Prof.ssa Margherita Losacco, Lei è autrice del libro Leggere i classici durante la Resistenza. La letteratura greca e latina nelle carte di Emilio Sereni pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura: quale spazio occupano, nella cultura poliedrica di Emilio Sereni, la letteratura greca e latina?
Leggere i classici durante la Resistenza. La letteratura greca e latina nelle carte di Emilio Sereni, Margherita LosaccoEmilio Sereni (1907-1977) fu partigiano, padre costituente, dirigente del Partito Comunista Italiano: e, insieme, intellettuale coltissimo e brillante, poliglotta straordinario, studioso disciplinato, rigoroso, pieno di curiosità. È stato forse davvero «l’ultimo degli enciclopedisti» (anche se perfino questa definizione, per molti aspetti, rischia di essere imprecisa). È dunque impossibile rispondere in modo univoco a questa domanda, perché, nella formazione e nella cultura di Emilio Sereni, le letterature e le lingue antiche si piegano a funzioni molteplici, occupano uno spazio non riducibile a unità.

Ho in mente un’immagine che mostra in modo concreto la vita molteplice – appunto – dei classici greci e latini nell’orizzonte intellettuale di Sereni: la sua biblioteca. Essa fu per Sereni, per tutta la vita, motivo di desiderio, di nostalgia, di felicità, di orgoglio, ed è conservata oggi a Gattatico, in un edificio ampio e arioso adiacente alla cascina dei fratelli Cervi. Vi sono custoditi, insieme, i suoi libri (22.000 circa), il cosiddetto archivio bibliografico (circa 750 buste contenenti spezzoni di libri e riviste, che Sereni ritagliava e strappava con la confidenza di chi ama e usa i libri), il magnifico schedario (oltre 300.000 schede fitte di annotazioni), e le carte di studio vere e proprie. In questa biblioteca le letterature antiche, greca e latina, sono ovunque.

Sono, per cominciare, nella raccolta dei libri. Nei libri già inventariati e catalogati si ritrovano i volumi che Emilio dovette mettere a frutto anzitutto per i suoi studi: e dunque, per tenermi solo a qualche esempio, gli storici, Tucidide, Diodoro, Dione Cassio, Livio, Tacito; i saggi di storia e di economia del mondo antico, di storia dell’arte e di archeologia, di linguistica e glottologia. Le tracce di questi libri, di questo sapere multiforme, si possono seguire bene attraverso le moltissime pubblicazioni di Sereni.

Le letterature antiche sono anche, e in modo cospicuo, nei libri non ancora inventariati. Dopo il 2013, cioè dopo la morte della seconda moglie di Emilio, Silvana Pecori, alla Biblioteca è giunto un lotto consistente di libri che fino a quell’epoca erano rimasti presso la famiglia: fra di essi ho ritrovato non pochi volumi di letteratura greca e latina. Nella maggior parte dei casi, questi libri sono corredati dell’ex libris di Sereni – un gallo che canta rivolto verso il «sol dell’avvenire» –, disegnato da Renato Guttuso, e dalla sua nota di possesso, recante l’indicazione di luogo e data (dell’acquisizione o forse della lettura). Fra i volumi che ho ritrovato ricorderei le edizioni Budé di Eschilo e Sofocle, che si era procurato a Roma nel 1929, quando aveva 22 anni; la Budé di Aristofane, sulla quale appone una nota di possesso («Lucca 1931») che rimanda agli anni della sua carcerazione; un gruppo di volumi della collana «Poeti di Roma» (Orazio, Virgilio, Tibullo, Ovidio, Marziale), che Sereni lesse a Milano nei mesi travagliati fra il novembre 1944 e l’aprile 1945; tre importanti saggi – il Socrate di Antonio Banfi, il Tacito di Concetto Marchesi, il Pericle di Gaetano De Sanctis –, letti a Milano nel marzo 1945; e ancora molti altri autori, dai lirici greci nella traduzione di Salvatore Quasimodo alla Budé di Rutilio Namaziano, da Plauto a Lucano a Valerio Massimo, da Platone ad Aristotele, al commento di Galeno al sesto libro delle Epidemie di Ippocrate, della cui edizione critica Sereni entrò in possesso dopo il 1956, quando era dunque nel pieno dell’attività parlamentare e politica.

