Leggere per scegliere. La pratica della recensione nell’editoria moderna e contemporanea, Andrea ChiuratoDott. Andrea Chiurato, Lei ha curato l’edizione del libro Leggere per scegliere. La pratica della recensione nell’editoria moderna e contemporanea pubblicato da Mimesis: quale importanza riveste, nella critica e nella teoria letteraria, il genere della recensione?
La recensione continua a rivestire un ruolo di primaria importanza sia sul versante della critica letteraria sia su quello dell’informazione libraria, mentre sul fronte della riflessione teorica essa non sembra aver goduto di pari attenzione sin dagli albori della modernità. Ciò ha portato a curioso paradosso: pur essendo una pratica presto diffusasi in ogni settore del mercato dei beni simbolici, le indagini dedicate al suo statuto e alle sue funzioni si sono trovate spesso relegate ai margini degli studi di ricezione o della storia dei media, senza riuscire a offrire una cornice ermeneutica unificante nel lungo periodo.

Come sottolineato nell’introduzione di Leggere per scegliere, solo negli ultimi decenni si è verificata un’inversione di tendenza in direzione di una rivalutazione di questo fenomeno, grazie anche alle nuove prospettive affermatesi nei periodical studies. A dispetto dei risultati sinora raggiunti sul piano di una complessiva sistematizzazione metodologica, la mancanza di condivisi modelli analitici ha tuttavia rappresentato un non trascurabile ostacolo nel dibattito scientifico ed è muovendo da siffatta constatazione che il Dipartimento di Comunicazione, arti e media dell’Università IULM ha deciso di promuovere una serie iniziative di ricerca in tale ambito.

I vari saggi raccolti nel volume pubblicato da Mimesis, accompagnati dal recente convegno Oltre i confini della recensione (link: https://www.iulm.it/speciali/oltre-la-recensione), mirano ad offrire un primo bilancio a riguardo, restituendoci uno spaccato su un orizzonte in costante evoluzione. Vista la molteplicità di spunti emersi e di questioni ancora aperte sarebbe in verità arduo individuare un’unica dominante, anche se trovo che l’interesse dimostrato da accademici di differente formazione riconfermi la pressante necessità di affrontare un simile oggetto di studio in un’ottica sempre più transmediale e interdisciplinare.

Quali sono le caratteristiche del genere della recensione?
Per rispondere a un quesito tanto complesso occorrerebbe anzitutto stabile cosa intendiamo per “genere” e, una volta accordatisi su tale termine, focalizzarsi su come e perché la recensione sia divenuta un genere a sé stante.

Personalmente preferisco intendere il genere alla stregua di un “codice” volto a regolare sia la composizione di un messaggio, sia le sue modalità di decodifica all’interno un determinato contesto. Attenendomi a tale presupposto direi dunque che la recensione letteraria si configura un genere ibrido, ossia uno spazio discorsivo ove valutazioni di ordine critico si intrecciano con le dinamiche del mercato editoriale e del mondo dell’informazione libraria.

Come sottolineato a suo tempo da Vittorio Spinazzola, il recensore tende generalmente a porsi di fronte al testo «allo scopo di darne conto a quanti possano esserne interessati». L’atto stesso di recensire un libro, un film, un album musicale o qualunque altro “bene simbolico” implica quindi due operazioni complementari: selezionare e valutare un’opera alla luce di un determinato orizzonte delle attese.

Oggi si discute molto sul secondo aspetto, ossia su quali siano le competenze e i presupposti di legittimità su cui si fonda l’espressione del giudizio ma, in buona sostanza, tale impostazione tende a trascurare in quale misura lo status del recensore, il suo ruolo di guida nei confronti del pubblico o di arbitro del gusto, siano andati profondamente modificandosi nel corso dei secoli.

Storicamente la critica ha sempre assolto alle funzioni di selezione e giudizio, eppure è solo a metà del Seicento, con l’affermazione dei primi periodici e gazzette, che la recensione assume la peculiare connotazione che continuiamo ad attribuirle: quella di fattore di visibilità e di legittimazione nell’agone culturale; di mezzo di promozione commerciale e/o di contesa ideologica; a volte, nelle sue manifestazioni più autorevoli, persino di strumento di autoconsapevolezza della produzione artistica.

Trascurare la profonda interconnessione tra queste variegate sfaccettature o il loro declinarsi in mutevoli contesti storico-geografici rischia di indurre, come già accaduto in passato, a ritenere la book review un mero epifenomeno del «capitalismo-a-stampa», quando essa può costituire in realtà un prezioso specchio rivelatore delle dinamiche di fruizione.

Quali sono limiti e distorsioni della recensione?
Personalmente ritengo che i limiti e le possibili derive della pratica recensoria si ricolleghino da un lato all’assetto storicamente determinato di una specifica scena culturale, dall’altro alla competenza ed eticità del recensore.

