Le scritture delle donne in Europa. Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie (secoli XIII-XX), Tiziana PlebaniD.ssa Tiziana Plebani, Lei è autrice del libro Le scritture delle donne in Europa. Pratiche quotidiane e ambizioni letterarie (secoli XIII-XX) edito da Carocci: come si sono evolute l’alfabetizzazione e la scolarizzazione femminile in Europa a partire dal Medioevo?
È bene partire precisando il quadro generale per non fare della mancata alfabetizzazione un’espressione di subalternità: la trasmissione dei saperi e delle informazioni utili alla vita quotidiana sino all’alto Medioevo e oltre era ampiamente assicurata dai circuiti dell’oralità: per lo più si ascoltava raccontare e leggere e c’era sempre qualcuno che aveva dimestichezza con la lettura e la scrittura e che pertanto poteva mettersi al servizio degli altri. Non si può dire che vi fossero significative differenze tra uomini e donne comuni: l’analfabetismo era diffuso e trasversale tra i ceti e tra i sessi. Anche gran parte dei membri maschili dell’aristocrazia non era pratica né di lettura né di scrittura e all’occorrenza si serviva di scrivani. Ma il successivo sviluppo delle città e l’espansione dei traffici commerciali crearono un bisogno maggiore di strumenti scritti, di documenti di varia natura, di svago, di devozione, di espressione della vita comunale, soprattutto per la fruizione dei ceti borghesi, degli artigiani, delle donne che andavano ad abitare da sole o in piccole comunità, sfuggendo ai legami e ai destini familiari.

Lo sviluppo dei volgari e l’affrancamento dal latino permise un insegnamento nella lingua “materna” e costituì uno dei momenti di più rilevante spinta all’alfabetizzazione femminile (e popolare); dal XIII secolo cominciamo infatti a rintracciare scritture comuni di donne: note lasciate in documenti contabili, libri di conto, ricette, rime, testamenti e al tempo stesso testi spirituali e letterari. Ma non si devono scordare le ballate, le canzoni, le ninnenanne, testi che in parte vennero raccolti dai letterati.

Come maturavano le donne le loro abilità di lettura e scrittura?
Ora noi concepiamo l’alfabetizzazione come il prodotto della scolarizzazione. Per il passato questa equazione la dobbiamo accantonare, specie per l’istruzione di base. Pochi andavano a scuola, che comunque prendeva delle forme assai differenziate: precettore domestico (anche per le fanciulle delle famiglie di ceto elevato), istruzione dal parroco, o dalla “maestra dei putti”, apprendimento nella bottega artigiana dove lavoravano anche le figlie, lezioni impartite dal maestro comunale o del villaggio, ambulante che si prestava a insegnare a leggere e a scrivere, istruzione in monastero.

Rimaneva poi un’altra strada, che fu di molti e soprattutto di molte: l’autoapprendimento. Si apprendeva “senza grammatica” – ovvero senza scuola – imitando esempi di scritture, imparando a disegnare le lettere dalla tavola di legno o dai fogli che riportavano le lettere dell’alfabeto e circolavano prima manoscritti e poi a stampa, proprio a tale scopo (si pensi alle rappresentazioni della Vergine che insegna a leggere l’alfabeto al bambin Gesù grazie a una tavoletta di legno. Ne ho scritto in un mio precedente libro, Il genere dei libri).  Le donne, questa è una costante nella storia, hanno sempre desiderato apprendere e “rubare con gli occhi” quel che potevano. Christine de Pizan raccontava, con una metafora, di aver raccolto briciole, pagliuzze e monetine che la grande cultura di suo padre aveva sparso intorno a lui.

Qual era la pratica quotidiana di scrittura per le donne?
Le donne erano attive nel mondo urbano degli scambi, nella gestione delle rendite familiari, nell’amministrazione di beni, e nell’ambito del lavoro delle botteghe, dei commerci e delle manifatture. Troviamo pertanto documenti amministrativi ma anche testamenti, di cui spesso le donne si servivano per fare giustizia, per riparare torti, per denunciare maltrattamenti dei mariti e lasciare le loro sostanze, poche o tante che fossero, a figlie e persone care. Le donne cominciarono a stringere poi una forte consuetudine con la scrittura delle lettere, per mantenere i legami con la famiglia di provenienza, con i figli. Non dobbiamo farci sviare dai giudizi dei paleografi: spesso le donne scrivevano con modelli grafici antiquati, le loro scritture sono spesso incerte e scorrette ma scrivevano, desideravano farlo e questo è ciò che più conta.

