I testi letterari, come tutti i testi, sono esposti a un processo di digitalizzazione oramai da quasi ottanta anni, da quando Padre Busa iniziò a concepire l’applicazione dei calcolatori (allora si definivano così, letteralmente, i computer) al suo lavoro di analisi del lessico di San Tommaso d’Aquino. L’applicazione dell’informatica al testo letterario nasce da quel parto fecondo, che ha generato una nuova tradizione di ricerche (e di insegnamento) che è andata sotto il nome di “informatica umanistica” (e di cui la scuola italiana è stata capofila tra gli Ottanta e Novanta con Tito Orlandi, Raul Mordenti, Giuseppe Gigliozzi tra gli altri). Ma oggi non si tratta solo di impiegare strumenti e metodologie di analisi e indagine sui testi prodotti su altri media e altri supporti (la stampa e il libro, come ovvio, in primis), si tratta di comprendere (e riflettere su) come il computer abbia prodotto e produca da quasi mezzo secolo una tipologia di testo mobile, che – con il world wide web e l’ipertesto prima e i social media del web 2.0 e le app degli smartphone dopo – si muove sincreticamente insieme ad altri linguaggi e altri codici espressivi, si interconnette senza soluzione di continuità con gli altri testi in rete e arricchisce non solo le intrinseche relazioni di senso di partenza, ma anche – essendo esposto a un processo di datizzazione – la capacità delle macchine stesse di connettere, capire, interpretare, rispondere e risolvere. Un aspetto, quest’ultimo in particolare, la cui problematicità non sfugge più a nessuno. Ogni riferimento all’intelligenza artificiale non è casuale. Del resto, Ted Nelson, cui a metà degli anni Sessanta si deve la concettualizzazione originaria di una rete di testi letterariamente (e intertestualmente) interconnessi, immaginava il computer già come un assistente personale, una macchina da scrivere – e per scrivere – in grado di aiutare l’uomo nell’elaborazione di idee e collegarle in in sistema dinamico che avrebbe fondato uno spazio della memoria ricco e incantato come la Xanadu di Kubla Khan del poema di Samuel T. Coleridge.Quali forme assume la nuova “letteratura elettronica”?
Innanzitutto, la letteratura elettronica è un contenitore ampio – volutamente ampio – che prova con un attributo generico e anche un po’ rétro a dare conto di una storia delle relazioni tra letteratura e ‘macchine computerizzate’ che come abbiamo detto prima inizia con una preistoria risalente agli anni Cinquanta: allora, i mainframe IBM erano macchinari totemici che inducevano davvero solo i pionieri più temerari ad avventurarsi in un territorio poetico affascinante ma alla portata (intellettuale, certo, ma anche economica) di pochi. La rivoluzione del personal computer degli anni Ottanta, con la pubblicità del MacIntosh del 1984 che liberava le menti oppresse degli utenti dal giogo di un Grande Fratello oscuro dietro il quale si nascondeva proprio IBM, apre le porte all’uso creativo del computer e alla formazione di un nuovo campo letterario che dalle scrivanie del desktop publishing si allargherà presto alla rete del world wide web per arrivare all’internet delle social app. Da questo punto di vista, la genericità dell’attributo “elettronica” costituisce una tassonomia in cui ricomprendere una serie non eccessivamente ristretta di manifestazioni letterarie e prevedere, al di là di questa o quella èra tecnologicamente caratterizzata da un’applicazione piuttosto che da un’altra, l’inclusione di fenomeni nuovi, originariamente imprevisti e imprevedibili, specie in un ambiente mediatico come quello digitale in cui una delle caratteristiche distintive è proprio il continuo cambiamento. Per questo motivo, l’elencazione dei possibili sottogeneri del genere ‘letteratura elettronica’ produce una lista lunga almeno trenta anni di storia di computer e internet: performance di scrittura artistica in rete; progetti di scrittura collaborativa tra autori e lettori; racconti che prendono la forma di blog o messaggi di e-mail; poesie e storie generate come output di programmazione software; app letterarie; fiction interattiva, poesia animata, racconti ipertestuali, reels, stories…
Che nesso esiste tra letteratura e social media?
