Prof. Antonio Varsori, Lei è autore del libro Le relazioni internazionali dopo la guerra fredda edito dal Mulino: quali conseguenze ha prodotto sugli equilibri geopolitici mondiali la fine del mondo comunista?
Le relazioni internazionali dopo la guerra fredda, Antonio VarsoriLa fine del mondo comunista, a dispetto di quanto accaduto nel breve arco di tempo tra il 1989 e il 1991 ha rappresentato in realtà un processo più lungo e complesso di quanto non si sia spesso affermato. Dal punto di vista politico, l’invasione dell’Afghanistan aveva dimostrato il crescente timore dell’URSS per la propria sicurezza, mentre la crisi polacca del 1980/1981 aveva rivelato come le crepe all’interno del blocco socialista in Europa fossero già molto profonde. Per ciò che riguarda la società sovietica l’arrivo di Gorbacev alla guida del Cremlino può ora essere interpretata come l’ultimo tentativo di riformare un sistema in piena crisi e in cui pochi credevano ormai fino in fondo persino all’interno della nomenklatura. Infine, dal punto di vista economico gli anni ’80 videro la ripresa del capitalismo dopo le difficoltà degli anni ’70 e l’avvio della globalizzazione. Fondamentale fu la crescente convinzione delle leadership dei paesi in via di sviluppo che la strada verso la crescita e la modernizzazione non passasse attraverso le scelte di un’economia rigidamente pianificata sotto il controllo dello stato, ma che l’inserimento nel sistema capitalistico fosse l’unica strategia pagante, come dimostrato dallo sviluppo delle “piccole tigri asiatiche” e dalle scelte delle “quattro modernizzazioni” proposte nella Cina di Deng Xiaoping sin dalla fine degli anni ’70.
Quanto agli equilibri politici nati dalla fine della guerra fredda, in termini generali si può fare riferimento all’apparente affermarsi della globalizzazione, alla convinzione circa la presenza di un’unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti, e alla possibile nascita di un “nuovo ordine internazionale”.

Per ciò che concerne il contesto europeo, la fine dello scontro fra Est e Ovest da un lato aprì la strada a una rapida riunificazione tedesca, che nel medio periodo avrebbe consentito alla Germania di esercitare la propria leadership all’interno dell’UE, dall’altro favorì l’avvio del processo di ricomposizione del continente europeo dopo circa mezzo secolo di divisione imposta dalla guerra fredda. Né può essere trascurata la fine dell’Unione Sovietica e il ridimensionamento del ruolo internazionale della Russia. In realtà la visione degli eventi di quegli anni restò prevalentemente eurocentrica o al massimo euro-atlantica, trascurando come l’inizio della globalizzazione liberasse forze nuove sullo scenario internazionale, ponendo le premesse per l’emergere – meglio sarebbe dire il ripresentarsi – di attori che nel volgere di un decennio avrebbero svolto ruoli sempre più importanti, non solo dal punto di vista economico.

Come è maturata e quali forme ha assunto l’idea di un nuovo ordine internazionale?
L’idea di un “nuovo ordine internazionale” è maturata nel contesto della fine della guerra fredda. Era infatti evidente che dapprima la crisi, in seguito la fine dell’Unione Sovietica, nonché la relativa debolezza della Repubblica Popolare Cinese offrivano la possibilità per il Consiglio di Sicurezza dell’ONU di assumere decisioni importanti senza incorrere nel rischio di un veto, come era accaduto molto spesso negli anni del conflitto fra Est e Ovest. Inoltre si diffuse la convinzione che il sistema internazionale vedesse ormai la presenza di un’unica “superpotenza”, o meglio di una “iper-potenza”, gli Stati Uniti, che avrebbe esercitato una sorta di “benigna influenza” sulle sorti del mondo, evitando, ove possibile, interventi diretti e lasciando a organismi multilaterali il compito di risolvere i problemi internazionali. In questo contesto si affermò inoltre la tendenza al cosiddetto “intervento umanitario” attraverso azioni di “peace keeping” o di “peace enforcing” in occasione del manifestarsi di crisi locali. Il “nuovo ordine internazionale” vedeva una forte attenzione nei confronti della difesa dei “diritti umani”, una tendenza che riscosse d’altronde il sostegno di ampi settori delle opinioni pubbliche occidentali, di varie organizzazioni non governative e dei media. Tutti questi elementi si inserivano nell’ambito più ampio del processo di globalizzazione che – si riteneva – non si sarebbe arrestato all’economia, ma si sarebbe esteso alla società e alla politica in un mondo che si sarebbe omologato intorno ai principi del libero mercato e della democrazia liberale. Tutto il decennio degli anni ’90 fu caratterizzato da questi elementi e da un’atmosfera tendenzialmente ottimista, che trovò una parziale espressione nel concetto di “fine della storia” dello scienziato politico americano Francis Fukuyama. Ma tale visione entrò rapidamente in crisi con gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 per essere sostituita da interpretazioni “realistiche” e pessimistiche che traevano spunto dalle riflessioni avanzate qualche anno prima di un altro scienziato politico americano, Samuel P. Huntington, sullo “scontro di civiltà”.

