Professor Cadioli, nel Suo libro Letterati editori Lei affronta il tema del difficile rapporto tra editori e scrittori attraverso le vicende di Papini e Prezzolini: perché sono rappresentativi?
Letterati editori di Alberto Cadioli«Il libro, dopo una serie di precisazioni di tipo metodologico e una breve presentazione delle trasformazioni del rapporto tra scrittori ed editori alla fine dell’Ottocento, introduce i nomi di Giovanni Papini e di Giuseppe Prezzolini, in quanto rappresentativi di una nuova condizione del letterato e di una nuova visione del lavoro editoriale. I due giovani amici (poco più che ventenni) si rendono conto, ad inizio di nuovo secolo, il XX, della contraddizione insita nel voler essere fedeli al modello di letterato del passato, dedito agli studi e alle letture, e nel voler nel contempo dedicarsi al lavoro editoriale, scelto per ragioni di guadagno (l’alternativa, scartata, era l’insegnamento). È la contraddizione tra le “Muse” (la letteratura) e la “Sirena”(l’editoria), che Papini e Prezzolini (e con loro i giovani letterati che gravitano intorno alla rivista “La Voce”) cercano di superare diventando loro stessi editori.»

Si può affermare che La Voce rappresentò un laboratorio nella costruzione di un nuovo paradigma di rapporti tra editore e scrittore?
«Sulla base di quanto dicevo rispondendo alla prima domanda, “La Voce” può essere considerata un laboratorio, appunto nella costruzione di un nuovo paradigma di rapporti tra editore e scrittore, perché sono gli stessi scrittori a farsi editori, pubblicando la rivista e nello stesso tempo i libri delle edizioni “La libreria della Voce”, avviate nel 1911. Il catalogo delle pubblicazioni rivela bene come dalle pagine della rivista e dai libri scelti emerga un comune orizzonte culturale e letterario: per questo ho definito il lavoro editoriale dei vociani una scelta non solo “economica” (offrire la possibilità di un guadagno), ma anche “militante”, grazie alla quale far conoscere il modello di cultura e di letteratura che i letterati della “Voce” opponevano a quello dominante e diffuso dagli editori maggiori, prima di tutti Treves.»

Lei ha coniato l’espressione “letterato editore”: cosa caratterizza questa figura?
«Il letterato editore – e parlo soprattutto da un punto di vista storico – è un letterato (scrittore, critico letterario, professore di letteratura) attivamente impegnato nel lavoro in una casa editrice, come redattore interno, direttore di collana, collaboratore di primo piano dell’editore, lettore che esprime un giudizio sui testi sottoposti per la pubblicazione. Se i letterati della prima metà del Novecento soffrivano di doversi misurare con le grandi case editrici, i letterati del secondo Novecento hanno lavorato direttamente con editori grandi (Mondadori) o medio grandi ma di forte impatto culturale (Einaudi). Si trattava di scrittori come Elio Vittorini, Vittorio Sereni, Italo Calvino, per fare tre nomi di letterati cui dedico uno specifico capitolo nel mio libro. Ciò che caratterizza la figura del letterato editore, o almeno ciò che a me interessa mettere in primo piano, è la possibilità che il letterato editore ha avuto, attraverso i propri pareri, le proprie scelte se direttore di collana, i propri interventi redazionali (per esempio nella scrittura di una quarta di copertina o di un risvolto) di esprimere la propria idea di letteratura, la propria poetica, la propria interpretazione di un testo in pubblicazione. Lo studio dei letterati editori (e richiamo di nuovo che si tratta di uno studio storico e non di un’indagine sociologica) permette dunque di individuare le ragioni, che definirei ancora una volta “militanti”, di certe pubblicazioni e di certe presentazioni editoriali. Si potrebbe addirittura dire che un testo, pubblicato da casa editrice e seguito da certi letterati editori, avrebbe potuto avere un’edizione diversa (e io aggiungo che avrebbe potuto essere diverso anche come testo, perché spesso i letterati editori intervengono su quanto gli autori hanno scritto) qualora fosse uscito da un’altra casa editrice e curato da altri letterati editori.»

Perchè fu importante la creazione della Biblioteca Universale Rizzoli da parte di Luigi Rusca?
«Luigi Rusca è stato un genio dell’editoria, perché ha sempre cercato di raggiungere i lettori rispondendo in modo specifico alle loro domande, alle loro esigenze, ai loro interessi. È stato lui a creare, tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, la collana che poi si è imposta come “i gialli Mondadori” e altre collane di alta lettura, per diffondere un romanzo di intrattenimento capace di conquistare lettori che spesso non avevano mai letto nulla. Per questo ho dedicato al suo lavoro un intero capitolo, soffermandomi soprattutto sulla BUR. Alla fine del secondo conflitto mondiale, passato da Mondadori a Rizzoli, Rusca vuole infatti rispondere alle domande di chi non ha mai potuto acquistare personalmente, per il loro alto costo, i libri che desiderava leggere. Con la creazione della BUR, i cui primi titoli escono nel maggio del 1949 a un prezzo molto contenuto (poco più di un pacchetto di sigarette), i lettori, soprattutto giovani, hanno potuto costruirsi una propria biblioteca, con volumi di classici italiani, latini e greci, con libri di romanzieri, in particolare dell’Ottocento, francesi, russi, inglesi, eccetera.»

Nel panorama editoriale attuale che vede l’avvento degli e-book e del self-publishing quale può essere il ruolo dell’editore?
«L’editore ha sempre avuto il ruolo di garantire, attraverso la sua mediazione e le caratteristiche dell’edizione presentata, un filtro che, nella grande massa di testi scritti, selezionava quelli che meritavano, per ragioni differenti, di raggiungere i lettori. I lettori sono diversi (chi ricerca la qualità letteraria, chi lo studio, chi l’intrattenimento e via dicendo) e dunque diverse le modalità con le quali gli editori si sono rivolti loro. Ci sono editori che pubblicano solo testi di facile lettura, altri solo studi accademici: l’importante è stato, ed è, sapere a chi ci si rivolge e aver gli strumenti con cui farlo. La produzione di e-book, nonostante le differenze di supporto, mi sembra dentro lo stesso ordine di considerazioni. Il self-publishing no: la mediazione dell’editore salta, e quindi ogni filtro sembra venire meno. Il contatto diretto tra autore e lettore può essere a volte molto positivo, altre volte, e forse più spesso, può generare delusione.»