“Le vie del giornalismo. Come si raccontano i giornalisti italiani” di Carlo Sorrentino e Sergio Splendore

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Prof. Carlo Sorrentino, Lei è autore con Sergio Splendore del libro Le vie del giornalismo. Come si raccontano i giornalisti italiani edito dal Mulino: che ruolo riveste, in una società complessa come la nostra, il giornalismo?
Le vie del giornalismo. Come si raccontano i giornalisti italiani, Carlo Sorrentino, Sergio SplendoreDirei sempre più importante. Ci siamo lasciati ormai alle spalle, per fortuna, l’illusione della disintermediazione prodotta dal digitale, per cui ciascuno di noi poteva arrivare a ogni fonte, intercettare qualsiasi informazione volesse direttamente andando in rete. Invece, proprio lo straordinario aumento di informazioni che l’ambiente digitale ha determinato rende più necessaria la presenza di intermediari che le verifichino, le selezionino e le raccontino, interpretandole e spiegandole.

Tuttavia, il sovraccarico informativo rende maggiormente selettiva la nostra attenzione. I continui stimoli che ci arrivano attraverso tante fonti, canali e con modalità continuamente cangianti fa sì che l’attenzione del pubblico sia una risorsa sempre più preziosa da conquistare per chi produce contenuti. Paradossalmente, l’informazione giornalistica compete con tutte le altre nostre forme di gestione delle informazioni, compreso il tempo che spendiamo sui social per postare nostri contenuti: foto, commenti, conversazioni con amici e parenti. È come se si fossero enormemente ampliate i tipi di concorrenza. Non a caso si parla di economia dell’attenzione, di cui l’informazione giornalistica deve riuscire a prendere una fetta. Ne consegue che il linguaggio deve adeguarsi a questa enorme esplosione, cercando di diventare più attrattivo, talvolta anche a scapito della precisione e dell’approfondimento.

Dunque, è come se l’informazione giornalistica si trovasse sospesa fra una maggiore centralità sociale, conseguente a un bisogno crescente di mediazione e interpretazione dei significati, e l’esigenza di farsi glamour per ricavare uno spazio più ampio nelle nostre agende quotidiane inzeppate di cose da fare, vedere, ascoltare, leggere.

Molto spesso negli ultimi due decenni si è parlato di crisi del giornalismo, figlia proprio di questa ambivalenza strutturale.

Come sta cambiando la professione giornalistica?
Il giornalismo sta cercando di adeguarsi al nuovo ambiente in cui si trova a operare.

Un adattamento che richiede di percorrere varie strade. Innanzitutto, imparare i linguaggi specifici dei diversi canali di comunicazione. Oggi qualsiasi testata giornalistica sa che deve distribuire i propri contenuti attraverso tutti i canali, ognuno dei quali ha proprie prerogative, proprie affordances. Si pensi al variegato mondo dei social, dove ciascun social network presenta specifici attributi e richiede linguaggi adeguati. In secondo luogo, non si può dare più per scontato quale sarà l’accesso alle informazioni del proprio pubblico, le cui modalità di fruizione vedono un articolato mix fra forme tradizionali e forme innovative di consumo. Mentre prima si diceva “l’ho letto sul giornale”, “l’ho ascoltato alla radio”, “l’ho visto in TV”, oggi frequentemente ripetiamo “ho sentito da qualche parte”; per tutti noi è diventato difficile rammentare esattamente da quale fonte abbiamo ricevuto una notizia, proprio perché costantemente sommersi dalle stesse. Ironicamente si potrebbe dire che da qualche parte è diventato il luogo elettivo dell’informazione.

