Letteratura. Teorie, metodi, strumenti, Federico BertoniProf. Federico Bertoni, Lei è autore del libro Letteratura. Teorie, metodi, strumenti edito da Carocci: cosa significa, oggi, studiare e insegnare letteratura?
È la domanda di fondo, anche se ovviamente rispondere non è facile. Quando ho concepito il libro pensavo a un manuale rivolto soprattutto agli studenti universitari, per trasmettere in forma chiara e accessibile le nozioni essenziali della disciplina che insegno, la Teoria della letteratura. Poi il progetto è cambiato, e mentre l’idea prendeva forma, mentre leggevo altri libri presenti sul mercato, ho capito che la sfida era rinunciare alla forma dottrinale del classico manuale, che veicola un sapere astratto, fintamente obiettivo e neutrale, astorico e calato dall’alto, e perciò fatalmente morto. L’orizzonte in cui ci muoviamo è profondamente cambiato. Pressoché nulla è rimasto di quel mondo in cui il sapere “letterario” è stato istituito, trasmesso, investito di senso e di valore, posto al centro del progetto identitario e pedagogico di un’intera cultura. Così il libro si è trasformato in un saggio di critica culturale, o quanto meno in un oggetto ibrido, a cavallo tra esposizione tecnica (i concetti, i metodi, gli strumenti) e presa di posizione “politica” sulla letteratura e sul suo ruolo nelle nostre vite, qui, in un angolo d’Occidente, all’inizio del XXI secolo. È insomma un libro volutamente “situato”, e non è un caso che il primo capitolo si intitoli Letteratura oggi. Impossibile, per me, descrivere i concetti generali della critica letteraria, illustrare i metodi di analisi dei testi o riaffermare la necessità di una prospettiva teorica senza prima interrogarsi sulla condizione della letteratura oggi, sul suo ruolo nel sistema dei media e dei saperi contemporanei, nella minuscola piega della storia in cui ci troviamo, in un contesto geopolitico, sociale ed economico che è (ancora) uno dei più prosperi, sicuri e garantiti che l’umanità abbia mai conosciuto.

Come ho spiegato nell’introduzione, il libro nasce da due sentimenti conflittuali: da un lato la curiosità, la passione didattica, il piacere sempre nuovo di insegnare letteratura a centinaia di studenti; dall’altro il dubbio, la perplessità, la consapevolezza che un antico sapere tramandato nei secoli sia in realtà un edificio pericolante, che il senso stesso dell’educazione letteraria debba essere reinventato su nuove basi. Studiare e insegnare letteratura oggi significa camminare sulle sabbie mobili: gli studi letterari perdono terreno e prestigio, la critica si è suicidata, la saggistica letteraria ormai inesistente, mentre l’ideologia dominante ci ripete brutalmente che tutto questo è inutile, improduttivo, un monumento da abbattere o un ramo secco da tagliare. Si è aperta una faglia potenzialmente catastrofica tra una rappresentazione immaginaria della letteratura – che sopravvive in modo anacronistico solo nell’impianto della scuola, in certi programmi universitari e nella mentalità comune di intellettuali, insegnanti e studenti – e le sue reali condizioni di esistenza nel sistema culturale contemporaneo. Da qui occorre ripartire, per tradurre lo smarrimento del presente in un nuovo spirito critico: consapevoli che l’umanesimo è tramontato, che le vecchie categorie sono diventate inservibili e che bisogna ripensare su nuove basi il senso dell’educazione letteraria. Non per “vendersi” sul mercato o trasformare le facoltà di lettere in improbabili agenzie di collocamento, ma per rilegittimare sul campo il nostro sapere, per renderlo di nuovo vivo e vitale, all’altezza delle sfide del mondo in cui viviamo.

Come si è evoluto il testo letterario?
Il testo è uno dei tanti “oggetti” che pensiamo di conoscere bene, ma che a un esame più attento si rivelano sfuggenti e indefinibili. Vale per molte nozioni generali che utilizziamo correntemente nello studio e nell’insegnamento, e a volte anche nel linguaggio comune, per lo più senza sapere cosa sono: testo, realismo, genere, tema, stile, e ovviamente anche letteratura. In fondo, il teorico della letteratura si pone esplicitamente le questioni che filologi, storici o critici danno per scontate, come quando respiriamo senza accorgerci di farlo. È la morale di una storiella divulgata da David Foster Wallace: un pesce anziano chiede a due pesci giovani: «com’è l’acqua?»; quelli continuano a nuotare per un po’, poi si guardano e uno chiede all’altro: «che cavolo è l’acqua?».

