Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina, Alessandro AresuDott. Alessandro Aresu, Lei è autore del libro Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina edito da La nave di Teseo: innanzitutto, quale definizione è possibile dare di capitalismo politico per la nostra epoca?
Il capitalismo politico è il sistema capitalista in cui l’economia è condizionata e influenzata da obiettivi politici. Nella nostra epoca, il capitalismo politico esiste anche per le economie avanzate, per diversi aspetti: la compenetrazione di economia e politica in un “tutt’uno organico”, che nei sistemi autoritari coincide con la presenza di un partito-Stato, mentre nei sistemi democratici passa per l’intrusività delle burocrazie della sicurezza e dei poteri di emergenza; l’uso politico del commercio e della finanza; l’utilizzo della tecnologia, e delle imprese tecnologiche, per scopi e vantaggi politici e all’interno dei conflitti geopolitici; la designazione di industrie strategiche e di aziende “nemiche” per la loro collocazione geografica, da promuovere oppure da avversare; il giudizio dell’economia sulla base della sicurezza nazionale, e del suo allargamento concettuale e operativo.

Oggi, la sfida tra Cina e Stati Uniti è a mio avviso tra “potenze del capitalismo politico”, perché rispondono a queste caratteristiche, che nel corso del libro cerco di descrivere, dopo aver indicato le radici filosofiche del primato della sicurezza sui mercati.

Quale rilevanza assume la rinascita, specie cinese, delle interpretazioni di Adam Smith nel contesto della crisi?
Molti lavori si sono concentrati sul ritorno di Keynes (“il ritorno del maestro”, per dirla con Skidelsky) nella crisi. A me è sembrata più interessante, e meno battuta, la pista relativa a Adam Smith. Per questo sono partito dalla rilettura fornita dall’allora premier cinese Wen Jiabao nel mezzo della crisi del 2008, quando si reca in una trasmissione della CNN per spiegare che la convivenza della “mano invisibile” e della “mano invisibile” di Adam Smith si è realizzata nel sistema cinese. Per “mano invisibile” possiamo intendere i meccanismi di mercato; per “mano visibile”, i governi, ma anche e soprattutto le burocrazie, le istituzioni di lungo corso, i comportamenti sociali radicati. Nella lettura del premier Wen, chi stabilisce i confini tra visibile e invisibile, il decisore di ultima istanza, è il Partito comunista cinese, che ha il monopolio della forza legittima e lo esercita. Il Partito dunque è superiore ai meccanismi di mercato. È condizionato dalla crescita economica per la sua legittimità, ma il ruolo del Partito non aderisce e non corrisponde solo al mercato.

Cosa rivela il confronto tra Adam Smith e Carl Schmitt per analizzare i problemi della società commerciale e il suo rapporto con i conflitti?
Sia La Ricchezza delle Nazioni di Smith che Il nomos della terra di Schmitt forniscono un affresco dell’età della globalizzazione, dell’apertura del mondo generata dall’infittirsi dei commerci settecenteschi (poi ottocenteschi) e dal ruolo dell’impero britannico e in seguito dell’impero americano.

In periodi diversi, Smith e Schmitt si interrogano sulla posta in gioco politica del commercio. A me interessa mostrare è che anche in Smith, alla nascita dell’economia politica, c’è consapevolezza del ruolo politico del commercio e del primato della difesa sull’economia.

Carl Schmitt è sempre una lettura interessante, un autore importante, anche se era un essere umano che io considero vile e spregevole per vari motivi, tra cui il suo antisemitismo, presente in vari scritti. Schmitt è molto affezionato al suo romanticismo eurocentrico: questo gli impedisce di capire davvero l’impero americano, il senso della potenza americana. Nonostante sia uno studioso dello Stato, Schmitt non comprende quanto gli apparati federali e le burocrazie (comprese le burocrazie militari) siano importanti per il potere americano. Per non parlare delle potenze asiatiche, di cui Schmitt si disinteressa.