Il giornalismo non è più l’istituzione preposta a trasportare un contenuto, un’informazione da una fonte a un pubblico, corredandola delle classiche attività professionali: selezione, verifica, gerarchizzazione, presentazione. Ormai sia le fonti che il pubblico competono nella produzione e distribuzione delle informazioni e il giornalismo deve riacquistare una sua differente consistenza. Prima deteneva un primato indiscusso nello stabilire cosa fosse importante e interessante da portare alla pubblica attenzione. Ora con l’esplosione di fatti, temi, attori sociali, tutti rilevanti in una società complessa che presenta al suo interno tante stratificazioni e appartenenze, queste evidenze diventano meno nette. Le fonti informative sono talmente tante e in competizione fra loro che non ci si può fermare al requisito dell’eccezionalità, dell’inconsueto, della rottura della quotidianità, sintetizzata nella nota formula: fa notizia l’uomo che morde il cane. L’eccezionalità deve essere elevata al quadrato, ma per questa via si rischiano iperboli narrative che allontanano dall’esigenza di spiegare, far comprendere un mondo diventato molto più complesso da raccontare. Ne consegue che convivono forme estreme in cui, da una parte, prevalgono la valutatività, l’eccesso, la radicalizzazione delle emozioni; dall’altra, iniziano a farsi strada forme d’approfondimento, lavori di ampio respiro interpretativo, tesi a soffermarsi proprio sulla maggiore complessità delle cose, ad andare oltre il racconto dell’eccezionale. Si parla di giornalismo costruttivo, che non si ferma a enunciare problemi, ma anche individuare soluzioni; di slow journalism, riprendendo la fortunata formula adoperata per il cibo. In sintesi si può dire che si oscilla fra una riduzione della complessità che spesso diventa semplicistica e un’articolazione della complessità, necessaria per raccontare l’ampio spettro di fatti da portare all’attenzione dell’opinione pubblica.

Quale idea hanno del loro ruolo, i giornalisti italiani?
Prevale nettamente quello che noi definiamo un ruolo monitorante, in cui il giornalista continua a vedersi come “occhi e voce” delle persone, chiamati a coinvolgere il pubblico in una partecipazione attiva alla vita pubblica. È interessante notare come respingano decisamente la funzione di fiancheggiamento della politica, così come quello di professionisti chiamati a confezionare un prodotto adatto al mercato di riferimento, più di quanto non accada negli altri Paesi. Possiamo dirlo a ragion veduta, poiché i dati presentati nel nostro libro sono relativi a un approfondimento su un campione italiano di circa 500 giornalisti, ma all’interno di una survey internazionale che ha coinvolto 56 Paesi.

Se l’idiosincrasia per il mercato è ricorrente negli studi sul giornalismo italiano, più interessante l’esigenza di prendere le distanze dalla politica. Probabilmente, una risposta attribuibile proprio alla volontà di respingere un’intrinsecità con la politica che continua a essere molto forte nel nostro immaginario, anche perché effettivamente i temi politici sono presenti – almeno nei media mainstream – molto di più rispetto a quanto non accada negli altri Paesi.

Ma il dato più interessante è che questa visione del proprio ruolo professionale la ritroviamo senza distinzione di genere, età, collocazione professionale. Come se la socializzazione redazionale, la socializzazione pratica svolta sui luoghi di lavoro continuasse ad avere una funzione centrale, pur negli enormi cambiamenti in cui si svolge la professione giornalistica.

Quali influenze percepiscono da parte della politica, del mercato, dell’innovazione tecnologica?
Le influenze sono indubbie, anche se gli intervistati tendono a relativizzarle e dirsi più condizionati dai vincoli produttivi e organizzativi. Molto probabilmente in queste risposte si possono leggere gli enormi cambiamenti posti dalla digitalizzazione, a cui abbiamo già fatto riferimento. È come se i giornalisti con maggiore esperienza avvertissero questi mutamenti come una forza ineluttabile che non riescono a controllare del tutto. Sono i più giovani, quanti lavorano nelle testate locali e, ovviamente, coloro che svolgono la propria attività per i media digitali ad analizzare con più naturalezza le enormi potenzialità poste dall’innovazione tecnologica.

