“Leggere, selezionare e raccogliere excerpta nella prima età paleologa. La silloge conservata nel codice greco Neap. II C 32″ di Ottavia Mazzon

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Dott.ssa Ottavia Mazzon, Lei è autrice del libro Leggere, selezionare e raccogliere excerpta nella prima età paleologa. La silloge conservata nel codice greco Neap. II C 32, pubblicato dalle Edizioni dell’Orso: quali pratiche accompagnavano la lettura e lo studio degli intellettuali bizantini?
Leggere, selezionare e raccogliere excerpta nella prima età paleologa. La silloge conservata nel codice greco Neap. II C 32, Ottavia MazzonA Bisanzio la lettura era un’attività abitualmente praticata in modo intensivo e non estensivo: i lettori, specie quelli eruditi, non si accontentavano di scorrere rapidamente una pagina dopo l’altra, cogliendo per sommi capi il contenuto delle opere che leggevano, ma si sforzavano di comprendere a fondo ogni singolo punto, ogni singolo concetto dei testi che avevano dinanzi agli occhi. Nel suo libro sulla lettura nel mondo bizantino, Guglielmo Cavallo descrive il livello di concentrazione ideale cui il lettore aspirava portando l’esempio – estremo, a dire la verità – di santa Melania la giovane, la quale, chiusa nella sua cella, leggeva ripetutamente la Bibbia, mandava a memoria i salmi ed era così intenta sui libri da non degnare la madre nemmeno di uno sguardo o una parola, onde non farsi sfuggire alcun dettaglio di ciò che stava leggendo. Questo desiderio di coinvolgimento totale con il testo favoriva l’instaurarsi di un rapporto interattivo tra i lettori e i libri attraverso la scrittura: i dotti bizantini erano soliti leggere con il calamo in mano e non esitavano ad apporre segni di attenzione (nota bene; bello!), note di commento nei margini o nei fogli iniziali o finali e a correggere gli errori e le sviste di cui si accorgevano man mano. Scrivere sui libri era una pratica utile – e lo è ancora, come prova l’esperienza studentesca di tutti e tutte – per fissare l’attenzione sulle informazioni importanti, per individuare gli argomenti chiave o per evidenziare i loci critici su cui riflettere o con i quali entrare in dibattito. Talvolta, i dotti lettori non si limitavano a segnare i passi interessanti nei libri in loro possesso, ma li trascrivevano in quaderni di appunti separati, realizzando antologie di citazioni. L’allestimento di sillogi di excerpta è quasi una naturale conseguenza del modo in cui gli intellettuali, sia durante il periodo della loro formazione sia dopo, nel corso della loro vita di studio, affrontavano la lettura; come ha argomentato George Steiner, la trascrizione favoriva il conseguimento degli obiettivi principali che essi si ponevano: la comprensione accurata, la tesaurizzazione delle informazioni in forma di repertorio di esempi, la memorizzazione delle citazioni da impiegare a effetto. Tutte le forme di interazione scritta con i libri – le correzioni, i marginalia, le sillogi di excerpta –, poiché testimonianze strettamente collegate al momento della lettura, ci consentono di studiare le pratiche di lavoro degli intellettuali bizantini; ci conducono fino ai loro scrittoi e ci permettono di osservarli, quasi spiandoli da sopra le spalle, mentre procedevano nei loro studi.