Così, a guardar bene, ci accorgiamo che la nozione di testo a cui siamo abituati è un costrutto culturale, il risultato di un processo storico ben preciso. Il testo scritto, stampato, incorniciato da inizio e fine, fissato nella sua lezione “originale” dal sapere filologico, spesso investito di autorità e promosso a “monumento” di una cultura, è un oggetto tutto sommato recente, che in altre epoche e civiltà non esisteva, almeno in questa forma. Come spiego in uno dei capitoli del libro, anche il testo letterario è un oggetto mobile, impossibile da circoscrivere e definire se non in modo flessibile e con grande attenzione alla sua dimensione storica. Non solo perché l’evoluzione dei media e dei supporti – dalla tavoletta cerata all’e-book – ne ha modificato profondamente lo statuto, i tratti formali e le modalità di ricezione. Ma anche perché non è possibile definire in modo univoco la sua struttura, il rapporto con il contesto e con il mondo “reale”, le molteplici relazioni che instaura con altri testi o altre forme di comunicazione (è il campo, oggi particolarmente vitale, dell’intertestualità e dell’intermedialità).

In che modo la rivoluzione digitale sta influenzando la letteratura?
È una domanda collegata alla precedente. Certamente stiamo varcando una delle più grandi soglie tecnologiche nella storia dell’umanità, forse maggiore per impatto percettivo e incidenza sociale rispetto alle due grandi rivoluzioni precedenti nel campo dell’informazione e della trasmissione del sapere, cioè l’invenzione della scrittura e l’invenzione della stampa. Più che una tecnologia, l’universo digitale costituisce infatti una vera e propria epistemologia, cioè una nuova configurazione della conoscenza che ridefinisce il nostro rapporto con il mondo. Rispetto alla letteratura, tutto questo incide innanzitutto sulla nozione di testo, sulle modalità con cui viene prodotto, diffuso, recepito, trasformato. Credo però che nessuno riesca ancora a vederci chiaro, soprattutto in termini di effetti concreti e verificabili, anche perché molte cose sono offuscate da semplificazioni e luoghi comuni. Tipica ad esempio la contrapposizione tra i nostalgici apocalittici, angosciati dalla scomparsa del libro di carta, e gli integrati euforici che profetizzano l’avvento dell’universo digitale, quando tutta la storia dei media è fatta di transizioni, ibridazioni, convivenze anche prolungate tra media vecchi e nuovi (ne è prova l’attuale resistenza del libro cartaceo rispetto alla paventata minaccia dell’e-book, che finora ha conquistato quote di mercato piuttosto ridotte). Schematizzando molto, direi che la rivoluzione digitale incide sulla letteratura almeno a quattro livelli: la scrittura e la produzione dei testi, con le relative forme di diffusione; la lettura e le modalità di ricezione; gli studi letterari di tipo accademico, con la nascita di una nuova disciplina chiamata informatica umanistica; la critica di stampo più occasionale e valutativo, legata all’attualità letteraria, che una volta si chiamava militante. Su quest’ultimo fronte molti sono ottimisti: pensano che la presa di parola diretta, favorita dall’enorme sviluppo di blog e social network, sia un modo per salvare la critica dalle secche in cui è andata a incagliarsi, restituendo vitalità e mordente al discorso sulla letteratura. Da parte mia lo spero tanto, ma credo che la situazione attuale non possa ancora farci sperare in un autentico rilancio. Sarà solo il futuro a dircelo.

Quali sono le basi per una rinnovata educazione letteraria?
La prima cosa da fare è abbandonare una volta per tutte le nostalgie umanistiche e i diritti di primogenitura culturale. Il modo più sbagliato per affrontare la questione (e purtroppo lo si fa spesso) è lamentarsi degli studenti, che sono pigri, distratti, impreparati e via di luoghi comuni. Ma ridurre tutto a un problema pedagogico e disciplinare (gli studenti devono studiare di più) significa solo spostare il problema, fraintendere il senso di enormi trasformazioni che hanno cambiato lo statuto, il ruolo e la funzione sociale dell’educazione letteraria. Se sono cambiati gli studenti è perché sono cambiate le tecnologie, le enciclopedie, gli orizzonti condivisi, le modalità di relazione, i ritmi di vita, le forme della percezione e dell’attenzione, i modelli di sapere e tante altre cose.

Molti studiosi e insegnanti oggi cercano di rilanciare la letteratura, sperando magari di “rimetterla sul mercato”: mezzo di conoscenza, esercizio di inventiva e flessibilità, educazione alla vita affettiva e alla convivenza con l’altro, addirittura strumento di problem solving. Di per sé tutte cose giuste, se non fosse che a guidarle è un’ansia di legittimazione che fa leva soprattutto sull’utilità, al limite una paradossale Utilità dell’inutile come nel titolo di un fortunato libro di Nuccio Ordine. Io credo invece che il senso e il valore della letteratura risiedano nella sua alterità, nella specificità del linguaggio, nella capacità di offrirci un’esperienza del mondo diversa, non necessariamente migliore ma differente da quella della vita di ogni giorno. Il rapporto con i testi letterari è produttivo se funziona non per appropriazione, guadagno, utilità strumentale, ma per straniamento, con un effetto di scarto e di sovvertimento degli schemi di percezione abituali. È questa la grande sfida della letteratura nel mondo globalizzato e digitalizzato. Sfida tanto più stimolante e ambiziosa quanto più sembra utopica, inattuale, donchisciottesca. Può essere l’alba di un nuovo umanesimo, molto diverso da quello vecchio, che non ci preme più alle spalle con il peso della tradizione ma che dobbiamo immaginare e costruire davanti a noi, in questo mondo.