Le sette dinastie, Matteo Strukul, trama, recensioneSiamo nel 1418, in Italia. È l’inizio del periodo d’oro delle Signorie, potentissime famiglie che sono arrivate al potere con ogni mezzo e che l’hanno mantenuto con pari determinazione. I Visconti e gli Sforza a Milano, i Gonzaga a Mantova, i Medici a Firenze, gli Estensi a Mantova e Reggio Emilia. Sono famiglie che possiedono una nobile e lunga stirpe (molte, come i Visconti, sono note alla storia fin dal X secolo) o che si sono letteralmente fatte da sole grazie all’abilità in guerra o alla loro ricchezza dovuta ai commerci. I loro affiliati sono influenti, politici e militari di spicco, mecenati, banchieri, diplomatici di professione. In nessuna nazione in tutta Europa dell’epoca la storia ha sperimentato qualcosa di simile. E anche nei secoli a venire, poche famiglie hanno saputo eguagliare la ricchezza e la liberalità dei Medici, ad esempio o la spregiudicata determinazione a mantenere il potere dei Colonna. Quale ricca stirpe inglese, ad esempio, può vantare un avo che è arrivato a sottrarre al papa il suo tesoro pontificio e sobillare Roma intera per poterlo far vacillare sul soglio di Pietro?

Non dimentichiamo, per l’appunto, le potentissime famiglie romane che da secoli e per secoli hanno intessuto rapporti strettissimi con la Chiesa: Colonna, Orsini, Conti.

Il quadro, insomma, è dei più entusiasmanti e promettenti. Ricchissime, sfarzose e influenti corti di nobili concentrate prevalentemente nel nord e centro Italia. Uomini d’armi coraggiosi, intelligenti, passati alla storia per le loro gesta. Donne di corte avvenenti, intelligenti e colte (e, a volta, crudeli più dei rispettivi mariti o amanti).

Ma ovviamente, è tutt’altro che rose e fiori. Le lotte intestine, gli omicidi (letteralmente, pugnalate alla schiena, avvelenamenti, delazioni e tradimenti) squassano fino alla radice famiglie così potenti che, ad oggi, molti Stati al mondo non hanno mai avuto la loro ricchezza, o la loro influenza nello scacchiere politico. Battaglie per contendersi il predominio su un territorio possono finire in una vittoria gloriosa o in un macello, in pochi istanti e con una singola decisione improvvida presa nel momento meno opportuno.

Filippo Maria Visconti, il primo personaggio (e uno dei più importanti) che incontriamo nelle Le sette dinastie, è a conoscenza di tutto ciò. Verrebbe quasi da dire che è egli stesso parte integrante di questo clima culturale e politico, nonché uno dei suoi più autentici e appassionati creatori. È l’ultimo di una nobile e antica famiglia, i Visconti, che bene o male decide la sorte di Milano e dei terreni limitrofi da circa trecento anni. È un uomo estremamente intelligente, e brutale, incredibilmente avido: è disposto a tutto pur di riprendersi il Ducato di Milano, che gli spetta di diritto secondo la sua mente paranoica. Per renderci conto che le sue non sono parole, arriva a sposare Beatrice Lascaris al solo scopo di poter ritornare proprietario del suo Ducato, seguendo le tortuose e impervie strategie politiche che (all’epoca ma non solo) spesso e volentieri passano più da un matrimonio che da un accordo diplomatico. Il suo odio verso la moglie è spassionato, sincero, smisurato, perché covato in anni e anni di continue umiliazioni quotidiane. Lui, purtroppo, è rachitico e gravemente claudicante, cammina esclusivamente con l’ausilio delle sue insostituibili stampelle di legno. Con il tempo, invecchiando, lo stato di salute peggiora e il suo corpo decade lentamente, con suo sommo disappunto e sdegno: le gambe sempre più segaligne, la pancia prominente e flaccida. Beatrice, donna fiera e poco incline a subire le ire e le stramberie del marito, per quanto potente, ha passato anni a tenergli testa e trattarlo con disprezzo. Finché Filippo Maria incontra Agnese, una dama di corte tanto ambiziosa quanto lui: insieme ordiscono un finto caso di adulterio e Beatrice Lascaris finisce decapitata una fredda notte d’inverno, a pochi chilometri da Binasco. L’umore nero, rancoroso e bilioso di Filippo Maria è alle stelle. Avrà la sua vendetta e a breve potrà giacere con l’unica donna che l’abbia mai capito e che sappia eccitarlo. Dopo l’esecuzione, compiuta con un’ascia perché è più infamante di una spada, Filippo Maria porta la testa mozzata della moglie in un porcile. Qui si palesa per la prima volta, in tutta la sua tetra magnificenza, la natura paranoica, violenta, superstiziosa e cinica di quest’uomo rachitico.