Quale funzione svolgevano le sillogi bizantine di excerpta?
La pratica di compilare sillogi di excerpta ha una storia più che bimillenaria e le funzioni delle sillogi, pur nel mutare delle circostanze storiche e culturali, non sono cambiate nel corso del tempo. Nel primo libro dei Memorabili di Senofonte, il personaggio di Socrate fa riferimento all’esistenza di raccolte «dei tesori che i sapienti del passato depositarono nei libri che scrissero»: le sillogi di excerpta soddisfano il bisogno di conservare solo il meglio del patrimonio letterario, isolandolo dal resto e mettendolo in luce; esse rendono immediatamente più gestibile la quantità di informazioni in circolazione e, stabilendo e silentio una gerarchia di importanza (ciò che non è selezionato è automaticamente secondario), consentono di dare priorità all’apprendimento dell’essenziale. Mille anni e più dopo Socrate, le ragioni che spingono gli intellettuali bizantini a confezionare e utilizzare sillogi di excerpta sono esattamente le stesse. Tuttavia, il ruolo che le antologie di estratti svolgono nel mondo bizantino è infinitamente più importante rispetto a quello che esse avevano giocato nell’Atene classica: la pratica di allestire sillogi di excerpta è così intimamente connessa all’essenza della cultura bizantina che per essa è stata coniata la definizione di «cultura della syllogé». La produzione di sillogi, florilegi, compendi, riassunti è una delle manifestazioni tipiche della cultura medievale; come i loro colleghi occidentali, i dotti bizantini si dedicavano alla continua risistemazione del patrimonio delle conoscenze acquisite: la compilazione di sillogi di excerpta rappresentava una prima fase di questo processo e lo semplificava notevolmente. Il ricorso sistematico alle sillogi di excerpta rispondeva, infatti, a una serie di esigenze pratiche, prima fra tutte la possibilità di poter disporre, quando se ne presentasse la necessità, di informazioni provenienti da un grande numero di libri in un’epoca in cui l’accesso alle biblioteche era spesso difficile, il prestito era demandato alla benevolenza dei possessori e la consultazione dei tomi non era sempre agevole. Venivano compilate raccolte di excerpta di ogni tipo, a diversi gradi di specializzazione e sistematicità: florilegi poetici, antologie di proverbi, repertori di usi morfologici e sintattici del greco attico da utilizzare nell’istruzione grammaticale, cataloghi di esempi da impiegare come modelli nella stesura di esercizi retorici, regesti di leggi, sillogi di estratti di argomento storico o medico e, infine, florilegi teologici, questi ultimi preparati per affrontare i dibattiti religiosi all’interno della chiesa bizantina o le dispute tra i teologi ortodossi e i loro corrispondenti occidentali. Spesso gli eruditi compilavano le loro antologie a partire da sillogi già esistenti, senza rileggere ex novo opere talora molto ampie; anzi, una stessa antologia poteva essere messa a frutto in più modi: non vincolati a rimanere nell’ordine in cui erano stati trascritti, gli excerpta venivano riordinati secondo i criteri diversi, stabiliti di volta in volta. Nel corso dei secoli, i dotti svilupparono classificazioni sempre più complesse: gli excerpta venivano organizzati per temi, per autori, alfabeticamente o secondo una combinazione di questi criteri. A Bisanzio, le sillogi di excerpta presero moltissime forme e conobbero diversi livelli di circolazione: sono note raccolte allestite privatamente da singoli dotti, i quali raccolsero in zibaldoni citazioni memorabili, potenzialmente utili nella composizione delle loro opere, ma anche antologie frutto di un lavoro collettivo di lettura e selezione effettuato all’interno di sodalizi scolastico-eruditi. È questo il caso, ad esempio, della celebre Biblioteca di Fozio: nella redazione a noi pervenuta, essa riproduce in parte i dossiers di excerpta compilati sotto la supervisione del patriarca nell’ambito della cerchia di discepoli attorno a lui riunita. Anche i grandi progetti enciclopedici della rinascenza culturale del X secolo, gli Excerpta Constantiniana e i Basilica, patrocinati dagli stessi imperatori, furono portati avanti con la compilazione di sillogi di excerpta: la selezione di estratti fu la modalità scelta per classificare in modo sistematico le informazioni importanti e costruire un’enciclopedia dello scibile. Nella scuola, nell’attività normale di studio, persino alla corte imperiale: non vi era ambito, a Bisanzio, in cui le sillogi di excerpta non provassero la loro utilità.

