Leonardo. Il genio dell’imperfezione, Vittorio SgarbiLeonardo da Vinci – il genio del rinascimento, il brillante inventore, l’uomo che rivoluzionò arte e scienza – può essere definito imperfetto? Ebbene sì, secondo il nuovo libro di Vittorio Sgarbi, Leonardo. Il genio dell’imperfezione, pubblicato da La nave di Teseo.

Nel suo continuo tentativo di comprendere il mondo, le sue leggi ma anche la sua bellezza, e nel suo sforzo di avvicinarsi al divino tramite l’opera d’arte, Leonardo non ha però mai portato a completo compimento nessuna disciplina, ma anzi, come sottolinea lo storico dell’arte Giorgio Vasari “egli si mise a imparare molte cose e, cominciate, poi l’abbandonava”.

È questo suo iniziare molte opere, ma talvolta non arrivare ad ultimarle e in ogni caso non rimanere ancorato a nessuna di esse perché sempre alla ricerca di nuovi stimoli e passioni, che rende Leonardo imperfetto. Ma è proprio questa imperfezione a far sì che rimanga, a cinquecento anni esatti dalla sua nascita, ancora uno degli artisti più conosciuti e universalmente amati ed apprezzati di tutti i tempi. “La sua indubbia genialità lo rende diverso da chiunque altro”, scrive Sgarbi, “però la sua è una diversità che non comporta lontananza e distacco. È vicino a noi, prossimo agli uomini che non sono geni assoluti, perché il suo è un continuo tentativo di capire il mondo, sperimentando”.

Anche quando rimangono incompiute, le opere di Leonardo sono in qualche modo ancora più vicine alla perfezione che se fossero state terminate. Ne è un esempio il San Girolamo dei Musei Vaticani, dipinto da Leonardo a ventotto anni: “Non potremmo immaginare un leone più compiuto, con il pelo corto della sua pelle, o un san Girolamo, con la mano e il braccio non finiti, più perfetti, o elementi di paesaggio più partecipi dell’animo del santo, benché appena accennati. Le rocce fanno pensare ai Sassi di Matera, e dentro v’e disegnata una chiesa; il volto ascetico, spirituale, sofferente di san Girolamo ha un’intensità mistica che richiama i versi di san Giovanni della Croce. È difficile poter dire di più della condizione della penitenza e della dimensione di meditazione di san Girolamo. Leonardo capisce che è meglio fermarsi: e nell’imperfezione c’è un’ansia di verità più profonda.”

Il libro ripercorre la vita di Leonardo, dagli esordi a Firenze fino all’ultima opera dell’artista, la Vergine delle Rocce col Bambino, Sant’Anna e San Giovannino, passando attraverso i periodi milanesi e veneziani, senza naturalmente tralasciare la Gioconda e il suo mistero. È il mistero nascosto nel suo sorriso, certo, ma è anche il mistero sul motivo per cui sia diventata un’opera tanto popolare, amata e riprodotta. Quella che probabilmente è l’opera più conosciuta dell’artista non appartiene nemmeno più al Da Vinci, ma vive una vita propria, dalle rivisitazioni di molteplici artisti, da Basquiat a Duchamp, fino alla moltiplicazione nei gadget più svariati: “è come dire che la Gioconda è ognuno di noi: chiunque può sostituire sé stesso al volto della Gioconda perché ognuno di noi ha una parte di sé nel volto della Gioconda, e La Gioconda ha qualcosa di noi”.

Dal libro emerge un ritratto di Leonardo frizzante, contemporaneo: un uomo curioso, appassionato e immerso nella vita del suo tempo. Lo vediamo mentre, intento a dipingere uno dei suoi capolavori, il Cenacolo, “contrariamente all’immagine del pittore solo nel suo studio a dipingere, tutto concentrato […] concepisce invece un cantiere aperto, pieno di gente che entra ed esce, pronto ad ascoltare i commenti dei curiosi, o i loro suggerimenti”. Scorgiamo tra le righe la poliedricità del genio, l’uomo che viene chiamato a Milano non tanto in quanto grande pittore, ma perché in grado di allietare il duca Francesco Sforza con la musica, che peraltro traeva da uno strumento simile alla tromba e che si era fabbricato lui stesso. Intravediamo lo scienziato che riflette sull’anatomia dell’uomo e le sue proporzioni nell’Uomo vitruviano. O lo studioso amante delle lettere “nelle quali egli arebbe fatto profitto grande, se egli non fusse stato tanto vario et instabile.” E infine immaginiamo l’uomo che avrebbe potuto essere se, nato cinquecento anni dopo, si fosse trovato a vivere nel nostro tempo. Forse, ipotizza Sgarbi, non sarebbe ricorso alla pittura per raffigurare la famosa Dama con l’ermellino, ma avrebbe usato la fotografia creando un ritratto alla Steve McCurry con la sua ragazza afgana con il chador. Oppure, fedele alla sua intuizione secondo cui “l’arte è cosa mentale”, sarebbe stato un novello Duchamp, dissacrante e provocatorio, e avrebbe magari disegnato dei baffi alla sua stessa Gioconda.

Scritto in modo semplice e privo di tecnicismi, il libro è arricchito da numerose illustrazioni che non solo mostrano le opere di Da Vinci, ma permettono di apprezzarle appieno evidenziando dettagli e particolari (che meraviglia la mano della Vergine e quelle protese del Bambino nella Madonna del garofano!). Un modo per accendere, o riaccendere, nel lettore non solo la curiosità per Leonardo, ma in generale per il piacere di ammirare l’arte.

Silvia Maina