Questo tanto per rendere l’idea di si cosa potrà aspettare il lettore leggendo Le sette dinastie di Matteo Strukul. L’epoca delle Signorie è un periodo brillante, entusiasmante ed eccezionale per l’Italia, dove arte e cultura ed economia sono riuscite a creare una società davvero unica per i tempi. Eppure, ci sono anche le note dolenti, che non sono poche e oggi potrebbero sorprenderci per il loro carattere estremo. Tuttavia, non è così sorprendente se consideriamo il contesto. La posta in gioco (denaro, una smisurata quantità di denaro, il potere su una città o una regione, il prestigio di essere mecenati ad una corte rinomata, il rischio di perdere i propri possedimenti in battaglia o per un oscuro gioco di potere) è talmente alta da togliere qualsiasi scrupolo ai protagonisti di questa storia (e della Storia), portandoli a compiere azioni efferate o talmente audaci da sembrare finzione. Mai come in questo caso la realtà supera la fantasia.

Ma chi sono le famiglie protagoniste di questo romanzo?

Ci sono i Visconti a Milano, con Filippo Maria e Agnese, Francesco Sforza e i Savoia (con la seconda sposa del Duca, Maria). Ci sono i Condulmer a Venezia con Gabriele Condulmer, passato alla storia come Papa Eugenio IV, la sorella Polissena e il fratello Antonio, Niccolò Barbo e per un breve periodo anche Francesco Bussone, detto il Carmagnola. A Roma, in quella inestricabile congerie di lotte segrete tra famiglie influenti, contaminazioni tra la politica, l’esercito e la Chiesa, di faccendieri di professione, diplomatici prestati alla Chiesa e prelati prestati alla diplomazia, ci sono le potenti famiglie dei Colonna, dei Conti, e dei famigerati Borgia. Queste, le famiglie più importanti intorno alle quali gravitano durante la vicenda gli Estensi di Ferrara, i Medici di Firenze, gli Aragonesi a Napoli.

Il romanzo si articola fin da subito come un interessante e intricato affresco rinascimentale, denso di colori dalle tinte forti, la cui composizione è articolata e ramificata al punto che si rischia di perdersi al suo interno. La storia è raccontata in modo corale, alternando i diversi punti di vista dei personaggi e (conseguentemente) delle famiglie di appartenenza, rivelando non solo le posizioni dei diversi schieramenti (i desideri, le mire politiche, le aspirazioni, le più avide e sconfinate ambizioni) ma anche le insondabili contraddizioni all’interno delle famiglie, i dissapori tra fratelli e le più astiose rivalità.

I Visconti, con Filippo Maria e poi la figlia Bianca Maria, vogliono mantenere il dominio sul Ducato di Milano e prosperare, dopo una lunghissima guerra (condotta da Filippo Maria) contro Venezia, la Serenissima, che ha affamato il popolo e svuotato le casse del castello.

I Condulmer, a Venezia, per una ragione analoga stanno facendo carte false per poter far salire Gabriele al soglio pontificio. Garantirsi l’influenza di un papa, e di tutta la corte papale, potrebbe essere la carta vincente per affrancare Venezia da una guerra che, nonostante l’intervento di uno dei più validi condottieri dell’epoca, il Carmagnola, di fatto è rimasta in stallo e non ha portato una vittoria definitiva. Non a caso, durante una riunione di famiglia che assomiglia decisamente di più ad un incontro diplomatico, viene detto: «Non possiamo fallire» in merito alla probabilità di far eleggere Gabriele Condulmer a pontefice.

I Colonna, a Roma, con i fratelli Antonio, Odoardo, Prospero, Stefano e Salvatore, cercano di arginare il tracollo della loro fortuna in città a seguito della morte di Martino V e l’elezione di un papa “straniero” e inviso. Come per le Signorie precedenti, la situazione è estrema: non c’è margine di errore e non ci si può aspettare dal prossimo (che sia una famiglia rivale, un’altra Signoria o anche i parenti più stretti) né pietà né comprensione dopo che il precedente papa, Martino V appunto, aveva elargito tante e tali regalie ai Colonna, sotto forma di titoli, terreni e denaro, da renderla la famiglia più potente dello Stato. Le faide e le vendette, specialmente su esponenti un tempo influenti e potenti e ora caduti in disgrazia, possono raggiungere vette di crudeltà stupefacenti. Salvatore Colonna, fedele alla linea sostenuta dal ramo familiare di Palestrina, non esita a tagliare la gola al fratello Stefano, in una buia notte dietro Campo de’ Fiori, e pugnalarlo sei volte nel fianco quando è già caduto morto a terra. Il motivo? Stefano, voltando le spalle al ramo della sua famiglia che era apertamente ostile al papa, voleva trovare un accorto con Eugenio IV per far sì che la famiglia (in tutti i suoi rami) non si vedesse spogliata dei suoi beni e Roma non fosse (per l’ennesima volta) passata a ferro e fuoco a causa di una lotta di potere.