Di quale importanza è il codice Napoli, Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, II C 32?
Il Neap. II C 32 trasmette forse la più ampia raccolta di excerpta compilata a Bisanzio in età paleologa. Il codice fu trascritto a Costantinopoli tra il 1320 e il 1330 circa ed è noto soprattutto perché testimone unico di un’anonima traduzione greca di Amores, Ars amatoria e Remedia amoris di Ovidio, sopravvissuta solo per tradizione indiretta, in forma di estratti, e di frammenti non altrimenti conosciuti di alcuni autori antichi: Imerio, Cassio Longino e Dionigi di Alicarnasso, ai quali ora si aggiunge lo storico Giovanni di Antiochia. Ma il valore di questo manoscritto va oltre il fatto di essere un contenitore di testi che diversamente non sarebbero giunti fino a noi: il Neap. II C 32, infatti, è la messa in pulito dell’archivio delle letture di una cerchia di dotti attiva nel primo quarto del XIV secolo e, dunque, permette di esplorare le pratiche di studio e le modalità di organizzazione e utilizzo del sapere di un gruppo di intellettuali della prima età paleologa. Il codice conserva antologie di excerpta da una grandissima varietà di opere in prosa: dai libri profetici dell’Antico Testamento, dai Padri Cappadoci, da Giovanni Crisostomo, da Filone di Alessandria e da tutti i maggiori retori e storici antichi. Queste sillogi mostrano come i dotti bizantini affrontassero in modo diverso la lettura degli autori cristiani e degli autori pagani e come riservassero trattamenti differenti anche ad autori che scrivevano nello stesso genere. Essi non leggevano con lo stesso scopo Giuseppe Flavio e gli storiografi Erodoto, Tucidide e Polibio: erano interessati al contenuto informativo dell’opera del primo, da cui trascrissero lunghissimi passaggi, inclusa la descrizione del Tempio di Gerusalemme, mentre dagli altri selezionarono brevi massime moraleggianti. Le sillogi rivelano altresì come l’utilità della lettura dello stesso autore non fosse interpretata univocamente: le due antologie da Demostene trasmesse nel Napoletano, ad esempio, hanno respiri completamente diversi. L’erudito che compilò la prima era infatti interessato alla tesaurizzazione di aneddoti, proverbi, paragoni, mentre quello della seconda preferì concentrarsi sulla morfologia e la sintassi del greco e quindi impiegò il testo di Demostene per allestire un repertorio di usi linguistici, tralasciando nomi di luoghi e di persone e altri dettagli che rimandavano alle specifiche circostanze storiche in cui i discorsi erano stati composti. Il Neap. II C 32 mette altresì in luce la molteplicità dei metodi di lavoro che i dotti potevano adottare a seconda delle esigenze: alcuni leggevano opere o corpora da cima a fondo, trascrivendo mano a mano i passi che giudicavano notevoli; altri, invece, dedicavano la loro attenzione a singole sezioni; altri ancora non ricorrevano ai testi integrali, ma lavoravano direttamente su sillogi già compilate dai loro sodali e realizzavano selezioni a partire da esse. Il codice napoletano permette di seguire l’evoluzione degli interessi dello stesso gruppo di intellettuali per due generazioni: gli autori escerpiti, infatti, trovano corrispondenza nelle letture predilette di Massimo Planude, che riscoprì Pausania, gli storiografi di età imperiale Giovanni di Antiochia, Peanio e Dione Cassio, Ovidio e il poeta di XII secolo Costantino Manasse, ma le sillogi riflettono i progressivi cambiamenti nelle modalità di impiego delle stesse opere, cambiamenti che rimandano al mutamento degli indirizzi culturali all’interno della cerchia, allorché a Planude subentrarono gli allievi e poi gli allievi di questi ultimi. Non esistono, per l’età paleologa, altri testimoni che consentano di osservare un così ampio spettro di interessi di lettura e di pratiche di studio.

Quali vicende ne hanno segnato la storia?
Per un curioso destino, il Neap. II C 32 è un manoscritto che riflette le letture di un intero gruppo di dotti ma che dopo il suo allestimento dovette essere poco – o per nulla – letto. Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento un anonimo e poco colto lettore greco utilizzò uno degli spazi fogli rimasti liberi dalla scrittura per annotare l’abbozzo di un’omelia in onore dell’arcangelo Michele: la sua è l’unica mano ad aver lasciato traccia nel codice dopo quella del copista del testo. Il Neap. II C 32 si doveva comunque trovare in Italia nella prima metà del Cinquecento, dove fu acquisito da Girolamo Seripando (1493-1563), uno dei principali architetti del concilio tridentino; alla morte di Seripando, sopraggiunta a Trento nel 1563, esso entrò con il resto della sua collezione libraria nella biblioteca del convento agostiniano di San Giovanni a Carbonara di Napoli. Anche in questa sede, tuttavia, il manoscritto suscitò poco interesse: fu dimenticato nei più antichi inventari della biblioteca conventuale e non fu preso in esame nemmeno da Jean Mabillon, il grande studioso francese considerato il fondatore delle discipline della Paleografia e della Diplomatica, quando egli visitò San Giovanni a Carbonara durante il suo soggiorno napoletano, tra la fine del 1685 e l’inizio del 1686. Manca, nel primo foglio, la datazione di pugno di Mabillon che è invece presente in quasi tutti i codici di San Giovanni a Carbonara. Con gli altri volumi della biblioteca conventuale, il Neap. II C 32 passò nei primi anni dell’Ottocento alla Reale biblioteca di Napoli, oggi Biblioteca nazionale: qui verso la fine del secolo fu riscoperto dai filologi classici, che si accorsero del suo valore come testimone del testo di Filone di Alessandria, dei retori Filostrato e Imerio e della traduzione greca dei carmina amatoria di Ovidio realizzata a Costantinopoli nella prima età paleologa.

Ottavia Mazzon ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze linguistiche, filologiche e letterarie presso l’Università degli Studi di Padova in cotutela con l’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Per l’anno accademico 2021-2022 è Frances A. Yates Long-term fellow presso il Warburg Institute. I suoi interessi di ricerca intersecano la storia della lettura e della ricezione dei classici greci e latini da Bisanzio al Rinascimento veneziano, le modalità di organizzazione del sapere e le dinamiche di produzione e circolazione dei libri manoscritti greci.

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