Ma la presenza, direi l’incidenza della letteratura greca e latina nella cultura di Sereni non si ferma qui. Gli autori classici sono presenti nelle sue carte inedite. Il mio libro ha avuto inizio quando, qualche anno fa, ho ritrovato nella Biblioteca Emilio Sereni un fascicolo di una sessantina di fogli sciolti, in gran parte manoscritti: appunti, note di lettura, citazioni da autori antichi e moderni, trascrizioni di saggi, riferimenti bibliografici. Questi fogli non furono certamente mai destinati ad alcuna forma di pubblicazione: eppure Sereni (che curò con molta attenzione il suo lascito) ritenne di doverli conservare. Una parte cospicua di queste carte si data fra il novembre del 1944 e l’aprile del 1945 e pertiene alla letteratura greca e latina (Saffo, Eschilo, Sofocle, Euripide, Platone, Catullo, Lucrezio, Virgilio, Tibullo, Orazio). Questa porzione del lascito di Sereni ha costituito propriamente l’oggetto del mio lavoro: ho portato alla luce i suoi excerpta dagli autori greci e latini, le sue traduzioni, i suoi commenti. Nel suo diario, Sereni scrisse: «Qualche volta, le cose più vere per me le annoto sotto forma, proprio, di excerpta». Ecco, in queste pagine, Sereni affida alla parola dei classici le riflessioni più alte e ariose, ma anche intime e personali. Nelle sue trascrizioni, nelle traduzioni, nei suoi commenti, i classici si rivelano per lui depositari dell’umanità più vera, di una forma di verità ultima e radicale.

All’opposto rispetto a questa privatissima raccolta di citazioni e pensieri si colloca una terza forma di persistenza dei classici nella cultura di Sereni. Egli aveva terminato gli studi liceali nel luglio 1923, quando non aveva ancora compiuto sedici anni: la sua conoscenza, la pratica stessa del greco e del latino si fondava su una institutio scolastica della quale, a distanza di un secolo, abbiamo perso anche la memoria. Citazioni, greche e soprattutto latine – in molti casi anche solo espressioni proverbiali – sono frequentissime nel suo diario e nella corrispondenza, in particolare nel carteggio con il fratello Enzo. È una dimestichezza quotidiana e durevole, quella di Sereni con le letterature antiche: in una pagina di diario del 1946 ricorda la sua abitudine di andare «declamando Saffo o Eschilo in greco» nei momenti di solitudine, in macchina o, un tempo, nella cella del carcere. Una dimestichezza che si alimenta anche di una abitudine alla registrazione scritta: nella Biblioteca Sereni è conservato un faldone che contiene diverse centinaia di fogli sciolti, prevalentemente dattiloscritti e datati fra il ’45 e il ’48. Essi costituiscono un vero e proprio florilegio di citazioni organizzate tematicamente e alfabeticamente, in modo da essere facilmente reperibili e utilizzabili in uno scritto o in un discorso. Fra le voci, che spaziano fra i temi più vari – da Amore, a Auguri, a Libri, a Ulisse – si incontrano anche citazioni piegate, alquanto umoristicamente, sotto titoli inattesi. Un esempio può rendere bene l’idea: sotto la voce Democrazia cristiana trascrive una citazione dall’Orlando innamorato II 9, 19: «Quando costei par più quieta e doma | Alor del suo fuggire abbi paura | Ché ben resta gabbato chi li crede | Perché fermezza in lei non è, né fede».

Direi dunque, conclusivamente, che i classici greci e latini emergono e operano in aspetti molteplici della figura di Emilio Sereni: nel Sereni lettore e bibliofilo, nel Sereni politico e intellettuale pubblico, e infine nell’uomo Sereni, in una dimensione appartata, intima, a tratti quotidiana, spesso profondissima.

Nel libro Lei evidenzia come gli interessi letterari classici di Emilio Sereni siano tutti concentrati fra la fine del 1944 e l’aprile del 1945: quale significato assume questa sorprendente rivelazione?
Quando ho studiato per la prima volta il fascicolo di carte inedite conservato a Gattatico, mi sono accorta, con un certo stupore, che tutti gli appunti – excerpta e commenti – relativi agli autori greci e latini erano datati da Sereni fra il 10 novembre 1944 e il 6 aprile 1945. Sono i mesi più duri e concitati della Resistenza e della lotta antifascista, è l’inverno della fame, del freddo, del terrore. Sereni è arrivato a Milano subito dopo la spettacolare evasione dal carcere delle SS a Torino, e ha iniziato subito a lavorare per il partito e per il CLN. Nel gelo del suo appartamento clandestino – come ricorda Xenia, sua prima moglie – Emilio passa ore a preparare l’insurrezione, a scrivere: leggi, decreti, nomine. Ma non solo, evidentemente. Egli trova il tempo di rileggere i classici, di trascriverne estratti, di fermarsi a riflettere sulla traduzione; dai classici trae alimento e materia per riflettere sulle «cose più vere», per lui più vere e più urgenti.