Il nesso è presto detto e sta tutto nella parola con la quale è stata battezzata una delle funzioni di maggiore successo dei social media: stories, per l’appunto. Facebook, Instagram, ma anche Twitter, TikTok vogliono storie, storie da produrre e storie da consumare, e grazie a un’infrastruttura hardware e software in cui è crollata la barriera tra chi può scrivere, produrre e distribuire e chi non può, spingono miliardi di utenti a consumare, da un lato, e a scrivere, produrre, distribuire dall’altro. Da quel momento, e dall’affermazione di Facebook come gatekeeper della socialità, la narrazione è diventata un obbligo applicativo e sociale. Quando nel 2011 Mark Zuckerberg annuncia l’introduzione della timeline dei profili degli utenti di Facebook come la rappresentazione della «storia della propria vita», al di là della rimediazione di generi narrativi come quelli del diario o dell’autobiografia, nei social media prendono a darsi forma tipologie di testi nuovi con caratteristiche del tutto peculiari. Si pensi al newsfeed, ad esempio: la sua idiosincrasia a essere contenuto in un ordine cronologico; il favore verso la gerarchia delle connessioni sociali o delle preferenze del lettore/utente; l’autorialità collettiva, per cui a raccontare è una moltitudine di autori; l’interoperabilità di ogni singola story, che può essere ‘prelevata’ e staccata dal contesto originario di pubblicazione e utilizzata e incorporata in altri contesti mediali e applicativi. Tutte quelle piccole storie, in altre parole, formano un grande discorso di una nuova letterarietà, alla cui costruzione di senso provvede meglio di tutti (altro aspetto problematico) la macchina algoritmica che le trasforma in big stories – e soprattutto big data.
Quale futuro per le narrazioni sulla carta?
Più che esercitarsi nella previsione del futuro, è possibile cogliere alcune tendenze, che pure ricorrono regolari nella storia della letteratura e nell’idea di che cosa debba essere un romanzo, il genere letterario moderno della narratività. Da una parte, una posizione che si può richiamare alla tutela della tradizione del romanzo europeo: Milan Kundera sosteneva che, essendo il futuro sempre e comunque più forte del presente, tanto valeva rifiutare il suo abbraccio e riflettere poeticamente sull’esistenza andando in direzione contraria al progresso del mondo. Una posizione che, ad esempio, applica da sempre al suo “grande romanzo americano” Jonathan Franzen, non a caso uno degli scrittori più ferocemente critici dell’ecosistema mediatico introdotto dalla rete e dalle social app, tanto critico da avergli dedicato la scrittura di un saggio nel 2014, Il progetto Kraus. Ed è inevitabile che la rete, il web i social media rappresentino oggi un tema di preoccupazione di molti romanzi che, nonostante tutto, continuano a essere pubblicati sul supporto cartaceo. Ma, al di là di una trasposizione del mito di Prometeo e della proliferazione di una produzione romanzesca che si iscrive di gran carriera al genere “distopico”, è probabilmente più interessante guardare a quegli esperimenti narrativi che negli ultimi anni hanno tentato di applicare al supporto del romanzo – il libro – un processo di ingegneria inversa, provando a rigenerare le narrazioni sulla carta. A partire dagli anni Duemila, autori come Mark Danielewski (Casa di foglie), Jarett Kobek (Io odio internet), Matthew McIntosh (ilMistero.doc) stanno immaginando quelle pagine rilegate da un filo come all’interfaccia di un device che, per quanto vecchio e ostinato a occupare materialmente gli scaffali delle nostre librerie, sia in grado di rispondere reattivamente alla nuova estetica digitale e includere (per quanto tecnologicamente possibile) hyperlink, blog post, tweet, immagini, foto, stories nel libro, usandoli come materiali di una elocutio che si contamina tra carta e bit e crea generi, retoriche e convergenze inedite tra forme narrative tipografiche del passato e forme narrative online della contemporaneità.
Paolo Sordi è Professore Associato di Critica letteraria e Letterature comparate nell’Università degli Studi eCampus