Come ritengono stia evolvendo il rapporto con il pubblico?
Tradizionalmente il rapporto con il pubblico è sempre stato al centro del lavoro giornalistico. Anche se questo pubblico può essere declinato in tanti modi: come cittadino da informare fornendo quanto si ritiene d’interesse pubblico, oppure consumatore da convincere ad appassionarsi a quanto si offre loro. Senza infingimenti, i giornalisti sanno che queste due dimensioni in realtà convivono. Anzi, per l’accresciuto livello della concorrenza, sta diventando sempre più importante piacere oltre che interessare. Non a caso i media maggiormente valutativi, che assumono posizioni nette, stanno acquistando più spazio, perché consentono una più facile identificazione da parte del pubblico. Piacciono perché dicono le cose come vogliamo sentirle. Anche se quest’evoluzione favorisce la creazione delle cosiddette “bolle informative” in cui rinchiudersi, diventando così meno sensibili ad altri punti di vista, alle ragioni degli altri. Peraltro, proprio questa deriva è ritenuta una delle principali cause dell’incivility e dei discorsi d’odio: con il pubblico diviso in tifoserie.

Ma in realtà il rapporto con il pubblico sta cambiando anche per altri due motivi. Da una parte, per le redazioni è possibile sapere in tempo reale chi è interessato a cosa, chi legge cosa, quali video si scaricano; conoscere precisamente i percorsi di una notizia. Tutto ciò induce a flettere la notiziabilità verso le informazioni che ottengono più attenzione. Ne è conseguito sia l’allargamento dei temi e degli attori sociali trattati dal giornalismo, sia, talvolta, la predilezione per le cosiddette soft news. Dall’altra parte, il cambiamento nelle forme di fruizione – per cui ognuno riceve in continuazione notizie sui propri device e può condividerle, commentarle, arricchirle – rende potenzialmente più coinvolgente, più interattivo, più partecipativo il ruolo del pubblico. Ancora una volta – e abbastanza comprensibilmente – sono i più giovani e quanto operano nell’ambiente digitale a cogliere – e con piacere – questa sfida.

Quali sono le loro aspirazioni, le aspettative sul futuro individuale e collettivo della professione?
Il giornalismo continua a essere una professione molto ambìta. Anche se oggi la frammentazione e la diversificazione nelle forme di produzione dei contenuti rende sempre più difficile stabilire i confini del giornalismo e, di conseguenza, distinguere precisamente chi sia un giornalista, chi lavori prevalentemente attraverso tecniche giornalistiche, chi svolga soltanto alcune volte – e per i fini più diversi – atti giornalistici. Non a caso il giornalismo viene descritto come un boundary work, un lavoro in cui i confini di cosa possa essere definito propriamente giornalistico diventano sempre più labili. Un’evoluzione con cui l’ordine professionale e i sindacati di categoria si stanno confrontando, non senza difficoltà.

Anche il riconoscimento economico presenta una realtà profondamente divaricata, con giornalisti che continuano a svolgere un lavoro dipendente ben remunerato e tanti altri – ovviamente soprattutto fra i più giovani – chiamati a lavorare in condizioni davvero difficili, con contratti più precari. Se il precariato lavorativo è sempre un problema etico prima che sociale, nel caso del giornalismo diventa anche un problema di fiducia: in queste condizioni un giornalista è più esposto, che non vuol dire ricattabile; tuttavia, se deve guadagnare in base alla produttività sarà indotto a pensare maggiormente alla quantità piuttosto che alla qualità del proprio lavoro.

Infine, c’è l’innovazione tecnologica. È apparso molto chiaro a tutti gli intervistati come sia un fattore destinato a modificare strutturalmente le forme e i tempi della produzione, della distribuzione e della fruizione delle informazioni. Molto del successo professionale sarà la conseguenza del modo in cui i singoli professionisti sapranno adattarsi a queste trasformazioni individuando modalità di svolgimento peculiari, in cui sia sempre più chiaro come i giornalisti non abbiano più l’esclusività e l’assoluto controllo nel determinare cosa è importante e interessante, ma devono costruire quotidianamente il proprio capitale fiduciario in base alla capacità di coinvolgere il pubblico e d’assicurare trasparenza nelle modalità di lavoro.

Carlo Sorrentino è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Firenze. È direttore della rivista «Problemi dell’informazione». Tra i suoi libri: Il campo giornalistico. I nuovi orizzonti dell’informazione (2006); Tutto fa notizia. Leggere il giornale, capire il giornalismo (2010), entrambi pubblicati da Carocci; ha inoltre curato Le parole della comunicazione (Pacini, 2018).

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