Prendiamo il caso di Francesco Bussone, detto il Carmagnola. Ha aiutato Filippo Maria Visconti a riprendersi il Ducato di Milano, impegnando anima e corpo in questa impresa che inizialmente aveva del disperato; ha rischiato la sua vita in ogni singolo scontro armato che è servito ai Visconti per riprendersi Milano; ha condotto campagne in modo arguto e impavido, inanellando un successo via l’altro. È stato un capitano di ventura perspicace, abile, coraggioso: senza arrivare alla notorietà di Francesco Sforza, è stato un soldato valoroso. Raccogliendo i successi delle sue brillanti campagne, si è fatto via via insignire di titoli nobiliari e possedimenti finché l’avidità e l’ossessione per il tradimento di Filippo Maria Visconti non l’hanno costretto ad allontanarsi, reietto e spogliato di ogni bene, dal Ducato di Milano. Pur servendo sotto l’acerrimo nemico, la Serenissima, mantiene un rapporto controverso e insolitamente umano con Milano e con il suo Duca (debolezza che pochi personaggi hanno avuto). Finché cede alle lusinghe e alla corruttela di Filippo Maria, abbandonandosi alle lusinghe e alle offerte del consigliere di corte, Pier Candido Decembrio. L’ira del Doge si abbatte su di lui senza alcuna pietà e così verrà giustiziato in piazza San Marco, coperto d’infamia dal popolo e dai nobili che assistono alla scena: la sfortuna lo perseguiterà anche dopo la sua morte, poiché il boia avrà bisogno di abbattere per ben tre volte la scure sul suo collo.

I protagonisti di questo intenso affresco rinascimentale, come abbiamo già detto, sono guidati tutti da passioni estremamente forti, che li dominano e li guidano. La fame di potere dei Colonna, ad esempio, spinge un papa (Eugenio IV) a nascondersi come un fuggiasco a Trastevere e a travestirsi da lebbroso pur di poter fuggire a Firenze. Francesco Sforza, che in vita riuscì a guadagnarsi la stima persino di Niccolò Machiavelli, oltre che essere un abile condottiero è un sagace diplomatico che è capace di sfruttare un matrimonio politico (con la figlia dello stesso Filippo Maria Visconti) e di destreggiarsi in un clima politico oltremodo scivoloso, ambiguo, complesso. Non a caso, prima di arrivare a Rivoltella del Garda per concludere un imprevedibile accordo si lascia andare ad una riflessione (lui, descritto sempre come un uomo algido, calcolatore, acuto, di sangue freddo) ad un pensiero oltremodo umano e liberatorio: «Che guerra era? Che mondo era diventato? Pugni di soldati mandati al macello per la vanità di sovrani avidi e meschini che si guardavano bene dall’infangare i propri abiti sul campo di battaglia e delegavano a quelli come lui il lavoro sporco. E per soddisfare quelle voglie, quelle ambizioni, uomini come Piccinino, Malatesta, Gonzaga, Colleoni si facevano a pezzi, tradivano principi, ideali, convinzioni. Certo, qualcuno di loro guadagnava terre e ducati, ma poi, riuscivano almeno a godersi il poco che avevano messo da parte

E così si può dire che il suono di lame sguainate e brandite apre e chiude il romanzo, accompagnando il lettore durante tutta la sua lettura. Perché il finale, sorprendente, che lascia il lettore stupefatto mentre nella fredda mattina di Santo Stefano la neve di Milano si tinge del rosso dell’aggressione e della rivolta, non possono non venire in mente le parole di Francesco Sforza.

Roberto Pinardi

Matteo Strukul è nato a Padova nel 1973. Ha già pubblicato diversi libri di successo ambientati durante il periodo delle Signorie. Ha raggiunto la fama grazie alla fortunata saga sulla famiglia dei Medici (I Medici. Una famiglia al potere con cui ha vinto il Premio Bancarella 2017), romanzo che per certi versi ha temi e personaggi in comune con Le sette dinastie.