Quali le conseguenze profonde, per l’Unione Europea, della crisi avviata nel 2007?
L’Unione Europea è uscita sconfitta da quella crisi. L’ha affrontata con un moralismo e autocompiacimento che racconto nel terzo capitolo del mio libro. L’ha attraversata senza guardare in faccia la realtà: la profonda debolezza degli Stati europei nel mondo in cui viviamo, per caratteristiche demografiche, finanziarie e tecnologiche, per scarsa coesione interna, per assenza di pragmatismo. Insomma, ci sono molte ragioni, molte conseguenze da affrontare, il catalogo è lungo.

Tra i postulati dell’europeismo c’è la fiducia nelle crisi. Una fiducia che ritengo malriposta e poco intelligente. Monnet afferma: “l’Europa sarà forgiata dalle sue crisi e sarà la somma delle soluzioni trovate per risolvere tali crisi”. Solo che questo è falso: i paesi europei si sono indeboliti rispetto alle altre potenze globali nella crisi che abbiamo vissuto. Non è che ne usciamo se facciamo riferimento a qualche meccanismo tecnico di coordinamento che magari è migliorato: forse non abbiamo idea di cosa ci sia veramente, là fuori, dove siano veramente gli altri. Ho l’impressione che questo possa accadere anche nella crisi in corso, anche se è ovviamente prematuro dare un giudizio.

Non che le conseguenze profonde della sconfitta dell’Europa mi piacciano, intendiamo. Io voglio vivere in Europa (segnatamente, in Italia e in Sardegna), con uno Stato sociale funzionante, con la libertà d’espressione. Però quello che vogliamo a volte è diverso dalla realtà, e nel libro mi occupo di descrivere la realtà, in cui esistono le “potenze” del capitalismo politico, gli Stati Uniti e la Cina, e gli oggetti, gli spazi del loro confronto, tra cui ci sono i Paesi europei.

In che modo il capitalismo cinese smentisce di fatto l’illusione dell’impossibilità di innovazione in un sistema autoritario?
Nello scorso decennio, mentre i paesi europei erano ancora impegnati a girare attorno alla crisi economica, la Cina ha aumentato ulteriormente i suoi massicci investimenti in scienza e tecnologia. Il Partito comunista cinese, attraverso le sue articolate partecipazioni, e i privati (che non possono fare nulla in aperto contrasto con il Partito), hanno realizzato una società digitale piuttosto avanzata. Sono stati usati molti e diversi strumenti del sistema che Mark Wu chiama “China Inc.”: competizione sfrenata tra governi locali, ampi sussidi settoriali, piani quinquennali, decennali, ventennali, investimenti in imprenditorialità innovativa, pervasività di sorveglianza fisica che si sposa con un concetto di libertà ben diverso dal nostro. La trasformazione digitale non riguarda solo le realtà più note, come Alibaba, Tencent, Huawei, Baidu, ma anche industrie tradizionali. Prendiamo Ping An, un gruppo assicurativo e bancario basato a Shenzhen che nel 2014 aveva 137 milioni di utenti digitali, balzati a 538 milioni nel 2018. Sostenere che questo sistema sia arretrato o basato su copie dei nostri prodotti è ormai stupido, nonché disonesto intellettualmente. Se non funzionasse, nessuno comprerebbe i suoi prodotti e nessuno penserebbe di contrastarlo. Ha problemi di sostenibilità? Crea contraddizioni? Certo. E non bisogna fare l’errore opposto: soprattutto nell’hardware e negli aspetti militari, la tecnologia cinese è di certo distante dagli Stati Uniti. Ma quello che è successo in Cina negli ultimi anni è comunque importantissimo, non si può affrontare con giudizi come “un sistema autoritario non produce innovazione”. Giudizi, peraltro, espressi al tempo della “fine della storia” dall’autore dello slogan, Francis Fukuyama, e che difatti come racconto nel libro si è trovato a dover adattare e ritrattare di continuo per rispondere al problema cinese.

