Le sorelle Donguri, Banana Yoshimoto, trama, recensione
Siamo le sorelle Donguri.
Siamo due sorelle che esistono solo tra queste pagine.
Vi succede mai di sentirvi meglio dopo aver scambiato con qualcuno messaggi su cose di poca importanza?
Scriveteci quando volete.

Si apre così il nuovo romanzo di Banana Yoshimoto, scrittrice giapponese che ha conquistato il pubblico italiano con il caso letterario di Kitchen pubblicato nel 1991 da Feltrinelli.
Banana Yoshimoto ci riapre del porte del mondo nipponico e lo fa attraverso gli occhi di Guriko, una delle due sorelle protagoniste del romanzo che insieme a Donko gestisce un sito nato per rispondere a una delle esigenze primordiali dell’essere umano: raccontare di sé.

Le due sorelle sono legate da un cordone ombelicale inscindibile che inizia dai loro stessi nomi, la cui unione forma la parola donguri, che in giapponese significa ghianda, proprio come il frutto dell’albero che il loro padre amava raccogliere nel giardino dell’ospedale mentre la loro madre dava alla luce la primogenita, Guriko.
Cordone ombelicale che non ha cessato di esistere dopo la morte improvvisa dei loro genitori, e che ha portato le sorelle Donguri a trascorrere la loro infanzia con gli zii e in seguito a prendersi cura del nonno infermo che rivelerà loro un animo docile dietro al suo atteggiamento arcigno.

Donko e Guriko sono due animi complementari, e non solo per i loro nomi. La prima, animo forte, indipendente e a tratti ribelle, sembra quasi stonare con l’innata inquietudine e malinconia della secondogenita, che trascorre la sua vita nel turbinio delle sue riflessioni sull’esistenza e il suo modo silenzioso e discreto di rapportarsi con la realtà che la circonda.

La minaccia non viene dall’esterno: è la nostra parte più intima che rischiamo di perdere di vista.

Ed è proprio dalla voce interiore di Guriko che si scatenano le più profonde domande sugli uomini e il senso della loro vita che si snodano e intrecciano con le vicende del romanzo e che porteranno le due sorelle a decidere di aprire un sito grazie al quale le persone possano scrivere dei loro problemi per cercare una parola di conforto o semplicemente per parlare di sé.

Donko ha il compito di rispondere ai messaggi e intessere la trama, e Guriko aggiusta il tono, corregge la rotta e cataloga le mail.
Ma la realtà delle sorelle Donguri non si risolve solo dentro i confini della vita reale, ma esplora anche i mondi dell’inconscio, del sogno, delle anime che dialogano tra loro e intessono le fila delle vicende.

Infatti, in seguito a una e-mail da parte di una giovane vedova, a Guriko apparirà in sogno il suo primo amore giovanile, Mugi-kun, che la trasporterà in un vortice di memorie e ricordi affettuosi e la spingerà a andare alla ricerca del ragazzo, ormai uomo, per scoprire se è ancora in vita. Il viaggio di Guriko non è solo un viaggio nei ricordi, ma un’esplorazione incessante nel suo animo nostalgico che la porta ad alternare momenti di involuzione malinconica e spinte vitali di rinascita mentre osserva la confusione del mondo e percorre il suo cammino di crescita.

Un tenue sfavillio che potrebbe spegnersi se mi mettessi alla ricerca della verità, ma che invece devo cercare di alimentare senza lasciarmi confondere, andando avanti a schiena dritta.

Eppure l’unica persona con la quale Guriko riesce a dialogare e condividere i suoi pensieri contrastanti è proprio la sorella Donko, che dietro le sue rivendicazioni ribelli di indipendenza nasconde una animo altrettanto inquieto. Attraverso il loro sito, le due sorelle in realtà finiscono per dare risposte alle loro domande che da sempre sono rimaste senza risposta e a trovare, se non una giustificazione alla morte dei loro genitori, quantomeno una soffiata d’aria limpida che permetterà loro di fare pace con le inquietudini del passato e gettare un nuovo spiraglio di luce nel futuro.

Banana Yoshimoto dipinge con i suoi tocchi delicati un quadro nel quale dialogano sogni e vicende reali, in una scrittura a tratti fotografica, all’interno della quale le stesse fotografie diventano parte integrante e narrativa del romanzo.
Con il suo stile limpido che non manca di slanci lirici, riesce a trasportare il lettore in quel mondo costellato da corrispondenze di suoni, profumi, cibi e costumi in perfetto stile nipponico che si intersecano con la voce delle sorelle Donguri e le affiancano nel loro percorso di superamento del dolore e condivisione.

Si viene a creare dunque una tela che induce il lettore alla meditazione, all’introspezione e all’ascolto di quelle voci sussurrate che provengono dai ricordi che non possono fare a meno di dialogare con il presente e riaffiorare come a voler comunicare qualcosa di importante.

Una persona muore e fa un cerchio sull’acqua che si allarga a includere chi gli sta intorno. Ciascuno di noi occupa una porzione di spazio in questo mare enorme che è la somma di tutte le nostre anime, ed è uno spazio uguale per tutti.

Irene Labate