Le radici psicologiche della disuguaglianza, Chiara VolpatoProf.ssa Chiara Volpato, Lei è autrice del libro Le radici psicologiche della disuguaglianza edito da Laterza: quali costi ha la disuguaglianza?
Le disuguaglianze economiche e sociali hanno costi altissimi sia per i singoli individui, sia per le società nel loro insieme. La popolazione dei paesi con alti tassi di disuguaglianza presenta, rispetto a quella dei paesi con minori disuguaglianze, minore aspettativa di vita; maggiori problemi di salute fisica e psichica; maggiori tensioni sociali, dovute a livelli più elevati di aggressività, razzismo, violenza; minore mobilità sociale; minor livello di istruzione e di benessere generale. L’incremento delle disparità si traduce in un abbassamento della qualità della vita di tutti – ricchi e poveri – quindi in una minore felicità collettiva, in una minore fiducia e coesione sociale, che provocano un indebolimento complessivo della democrazia.

Vorrei suggerire, su queste tematiche, la lettura di un testo prezioso uscito nel giugno scorso, la cui traduzione italiana è appena apparsa da Feltrinelli. Il volume, dal titolo L’equilibrio dell’anima. Perché l’uguaglianza ci farebbe vivere meglio, è opera di due epidemiologi sociali inglesi, Richard Wilkinson e Kate Pickett, che da molti anni studiano i fenomeni di cui ci stiamo occupando.

Come si alimentano le disuguaglianze?
Le disuguaglianze sono alimentate da fattori strutturali, da fattori culturali e ideologici e da fattori psicosociali. I primi sono studiati da economisti come Anthony Atkinson, Branko Milanović, Thomas Piketty, Amartya Sen e Joseph Stiglitz; i secondi sono affrontati da molti lavori che sottolineano come il clima culturale e ideologico neoliberista nel quale siamo immersi porti a legittimare e rafforzare le disuguaglianze. Infine, ci sono fattori psicosociali che conducono le persone a sostenere le disparità, spesso senza averne piena consapevolezza. Questi sono i processi che mi interessano e che ho cercato di approfondire scrivendo questo libro.

Quando e come la psicologia ha iniziato ad occuparsi di disuguaglianza?
Le disuguaglianze socio-economiche e i loro effetti sui vissuti e sui comportamenti degli individui sono state poco studiate in psicologia e nella stessa psicologia sociale, che pure dovrebbe avere un’attenzione particolare per ogni forma di appartenenza collettiva. La ricerca psicosociale ha dedicato, nel corso del suo sviluppo, molta attenzione ai processi che regolano le relazioni tra generi e “razze”, ma poca attenzione ai processi che regolano relazioni e conflitti tra classi diverse, nonostante l’appartenenza di classe influisca su aspetti fondamentali della vita delle persone, quali la salute, la felicità, il benessere.

Negli ultimi anni, però, in seguito agli sconvolgimenti sociali e politici provocato dalla crisi economica iniziata nel 2008, gli psicologi sociali hanno cominciato ad approfondire le tematiche legate alle disuguaglianze di status, esaminando i modi attraverso i quali l’appartenenza di classe influenza il funzionamento psicologico e il comportamento degli individui. Parliamo quindi di filoni di ricerca recenti, che hanno però cominciato a gettar luce su fenomeni importanti, finora poco e male conosciuti.

Quali processi cognitivi e motivazionali agiscono nei dominanti?
Chi è in posizione dominante gode di un’identità sociale positiva, si sente a suo agio con il posto che ricopre in società e mira a mantenere la posizione acquisita. I processi psicologici che lo aiutano in questo percorso sono i processi di confronto sociale e i processi di attribuzione causale, che lo portano ad attribuirsi il merito per la propria superiorità sociale. I dominanti tendono ad “indossare” l’ideologia meritocratica che attribuisce il successo a sforzi e capacità, basandosi sull’assunto che le condizioni siano simili per tutti. Un’altra strategia che aiuta i dominanti a tenere a bada possibili sensi di colpa per i propri privilegi consiste nell’attribuire ai membri delle cosiddette classi inferiori la responsabilità per il loro status: così essere poveri diventa una colpa, originata da deficienze culturali, mancanza di capacità o di volontà. Tali strategie si rivelano funzionali: le persone di alto status godono infatti mediamente di buona salute, vivono a lungo, sono soddisfatte della propria vita, promuovono i valori dominanti, a loro funzionali: individualismo, mobilità, modernità.

Chi è in posizione di potere presta normalmente poca attenzione agli altri. Il potere dà al potente la libertà di inseguire i propri interessi senza costrizioni, aumenta la tendenza a perseguire i propri scopi e influenza la propensione a comportarsi in modo poco etico a proprio vantaggio, con il rischio di incrementare comportamenti arroganti e tendenze narcisistiche.

Un sentimento, però, a cui anche le persone di alto status non sfuggono è la paura di precipitare in basso, vale a dire il timore di perdere lo status sociale acquisito, timore che si accentua nei periodi di crisi e di instabilità economica come quello che stiamo vivendo.