Ricordiamo poi l’esistenza di una tradizione di scrittura spirituale e di indirizzo verso la riforma dei costumi: l’autorità femminile si esprimeva sovente in un terreno che incrociava la spiritualità con la politica specie tra XIV e XV secolo era riconosciuta pubblicamente e ascoltata dai principi che spesso chiamavano le profetesse a corte per orientare il proprio governo, si pensi solo alla rilevanza di Caterina da Siena e delle sue lettere ai pontefici. Caterina scriveva ai potenti rappresentando e incarnando la voce della comunità cittadina e un’autorità morale.

Quali testi femminili ci sono giunti dalle società di Ancien Régime?
Anche se è caduto l’oblio su gran parte delle scritture femminili, è necessario ribadire, come ho fatto nel libro, che le donne hanno scritto di tutto e si sono servite di ogni genere letterario, smentendo l’idea che abbiano scritto solo di poesia d’amore e di temi sentimentali: hanno scritto di scienza (come l’inglese Margaret Cavendish) e soprattutto hanno fatto circolare nuovi saperi traducendoli in altre lingue e operando in tal modo un prezioso transfert culturale, come Marie de Cotteblanche; hanno ribattuto agli uomini nella Querelle des femmes e sostenuto come Marie Le Jars de Gournay l’uguaglianza tra i sessi, hanno scritto manifesti e libelli politici, come le Frondeuses o le donne attive nella rivoluzione inglese; hanno scritto per sostenere o combattere la Riforma; hanno scritto rime profane e religiose, romanzi, reportages di viaggi, hanno pubblicato giornali, e scritto di storia e rielaborato gli avvenimenti di cui erano testimoni, se non protagoniste, con prospettive originali. Sono state autrici di teatro, anche perché teatro e giornali, dalla metà del XVII secolo, consentivano di guadagnare con la scrittura e sostenevano pertanto il desiderio di alcune di far diventare la scrittura un vero mestiere.

Cosa significò il Rinascimento per la condizione culturale femminile?
Il Rinascimento fu un periodo di grandi opportunità di alfabetizzazione e di acquisizioni di strumenti, competenze, informazioni. L’ormai piena affermazione del volgare implicò una ‘democratizzazione’ della circolazione del sapere e un ampliamento dei generi letterari, che fu sostenuto dalla diffusione della stampa. E le lettrici, a cui il mondo dei torchi guardava con attenzione, erano andate costantemente aumentando e indirizzando così anche la produzione editoriale. A loro erano rivolti molti opuscoli utili per l’autoapprendimento o di sussidio per un insegnamento di base della scrittura e lettura. Ma il mondo dei torchi si aprì anche alle letterate e scrittrici e molte trovarono il modo di veder pubblicate le proprie opere. La cultura delle élite, nonostante l’esistenza di preoccupazioni e ostilità a riguardo dell’esercizio letterario e dottrinale da parte femminile, fece comunque da ulteriore sprone all’ingresso delle scrittrici negli ambienti letterari grazie alla promozione culturale e alla spinta educativa insita nei valori dell’Umanesimo, al ruolo influente anche a livello politico di molte dame nelle corti padane ed europee, oltre alla rilevanza del potere carismatico e spirituale delle donne. La cultura poneva al centro della riflessione l’amore come esperienza universale e insieme intimamente individuale, anche per le sue implicazioni neoplatoniche ed etiche, e si nutriva della lezione del Petrarca. Lo scambio con le donne, legittimate a parlare d’amore per esperienza, stava pertanto nel cuore del dibattito.

Quando cominciò a diffondersi una pratica comune di alfabetizzazione femminile?
Una delle spinte più forti a una diffusione della pratica della lettura e della scrittura femminile provenne paradossalmente dagli effetti delle campagne di ‘acculturazione’ dei fedeli messe in campo dalla Controriforma e egualmente dalla cultura protestante, tese a contrastare eresie e devianze, attraverso l’attività delle scuole di catechismo, di carità e l’azione di gruppi nuovi come le Orsoline: si trattò di un’alfabetizzazione di base, come quella che si riceveva nei conventi o nelle scuole della domenica, che puntava a offrire gli strumenti per leggere libri di dottrina e di preghiera e per poter scrivere le proprie esperienze spirituali sotto la direzione dei confessori o padri spirituali. Tali campagne, nonostante tendessero a far rimanere le donne all’interno di ruoli disciplinati, ebbero una vasta ricaduta nell’incrementare la confidenza con l’alfabeto e nel promuovere soprattutto nelle donne la scrittura intima, l’autobiografia, il diario, favorendo la crescita di una soggettività riflessiva e consapevole e in alcune il desiderio di misurarsi anche con la qualità letteraria e con un pubblico.

Fu solo con la scolarizzazione di massa del secondo Ottocento in tutta Europa che si riuscì però a raggiungere la maggioranza della popolazione femminile e maschile e a far varcare le aule alle bambine come soggetti aventi pieno diritto all’istruzione.