Professor Coronato, Lei è autore del libro Leggere Shakespeare pubblicato per i tipi di Carocci: a cosa è dovuta la fortuna, viva ancora oggi, di Shakespeare?
Leggere Shakespeare Rocco CoronatoLa fortuna principale è la nostra, che abbiamo ancora lui che ci spiega quello che stiamo facendo. Scherzi a parte, la sua fortuna è dovuta principalmente a due tratti che raramente capitano insieme: la semplicità e la nitidezza dell’espressione. Shakespeare ha una capacità sublime di spiegare a tutti noi le idee, emozioni, desideri e paure più complesse con una semplicità fatta di espressioni quotidiane, similitudini e metafore desunte dalla nostra vita, spesso di una concretezza rustica. A questa semplicità Shakespeare unisce il genio della nitidezza, la capacità cioè di individuare subito, nelle poche sillabe a disposizione di un verso, l’espressione che suggella per sempre la nostra condizione umana e la rende visibile e chiara a tutti. Fra le altre immense doti di Shakespeare, c’è poi quel suo tono comico, disincantato, benigno verso l’essere umano che sa di non sapere molto, che trionfa nelle commedie ma affiora anche nelle tragedie e nei romances. Quando leggiamo lui, abbiamo la sensazione non solo di confrontarci con il più grande drammaturgo di tutti i tempi (e forse, insieme con il nostro Dante, il più grande scrittore in generale), ma anche di leggere, finalmente spiegati, i segreti del nostro cuore. Ma la sua è una filosofia semplice che non si atteggia mai a saggezza (quante battute devastanti Shakespeare scrive anzi contro quelli che pensano di essere saggi!). Questa saggezza divertita, basata sull’accettazione della follia di cui siamo impastati, è l’unica ancora disponibile. Grazie a questa umanità sublime, Shakespeare riesce ancora a parlare di noi anche se lui scriveva da prospettive storiche, religiose e culturali ormai quasi scomparse; e anche se non sappiamo nulla di quei sistemi, ciò di cui parla Shakespeare è ancora quello che si agita nel nostro cuore quando amiamo od odiamo, quando abbiamo paura o desiderio. Certo, accanto a questi motivi alti, ve ne sono altri molto più prosaici, legati al dominio della lingua inglese e alla presenza di Shakespeare dappertutto, nei teatri, nei cinema, nelle arti e nella vita comune di ogni giorno, in tutto il mondo. Ma questa presenza non potrebbe andare avanti se all’improvviso smettessimo di trovare Amleto nostro contemporaneo, un nostro fratello. Non pare che sia un evento all’orizzonte.

Quali sono gli elementi caratteristici dello stile di Shakespeare?
Il teatro di Shakespeare è soprattutto un teatro della parola, dove le azioni sono poche, spesso anche combinate in maniera approssimativa e contraddittoria. La particolarità sconvolgente di Shakespeare è la sua capacità, per ogni personaggio, minore o maggiore, un eroe o una comparsa, diavolo o angelo, di precipitare subito nel profondo della psiche umana e darle parola. Per Shakespeare questa rivelazione del cuore e della mente umana doveva avvenire attraverso l’arte della parola, che però non è la retorica ora ritenuta spesso sinonimo di artificiosità. La parola afferra l’idea, la mostra chiaramente al pubblico inducendolo a riconoscere la medesima passione in sé. A Shakespeare non interessa la catarsi, potremmo dire, il far provare al suo pubblico terrore e pietà, o riprovazione comica, verso le passioni dei suoi personaggi: gli interessa piuttosto che riconosciamo in noi le stesse pulsioni che hanno indotto loro a fare e a dire quello che vediamo e sentiamo. Di questa arte della parola sono sicuramente uno strumento potente le metafore, magnifiche, spesso disposte su più livelli, con quel guizzo geniale che all’epoca faceva riconoscere il vero genio. La parola è anche, per Shakespeare, un gioco continuo, come provano i frequentissimi giochi di parole. Ma non si tratta solo di artifici stilistici: la parola di Shakespeare dimostra il potere del fenomeno che più lo appassionava, la metamorfosi continua dell’essere umano e del suo cuore, a cui la mutazione perpetua della parola forniva espressione. Non a caso il libro ossessivamente più presente nella sua opera erano le Metamorfosi di Ovidio.

Dal punto di vista dell’azione teatrale, quali sono i meccanismi fondamentali dell’opera shakespeariana?
Shakespeare scriveva non per dei lettori ma per un pubblico pagante. Attore egli stesso, insieme con la sua compagnia teatrale provava quotidianamente quale delle sue battute funzionasse e quale no. Quello che scriveva doveva funzionare sulla scena, prima ancora che sulla pagina (leggendario era il suo disinteresse per la pubblicazione delle opere teatrali). Nel suo teatro, pertanto, ritroviamo semplicità e nitidezza. L’azione teatrale è chiaramente guidata da una figura trainante, in gruppi di azione spesso limitati a due o tre persone, in modo da permettere al pubblico di scorgere con chiarezza il procedere, oltre che dell’azione, dei pensieri e dei desideri dei personaggi. Le scene corali, pur presenti, sanciscono di solito momenti pubblici, per di più all’inizio o alla fine dell’opera. La vera azione è per Shakespeare quella che vede l’individuo alle prese con sé stesso, con un rivale o con un amante, e con pochi altri. Di questo accentramento sulla singola figura è insieme simbolo e strumento il monologo, portato da Shakespeare a dei vertici di profondità assoluta.

Quali sono i temi più ricorrenti nell’opera del Bardo?
In Shakespeare si trova tutto il mondo all’epoca noto, e probabilmente riusciamo anche a trovarci, quasi mirabilmente profetizzati, molti dei desideri e delle paure che noi riconosciamo nella nostra società. Dovendo però isolare alcuni temi ricorrenti, uno è sicuramente il primato e la libertà dell’individuo rispetto al sistema in cui si trova, famiglia, chiesa, monarchia antica o moderna. I suoi protagonisti analizzano i confini posti alle loro azioni dai confini religiosi, culturali e sociali dell’epoca, e anche quando non riescono ad affermare nell’azione la loro libertà, riescono sempre a scorgerla e a darle un nome. Shakespeare è ancora nostro contemporaneo per questa capacità di parlare di libertà e oppressione, individuale o sociale, a generazioni di posteri lontanissime dall’Inghilterra elisabettiana. Un altro tema ricorrente è quello della follia, che non è limitata ai lunatici ma si estende liberalmente a tutti gli esseri umani condotti dalle loro passioni: Shakespeare mostra una miriade di possibili deformazioni della ragione, e sempre senza condanne schematiche, ma con un’attenzione sapiente alla molteplicità delle forme in cui la nostra mente si manifesta. Infine, un tema davvero singolare, se paragonato a quello che si vede nei suoi contemporanei, è la figura della giovane donna: quasi sempre, quando l’ironica saggezza raggiungibile viene ottenuta, quando onesta e sincerità si manifestano, e quando la sopportazione delle avversità si esplica, è grazie a una giovane donna, incaricata di mostrare cosa voglia dire per Shakespeare essere umani – con leggerezza.

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