Quali dinamiche si attivano invece in chi subisce la disuguaglianza e la accetta, interiorizzandola?
I membri dei gruppi sfavoriti occupano una posizione debole all’interno della società. Tale posizione fa sì che abbiano poca fiducia in sé e nelle proprie possibilità, sentano di contare poco o niente, dubitino di poter raggiungere obiettivi anche minimi, percepiscano uno scarso controllo sulla propria vita e provino, di conseguenza, una serie di sentimenti negativi, in cui predominano ansia, vergogna, frustrazione, rabbia.

Le strategie che i membri dei gruppi dominati impiegano per far fronte a tale stato di cose sono molteplici e diversificate, vanno dall’accettazione passiva alla ribellione aperta.

L’accettazione passiva presuppone l’interiorizzazione dell’ideologia dominante, che attribuisce agli attori sociali la responsabilità della loro condizione e del loro status. Così i membri dei gruppi svantaggiati possono arrivare a svalutare il proprio gruppo, ad accettare la situazione in cui si trovano e a sentirsi a volte, paradossalmente, contenti dei risultati ottenuti.

Un altro modo che gli svantaggiati hanno di far fronte alla loro posizione è di adeguarsi alle definizioni sociali che i gruppi egemoni danno di loro, accettando le qualità positive che vengono paternalisticamente loro attribuite, come la capacità di prendersi cura degli altri. Nelle società complesse l’equilibrio sociale si regge sull’impiego di stereotipi complementari: ai membri dei gruppi avvantaggiati e svantaggiati sono attribuite forze e debolezze che si compensano a vicenda, cosa che fa credere che ciascun gruppo riceva un equo ammontare di costi e benefici. I membri dei gruppi svantaggiati sono così portati a far proprie le credenze che descrivono il loro gruppo come incompetente e caloroso.

Una teoria interessante, anche se controversa, che ha provato a spiegare i comportamenti con i quali i membri dei gruppi subordinati accettano la loro situazione è la Teoria della giustificazione del sistema, proposta nel 1994 da John Jost e Mahzarin Banaji. Secondo tale teoria, gli individui sono motivati a difendere, sostenere, giustificare i sistemi sociali, economici e politici da cui dipendono, con la conseguenza che lo stato di cose esistente tende a essere percepito come giusto e legittimo anche da chi ne viene danneggiato. Coloro che aderiscono alle credenze di giustificazione del sistema si illudono, come il dottor Pangloss del Candide di Voltaire, di vivere nel migliore dei mondi possibili, un mondo in cui istituzioni, idee e pratiche sono considerate naturali e inevitabili.

È possibile ridurre la disuguaglianza?
Come spiega Thomas Piketty nel suo importante libro Il capitale del XXI secolo, nel corso del Novecento nei paesi più avanzati dell’Europa e del Nord America le disuguaglianze hanno conosciuto una contrazione significativa per poi aumentare nuovamente verso la fine del secolo. Una loro riduzione è quindi possibile, ma dobbiamo sapere che tale processo non è facile, né indolore. Gli studiosi ci insegnano che le disuguaglianze possono essere ridotte da forze maligne e da forze benigne. Nel 2017, uno storico austriaco, Walter Scheidel, ha pubblicato un saggio, The great leveler, sui processi che dalla preistoria a oggi hanno provocato una compressione delle disuguaglianze. Scheidel sostiene che le forze maligne – epidemie, guerre, conflitti civili, dissoluzione di stati – sono state più efficaci delle forze benigne, quali l’aumento dell’istruzione e i provvedimenti legislativi miranti alla redistribuzione delle ricchezze e delle opportunità.

Oggi le previsioni dei maggiori economisti appaiono venate di pessimismo; esse indicano che, con tutta probabilità, nel prossimo futuro le disuguaglianze continueranno a crescere, aiutate dall’alta concentrazione delle ricchezze e dal fatto che tale concentrazione rafforza il potere politico dei privilegiati, rendendo poco probabile l’adozione di provvedimenti di redistribuzione, che sarebbero per loro dannosi. È però più che mai necessario contrastare tale tendenza, perché ulteriori aumenti delle disuguaglianze non potranno che portare le nostre società sull’orlo del disastro.

Le principali ricette per ridurre le disuguaglianze sono due: la prima consiste nell’aumentare l’istruzione di tutti i ceti social. È necessario che tutti i cittadini possano accedere al sapere e avere le stesse possibilità di formazione, le stesse opportunità di partenza e gli stessi aiuti lungo il percorso. La seconda ricetta riguarda la costruzione di un nuovo pensiero, su cui basare un’azione politica volta al benessere collettivo e non al mero perseguimento di scopi individuali. L’individualismo esasperato che costituisce il nocciolo dell’ideologia imperante deve essere sostituito da un pensiero fondato sulla considerazione e sulla promozione del bene comune. Il denaro non è l’unica forma di ricchezza. Famiglia, amicizie, reti sociali, impegno politico, salute, cultura, istruzione, bellezza sono le forme di ricchezza, che dovremmo cercare di moltiplicare in un clima di maggiore uguaglianza tra tutti i cittadini.