Lavorando sulle sue carte, su questi minuti fogli a quadretti in cui nessuno spazio è sprecato, su queste trascrizioni esatte e pazienti, dove gli errori sono rarissimi, mi sono figurata che la lettura dei classici abbia rappresentato per Sereni in quei mesi molto più che una abitudine, una frequentazione familiare e consueta. È stata, anzitutto, una fonte inesausta di riflessione, anche concreta, sul presente e sull’immediato futuro: fra gli estratti i più significativi, per questo rispetto, mi sembrano quelli ricavati dai Persiani di Eschilo e dalle cosiddette Odi civili di Orazio. Ma, su un piano più generale, a me pare che, nel «leggere i classici durante la Resistenza», Sereni abbia cercato, e trovato, uno spazio di libertà e di riscatto; mi pare che la lettura sia stata per lui, in qualche modo, una forma di salvezza dal presente. Per questo ho ricordato, nella prefazione, il caso degli «angeli dei libri di Daraya», i ragazzi che per quattro anni, dal 2012 al 2016, durante l’assedio della città di Daraya, alle porte di Damasco, hanno creato e tenuto in vita una biblioteca sotterranea, segreta, in un seminterrato. Ecco, questa vicenda commovente mi è tornata in mente – e per questo ho voluto rievocarla nell’Introduzione – quando mi sono figurata Sereni, nascosto nel freddo di un appartamento milanese, provato dalle torture, segnato dalla perdita di amici e compagni, tuttavia determinato a lavorare e a combattere, che prendeva in mano libri vecchi e nuovi, libri che contenevano «parole antiche» nelle quali egli dovette cercare rifugio e conforto.

Quali riflessioni ispira in Sereni la lettura dei classici?
Ho a lungo studiato gli excerpta, la trasmissione di testi letterari per estratti, nella letteratura greca – a ben altre altezze cronologiche rispetto agli anni Quaranta del Novecento – e mi sono spesso interrogata sulla ratio, sulle ragioni della scelta, dei motivi per cui un lettore seleziona, privilegia – e talora, per le epoche più antiche, salva – un passo. Per gli autori antichi e medievali, è spesso impossibile rappresentarsi con esattezza le modalità e le ragioni dell’allestimento di una silloge di estratti. Ma studiare una raccolta di excerpta – indipendentemente dall’altezza cronologica – è una sfida che costringe a figurarsi il lettore all’opera; una sfida che porta a immaginare percorsi di lettura, suggestioni, curiosità, desideri. Significa leggere insieme a un lettore che ci ha preceduti, entrare nell’officina di un lettore e a un tempo, in molti casi, di un autore, ricostruirne l’orizzonte culturale, riconoscere la materia del suo lavoro, i percorsi e gli impulsi della sua curiosità.

Nel caso di Sereni, è possibile in molti casi rischiarare i dubbi e le incertezze che si addensano, in genere, nello studio degli estratti e delle pratiche di lettura: per la cronologia recente (almeno agli occhi di un filologo classico!), per il buono stato di conservazione dei materiali, per la ricca documentazione parallela.

Nella ricchezza, nell’esuberanza delle sue letture – e più spesso riletture – classiche si possono individuare motivi e figure che ritornano con frequenza, nelle parole degli antichi e, parallelamente, nelle riflessioni che Emilio appone accanto ad esse, a mo’ di commento. L’amore, anzitutto, e – non casualmente – la sofferenza della lontananza e dell’assenza, che egli aveva conosciuto a lungo durante gli anni della prigione, ma anche la felicità del ritorno, del ritrovarsi. La guerra, e particolarmente la guerra civile, è uno dei temi che percorre le sue letture, soprattutto di Virgilio e di Orazio. Questo è un dato rilevantissimo, perché Sereni in questi appunti privati, volgendosi al passato per riconoscervi una rassomiglianza con il presente, mostra di guardare alla Resistenza come a una forma di guerra civile: nel farsi degli eventi, la battaglia resistenziale gli appare come una guerra fratricida, e così egli la descrive ancora nel congresso del CLN dell’agosto del 1945. Subito dopo, come gli studi di Claudio Pavone hanno dimostrato, prevalse invece, per una scelta politica e insieme lessicale sulla quale non mi fermerò qui, la formula «guerra di Liberazione»: ma, nei suoi appunti privati Sereni ripetutamente guarda alla battaglia resistenziale come a una forma di guerra civile. Quando muoiono i compagni più cari, cerca conforto al dolore per la perdita: legge le Odi di Orazio, e riflette sul valore della guerra per la libertà. Quando legge la poesia augustea (Orazio, Virgilio, Tibullo), si ferma sul desiderio di pace e di campagna, di un ripiegamento raccolto e sentimentale. Ma forse la sua riflessione più ampia, più acuta e dolente si muove intorno ai Persiani di Eschilo. Sereni li legge e li commenta il 2 marzo del ’45, quando mancano poche settimane alla Liberazione. Si ferma sui versi che raccontano la resistenza degli Ateniesi («dove sono uomini, quivi è un baluardo sicuro», è la sua traduzione), che ricordano come essi – diversamente dai Persiani – non siano schiavi né sudditi di nessuno, che esortano alla moderazione dopo la vittoria; si ferma sull’immagine della battaglia ultima dei Greci, decisi a liberare la patria, i bambini, le spose, i templi degli dei patrî e i sepolcri degli avi. Il 6 aprile, quando gli eventi si fanno concitati, Sereni riprende questi stessi appunti e vi aggiunge la trascrizione di una pagina – molto significativa – del Pericle di De Sanctis: una riflessione sul rispetto della legge dovuto dai vincitori e sulla necessità di moderazione nella vittoria che sembra più che mai parlare a Sereni del presente prima e più che del passato.