Se il mercato artistico e librario è difatti definibile come un ventaglio di scelte più o meno ampio a disposizione del fruitore, il recensore mira a orientare tali scelte venendo al contempo condizionato dalla presenza di altri attori o istituzioni culturali. Prendendo attivamente parte alla negoziazione del capitale economico e simbolico, tale figura può pertanto agevolare o ostacolare il rinnovamento del gusto, promuovere o inibire indirettamente lo sviluppo di una tendenza, ma sempre e comunque dovendosi misurare con le ragioni dei “produttori” e le aspettative dei fruitori a cui idealmente si rivolge.

Oltre a questo v’è poi da considerare il risvolto etico dell’atto del recensire, vale a dire la responsabilità e l’obbligo del critico nel tutelare le sue ideali controparti: l’autore e il destinatario dell’opera. Esprimere un giudizio significa per molti versi farsi carico dell’interpretazione, ossia del possibile “uso” di un messaggio in un dato contesto. Quando invece la recensione è intesa come una narcisistica vetrina del gusto personale, subordinando l’analisi dell’opera al mero apprezzamento soggettivo, ritengo si venga meno a questo elementare principio, con esiti spesso alquanto discutibili.

Quali forme assume il genere della recensione?
Molteplici, proprio perché si tratta di un genere e di una pratica sociale estremamente mutevole. Fra le sue innumerevoli declinazioni esplorate in Leggere per scegliere abbiamo il curioso caso della recensione a fumetti, ma andrebbe menzionata parimenti l’odierna diffusione della videorecensione nell’epoca dei social e delle piattaforme multimediali.

Si potrebbe d’altronde riformulare la medesima domanda sullo sfondo di una serie interrogativi più ampio: nel determinare il successo di un libro vale più vincere lo Strega o un post di un affermato influencer? Quali sono gli odierni dispositivi di visibilità e di legittimazione culturale? Quali effetti i messaggi veicolati attraverso tali canali sortiscono sul pubblico?

La recensione costituisce in ultima analisi una delle innumerevoli sfaccettature del cosiddetto “epitesto pubblico non autoriale” (saggi, eventi editoriali, etc.) che gravitano intorno a un testo condizionandone la ricezione, né deve essere considerata a mio avviso quale una realtà a sé stante.

In quanto genere ibrido essa non essa sfugge inoltre a contaminazioni e continue trasformazioni, tanto nell’oggetto a cui si rivolge (si pensi alla notevole espansione del mondo della recensione videoludica), quanto nelle sue strategie retoriche e nei suoi supporti.

Come si è evoluta storicamente la recensione?
Sarebbe difficile, se non azzardato, tracciare una panoramica esaustiva a tal proposito sebbene si ravvisino retrospettivamente alcune variazioni degne di considerazione.

Agli albori dell’era moderna la recensione non era ad esempio chiaramente distinguibile da altre forme di marketing editoriale, configurandosi alla stregua di un messaggio con esplicite finalità promozionali. I lettori di periodici erano in larga misura consapevoli di siffatta confusione tra intento critico e ragioni commerciali (i periodici stessi erano a loro volta cospicuamente e notoriamente sovvenzionati dalle inserzioni degli editori), e ciò non destava alcuno scandalo.

Con il Romanticismo e poi con il Modernismo, si tenderà all’opposto a rivendicare una netta separazione tra gli interessi del mercato, o meglio del grande pubblico, e la logica autonoma, più o meno elitaria, di ciò che Pierre Bourdieu definiva il “campo” della “produzione pura” o d’“avanguardia”.

Guardando infine al panorama contemporaneo, direi che sulla scorta dell’avvento dei social network si è assistito a una radicale una ridefinizione del rapporto gerarchico fra produttori, intermediari e fruitori. Sullo sfondo di un più generale ripensamento del ruolo della critica le barriere d’ingresso nel campo del dibattito culturale si sono fatte ben più permeabili e porose rispetto al secondo dopoguerra.

Penso in particolare all’affermarsi della figura del prosumer la quale, grazie anche ai recenti sviluppi delle tecnologie digitali, ha sotto questo aspetto contribuito a rimodulare l’interfaccia fra offerta e domanda culturale ben al di là del mercato librario.

Andrea Chiurato è ricercatore in Letterature Comparate presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) di Milano. I suoi studi si rivolgono prevalentemente alla storia del romanzo moderno, alla traduzione intersemiotica e ai rapporti tra la letteratura e le altre arti, con particolare attenzione ai fenomeni di avanguardia e ai vari sperimentalismi affermatisi nel corso del Novecento. Ha pubblicato La retroguardia dell’avanguardia (2011), Là dove finisce la città. Riflessioni sull’opera di J. G. Ballard (2013), La metropoli ai margini. Alterità, diversità ed esclusione tra Otto e Novecento (2016), Geografie dell’esodo (2020), insieme a numerosi altri saggi.

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