordane), l’Italia tutta partecipò, materialmente, con l’invio di numerose pubblicazioni e, moralmente, con lettere piene di solidarietà amicale. La mobilitazione fu quasi universale e la sua Italia si attivò in modo ufficiale. Ne fa fede la ben nota circolare dei primi giorni del mese di agosto 1880 impostata da Giuseppe Fiorelli, all’epoca Direttore Generale del Ministero della Istruzione Pubblica, relativa al concorso dell’Italia per il ripristino della biblioteca: “Dai giornali deve essere stata oramai diffusa la notizia della disgrazia toccata al ch(iarissimo) Mommsen, la cui biblioteca fu quasi tutta consumata da un incendio pochi giorni or sono. Tra le carte che andarono perdute, erano i lavori ai quali il sommo uomo attese nel lungo corso degli anni, per condurre a termine la maestosa opera sulle iscrizioni latine. Se in mezzo a tanto sfortunio, che reca danno gravissimo alla scienza, può trovarsi conforto alcuno, questo nasce dal vedere l’instancabile operosità del Mommsen pigliar nuovo coraggio dalla sciagura, e volgersi senza frapporre indugio a riparare il danno sofferto. Tanta nobile energia merita di essere incoraggiata da quanti amano il progresso degli studî; ed è dovere che l’abbia a preferenza gli aiuti dei dotti italiani, i quali più di tutti hanno interesse di veder editi i volumi, che conterranno le epigrafi delle regioni meridionali d’Italia e delle isole di Sicilia e di Sardegna. E però questo Ministero fa caldo appello agli uomini egregi preposti alle cure dei monumenti nelle varie provincie, invitandoli ad ottenere in dono per la biblioteca del dottissimo professore tedesco una copia di tutte quelle opere e monografie, nelle quali vengono riferite ed illustrate le iscrizioni del paese. Sono certo che si metterà tutto l’impegno per dimostrare così al benemerito uomo, come non siamo noi indifferenti a ciò che riguarda il bene universale della scienza; e si contribuirà nel tempo stesso a riparare più prestamente possibile, la grave disgrazia universalmente deplorata. I libri e gli stampati dovranno essere trasmessi a questa Direzione Generale, che provvederà a farli pervenire al prof(esso)re Mommsen”. Di questo concorso internazionale Mommsen fece ricordo più volte nelle sue lettere, come quella trasmessa all’Ateneo di Brescia e lì letta in una seduta antecedente al 24 aprile 1881 dallo storico Giuseppe Gallia, segretario dello stesso Ateneo.

Ma a fronte di questo ‘concorso nazionale’ non possiamo tacere che l’Italia fu stranamente assente al suo funerale svoltosi a Berlino il 5 novembre 1903 alla Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche: Hermann Diels, segretario dell’accademia Prussiana delle scienze, lo fece notare discretamente a Pasquale Villari che lo aveva pregato di deporre, a nome dell’Accademia dei Lincei (di cui Mommsen era stato socio corrispondente), una corona d’alloro accanto alla bara.  Ma tutto questo venne poi superato, se ancora oggi rimangono pienamente condivisibili le parole commemorative che Vittorio Scialoja pronunciò nella pubblica seduta lincea del dicembre 1903: “Noi ci gloriamo di aver avuto Teodoro Mommsen come maestro e collaboratore di una storia che è nostra. La pura luce, che s’irradia dalla sua nobile figura, illumina il nostro intelletto di studiosi e la nostra coscienza di uomini. Egli fu di coloro nei quali più si appalesa la divinità della natura umana. Eroi siffatti di rado sono concessi all’ammirazione dei contemporanei e dei posteri: da lungo tempo non era sorto e per lungo tempo forse non sorgerà chi l’uguagli!”.

Marco Buonocore è Scriptor Latinus e Direttore della Sezione Archivi presso la Biblioteca Apostolica Vaticana nonché Presidente della Pontificia Accademia Romana di Archeologia