Le letture di Sereni sembrano dunque travalicare il tempo degli antichi e parlare dei giorni presenti: del resto, come lo stesso Emilio scrisse una volta, «il passato è ancora vivo nel presente: cose e parole». Le sue riflessioni lo dimostrano con molta chiarezza.

Quali autori greci e latini dimostra di apprezzare maggiormente Sereni?
Le letture classiche di Sereni, come si ricostruiscono dalle sue carte inedite, dai diari e dalla corrispondenza, dalla biblioteca e dai suoi schedari, sono ricchissime, e coprono un arco cronologico assai vasto. Tuttavia, rispetto all’insieme di questa documentazione, le carte che ho studiato per questo libro danno forse conto in modo privilegiato delle sue predilezioni. Nei mesi che vanno dal novembre 1944 all’aprile 1945, Sereni si volge ai classici – lo dicevo prima – come a uno spazio di libertà e di privatezza: non è mosso dall’urgenza degli studi, dalla necessità rigorosa dell’evocazione della fonte o della completezza bibliografica. Fra gli autori antichi, più cara di tutti forse gli fu Saffo: egli stesso racconta della sua abitudine di declamare Saffo e Eschilo quando è solo; evoca e cita Saffo, «una gran donna», nei diari e nelle lettere; e pone in esergo alla sua Storia del paesaggio, accanto alla dedica alla moglie Silvana, quattro versi dell’Inno ad Afrodite. Legge con passione e domina i tragici: Eschilo e Sofocle, soprattutto (è più tiepido verso Euripide, «con il suo razionalismo sempre un po’ secco e frigido», scrive). E poi i latini: Orazio e Virgilio su tutti, ancor più che Lucrezio (che pure egli legge con attenzione, in una continua frizione con il materialismo marxiano). Nei mesi della Resistenza, riscopre Orazio come «un vecchio amico»: e, rileggendolo, considera pensosamente la bellezza dei passi che da sempre, comunemente, sono considerati «tra i più belli». Ma, soprattutto, sente «grande» Virgilio, ne coglie – scrive – la modernità, «per quel desiderio d’idillio (…) che rinasce in tempi come questi. Per questa campagna vista attraverso la lente della guerra civile, così umana.» È il Virgilio delle Bucoliche, dunque, che Sereni legge con commozione a Milano, nelle settimane che preparano l’insurrezione.

Conclusivamente, vorrei insistere su un aspetto che a me pare fondamentale. Già solo la scelta dei due poeti augustei, Orazio e Virgilio, è in sé una forma di resistenza: Orazio e Virgilio erano gli autori più di tutti incrostati di interpretazioni e riusi fascisti. Sereni aveva studiato e si era formato in una scuola già fascistizzata – e la fascistizzazione si era allargata agli autori e ai testi che meglio sembravano prestarsi all’esaltazione dei miti del ruralismo, dell’imperialismo, della vittoria dell’Occidente, della romanità in generale. Nelle sue carte, Sereni legge gli stessi autori e gli stessi testi abusati dalla cultura fascista e li carica di un valore e di un senso opposti: li rilegge attraverso lo sguardo del più tenace e intransigente antifascismo. In questa luce, le pagine di Sereni sui classici greci e latini rappresentano una forma di resistenza silenziosa anche all’occupazione fascista della cultura e della letteratura.

Margherita Losacco è professore associato di Filologia classica all’Università di Padova. Si occupa di tradizione manoscritta e storia della tradizione dei testi greci, dal Medioevo all’età moderna; ha lavorato sulla Biblioteca di Fozio, sulla trasmissione per estratti, sulle varianti d’autore. Fra le sue pubblicazioni la monografia Antonio Catiforo e Giovanni Veludo interpreti di Fozio (2003); è in libero accesso il saggio «Madre e maestra delle altre materie»: la filologia classica come scienza e metodo (2019).

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