Che nesso esiste tra declino americano, crisi economica e l’emergere di nuovi attori internazionali?
È difficile sostenere che esista un nesso diretto fra questi fenomeni, dei quali il primo è più una interpretazione che un processo oggettivo. In primo luogo non amo la definizione di attori “emergenti” o “nuovi” riferita ai BRIC o BRICS, volendo aggiungere il Sud Africa. È difficile sostenere che la Russia, la Cina e l’India siano degli stati “emergenti”, vista la loro storia e il loro essere stati nel passato delle grandi nazioni, la Russia d’altronde è una grande potenza europea dai tempi di Pietro il Grande ed è l’erede della super-potenza sovietica. Il termine di “emergente” si può forse applicare al Brasile, che comunque sin dall’Ottocento era considerato un paese dalle grandi possibilità, e al Sud Africa. Va comunque notato come entrambi da alcuni anni siano condizionati da seri problemi di carattere economico e sociale, che hanno posto in discussione il loro possibile ruolo internazionale. In ogni caso la crescita economica e il rafforzamento politico della Cina e dell’India hanno le loro radici in alcune scelte compiute dai gruppi dirigenti di queste due nazioni negli anni ’80 e che hanno cominciato a manifestarsi già negli anni ’90.

Quanto al cosiddetto “declino americano”, è singolare come questa definizione sostituisse nel giro di brevissimo tempo la definizione di “iper-potenza” e di “sola super-potenza rimasta”, sempre applicata agli Stati Uniti. L’ipotesi di un “declino americano” è sorta da un lato di fronte alle difficoltà di carattere politico e militare manifestatesi con la “guerra al terrore” dell’amministrazione Bush jr. soprattutto in occasione del conflitto in Iraq, dall’altro nel 2007 con l’esplodere della crisi finanziaria, la quale però avrebbe finito con l’estendersi su una scala globale. Nella interpretazione, ma meglio sarebbe parlare di “rappresentazione”, dei “media” occidentali il passaggio all’amministrazione Obama fu sufficiente per parlare di una “rinascita americana”. In realtà il ridimensionamento del ruolo internazionale degli Stati Uniti appare evidente, ma forse più per la presenza di alcuni attori divenuti particolarmente forti, soprattutto la Cina, che per un rapido e inarrestabile “declino americano”; non va trascurato come gli Stati Uniti continuino ad essere un fondamentale polo economico su scala mondiale e la maggiore potenza militare esistente. Ciò non deve naturalmente far trascurare il ritorno della Russia, dopo in fondo un periodo di crisi relativamente breve, all’ambizione di svolgere una funzione internazionale di rilievo, nonché le crescenti ambizioni della Cina e dell’India.