Qual è il ruolo degli Stati Uniti nel capitalismo politico?
Gli Stati Uniti sono sistema di capitalismo politico perché, in quanto impero militare, debbono reggere impegni di difesa molto vasti: basi militari, navi militari, presidio marittimo, garanzie di sicurezza delle alleanze. Tutto questo, che altri Paesi chiaramente non devono fare, impegna molto e costa molto: per esempio, il Pentagono è il maggiore datore di lavoro del mondo e il maggiore investitore in ricerca e sviluppo del mondo. Il numero elevato di persone che negli Stati Uniti hanno accesso reale e potenziale a documenti riservati (quasi 4 milioni, secondo stime ufficiali) porta inoltre a un’alta preoccupazione sul pericolo che i dati della popolazione possano giungere ad aziende che, in quanto non americane, non sarebbero monitorabili da Washington. Quindi in un mondo governato dai cinesi, o in cui i cinesi hanno troppa influenza, gli Stati Uniti non ci possono stare, e se per scongiurarlo servono dei limiti alla libertà economica, gli Stati Uniti limitano la libertà economica e politicizzano il capitalismo. Questo riguarda qualunque azienda. Non è possibile che Amazon, Google, facciano quello che vogliono, se mettono potenzialmente in pericolo la sicurezza nazionale. Nessuna di queste aziende è la Compagnia delle Indie Orientali, con un potere di ricatto dettato anche dal potere militare.

Ovviamente, non è che l’economia degli Stati Uniti sia decisa nel suo complesso dagli apparati di cui io parlo nel libro, come il CFIUS e il BIS. Se tu controlli tutti gli investimenti, non ricevi più investimenti: e gli Stati Uniti sono interessati ad avere un ambiente economico attrattivo, che possa stimolare innovazioni, dove la regolamentazione non sia troppo intrusiva. Però il primato della sicurezza nazionale c’è lo stesso nel sistema statunitense, e i casi in cui viene e verrà fatto valere, in particolare contro la Cina, sono importanti.

Quale rapporto tra sicurezza e mercati?
I mercati si fermano nel momento in cui arriva la tagliola della sicurezza. Per le potenze, i rapporti economici non esauriscono la realtà, perché la sicurezza è l’interesse superiore.

Nell’ultimo capitolo del libro, faccio diversi esempi di questo atteggiamento degli Stati Uniti, attraverso i casi di “geodiritto” (termine che riprendo da Natalino Irti, co-direttore della collana Krisis della Nave di Teseo con Massimo Cacciari).

Il geodiritto è, in sintesi, l’uso di norme e di provvedimenti per obiettivi e interessi chiaramente geopolitici. Se guardiamo l’operato degli Stati Uniti verso la Cina, ne vediamo diversi: le sanzioni, l’uso politico delle istituzioni internazionali (in particolare la World Trade Organization), la crescita dell’apparato burocratico che controlla gli investimenti esteri, in ottica anticinese. E il caso Huawei.

Che cos’è quindi la “sicurezza nazionale”, la clausola che interrompe il funzionamento dei mercati? È l’ombra della libertà, che accompagna la storia del capitalismo moderno e contemporaneo. Non possiamo definire con certezza la “sicurezza nazionale” (gli Stati Uniti per esempio non lo fanno in modo chiaro nel loro ordinamento), perché rappresenta il modo con cui i rapporti tra economia, politica e diritto si adattano in modo incessante. E rappresenta sempre un dilemma per le democrazie: il fuoco che cammina con noi, di cui dobbiamo tenere conto.

Alessandro Aresu è consigliere scientifico di Limes e direttore scientifico della Scuola di Politiche. Ha lavorato come consigliere e consulente per diverse istituzioni. Ha svolto studi filosofici con Massimo Cacciari, Enzo Bianchi e Guido Rossi. È autore di diverse pubblicazioni, tra cui L’interesse nazionale. La bussola dell’Italia, con Luca Gori (il Mulino, 2018) e Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina (La Nave di Teseo, 2020).

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