L’Europa si trova stretta tra crisi economico-sociale e crisi di identità: quale futuro geopolitico per il Vecchio continente?
Ormai da alcuni anni l’Europa vive una fase di grande incertezza e di smarrimento, determinati in larga misura dalla crisi economica, da fenomeni di difficile gestione quali i flussi migratori, da un venir meno della fiducia di ampi settori degli elettorati nei tradizionali gruppi dirigenti, da una identità che resta debole. In linea di massima si può sostenere come si sia infranto, con le dovute differenze fra paese e paese, quel rapporto di fiducia il quale consentiva alle élites europee di godere del favore delle opinioni pubbliche, sulla base di uno scambio che sembrava assicurare ai cittadini europei il benessere economico, istituzioni democratiche e un valido sistema di “welfare” in cambio di una sorta di “delega” delle decisioni in materia economica e sociale alle stesse élites. Nel quadro odierno è probabile che si manifesti una parziale ripresa dell’europeismo di fronte a un certo grado di ripresa economica e a un mutamento, anche se spesso non dichiarato, delle politiche migratorie. Il futuro del “vecchio continente” resta comunque incerto, legato alla volubilità dei mercati, alle capacità delle leadership politiche di alcuni stati membri, fra tutti la Germania e la Francia, di esprimere politiche efficaci e coerenti. L’Europa è inoltre prossima ad alcune aree di crisi particolarmente gravi, come in Medio Oriente, ed ha un vicino “ingombrante” come la Federazione Russa, nonché un’amministrazione statunitense, meno interessata alle sorti e agli equilibri europei e che persegue una politica estera ondivaga. Tutto ciò crea un quadro che nel complesso resta instabile.

Quali sono le principali aree di crisi mondiale e come ritiene che evolveranno?
Le aree di crisi sono più d’una, basti pensare nel Mediterraneo a una serie di stati i cui equilibri interni restano precari: dalla Libia all’Egitto, per non parlare della Siria, dove la guerra civile è ancora in corso e dove l’internazionalizzazione dello scontro vede coinvolti la Russia, la Turchia, gli Stati Uniti e l’Iran, le monarchie del Golfo. La questione israelo-palestinese è aperta e Israele prova un crescente timore nei confronti del ruolo giocato dall’Iran. Resta sempre aperta d’altronde l’incognita del fondamentalismo islamico e del terrorismo. Nel continente europeo la “ferita” rappresentata dalla crisi ucraina non si è rimarginata e restano interrogativi circa le intenzioni di Mosca nei confronti di questa nazione, senza trascurare i timori di alcuni paesi nei riguardi di Putin e le frizioni fra la NATO e la Federazione Russa. In Africa al problema dei flussi migratori si aggiunge l’instabilità di una serie di paesi e la minaccia di gruppi terroristici. In Estremo Oriente si è assistito a una “escalation” di minacce di moniti a proposito delle iniziative in campo militare della Corea del Nord. Non vanno inoltre trascurate le ambizioni espansionistiche cinesi che pongono Pechino in contrasto con una serie di nazioni vicine e con gli Stati Uniti.
È difficile compiere previsioni circa l’evoluzione di queste crisi locali e regionali, d’altronde il compito dello storico si limita a analizzare e a interpretare il passato, magari anche quello più recente, come nel caso di questo volume, lasciando agli studiosi di altre discipline il tentativo di delineare scenari futuri.

Quali nuovi equilibri globali sono, a Suo avviso, destinati ad imporsi nei prossimi decenni?
Come indicato nelle conclusioni del mio volume, il sistema internazionale attuale si caratterizza come sistema multipolare, in altri termini è definito dalla presenza di una serie di “grandi potenze” in grado di esercitare un’influenza su base prevalentemente regionale, per quanto gli Stati Uniti possano ancora avere una capacità di proiezione militare di carattere globale. Tutti questi attori mirano alla difesa dei propri interessi nazionali e a tal fine ricorrono a tradizionali strumenti della politica di potenza: dall’influenza economica alla forza militare. Le relazioni internazionali attuali hanno quindi qualche somiglianza con l’Europa del concerto delle potenze tra la nascita dell’impero tedesco e la prima guerra mondiale. Se prevarrà un modo di agire razionale il sistema internazionale dei prossimi anni potrà assomigliare al periodo bismarckiano con la presenza di rivalità fra le potenze e il manifestarsi di crisi locali, ma in un quadro che preveda il mantenimento della pace nei rapporti fra i maggiori attori mondiali. Ciò che conta è che non si passi a una nuova “età delle crisi” e alla convinzione che un conflitto armato possa risolvere le contraddizioni esistenti fra gli interessi delle grandi potenze o che una crisi locale, quale quella della Bosnia del 1914, si possa tradurre in uno scontro di natura più ampia.

Antonio Varsori è professore ordinario di Storia delle relazioni internazionali presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università di Padova