Le parti invariabili del discorso, Anna-Maria De CesareProf.ssa Anna-Maria De Cesare, Lei è autrice del libro Le parti invariabili del discorso edito da Carocci: quali sono le parti invariabili del discorso e qual è la loro importanza?
Prima di rispondere alla domanda è importante chiarire che le parti invariabili del discorso rientrano in un insieme più ampio, che sono le parti del discorso (dal lat. pars orationis). Le parti del discorso che conosciamo oggi sono nove; esse comprendono cinque parti variabili (articolo, nome, aggettivo, pronome, verbo) e quattro parti invariabili: la preposizione (a, di, per ecc.), la congiunzione (e, perché ecc.), l’avverbio (sempre, velocemente, soltanto ecc.) e l’interiezione (ah!, ahimè! ecc.). L’idea di raggruppare le parole di una lingua in un insieme finito di ‘parti’, o categorie, risale alla grammatica classica, in particolare greco-latina.

È poi importante notare che non tutte le parti invariabili del discorso sono nate allo stesso tempo e nell’ambito della medesima tradizione grammaticale. La loro genesi è complessa (e proprio per questo è anche difficile da ricostruire con sicurezza) e si estende su più di un millennio. Prendiamo il caso dell’interiezione. I grammatici greci non facevano una distinzione tra avverbio e interiezione. I grammatici latini, invece, hanno aggiunto l’interiezione nel loro inventario delle parti del discorso perché hanno notato delle differenze importanti tra le parole che fungono da interiezione e quelle che si comportano come avverbi.

Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, direi che le parti invariabili del discorso sono importanti per almeno due ragioni:

(i) si tratta di parole che svolgono funzioni essenziali nella struttura sintattica della frase (basta pensare al ruolo della preposizione e della congiunzione); proprio per questo, molte parole che rientrano nel novero delle parti invariabili del discorso hanno anche una frequenza d’uso elevata e sono al cuore del lessico (rientrano cioè nella fascia del lessico che Tullio De Mauro ha chiamato fondamentale). Questo dato è chiarissimo quando si osserva la lista delle 2000 parole più frequentemente usate in italiano (sia orale sia scritto): tra queste parole ci sono soprattutto preposizioni, avverbi e congiunzioni. Faccio qualche esempio tratto dal Lessico di frequenza dell’italiano parlato (a cura di Tullio De Mauro et al. 1994, Etaslibri): tra le 10 parole più frequenti, troviamo le preposizioni di e a (collocate ai ranghi 2 e 4), la congiunzione e (al rango 6), l’avverbio non (al rango 8) e la preposizione in (al rango 9). Le parti invariabili del discorso sono dunque categorie fondamentali da considerare nella descrizione linguistica dell’italiano (ma anche di tante altre lingue).

(ii) le parti invariabili del discorso sono importanti anche da un punto di vista didattico, poiché a scuola la lezione sulle parti invariabili del discorso trova posto abbastanza presto, nell’ambito dell’analisi grammaticale. La riflessione proposta nel volume vuole dunque offrire alcuni spunti per conoscere meglio le parti invariabili del discorso, anche allo scopo di agevolare il passaggio dall’analisi grammaticale delle unità del discorso (o classi di parole) all’analisi logica e del periodo.

Come sono concepite le parti invariabili del discorso nella grammatica tradizionale e quali legami si riscontrano con il modo di trattare la materia nella teoria grammaticale classica?
Nella grammatica tradizionale, le parti invariabili del discorso sono definite tenendo conto innanzitutto della loro forma. Il criterio per distinguere le parti invariabili dalle parti variabili del discorso è più precisamente di ordine morfologico (dal gr. morphé ‘forma’) e riguarda il modo in cui terminano le parole, cioè la loro desinenza: le parti variabili del discorso mutano forma (cfr. il caso del verbo, dell’aggettivo ecc.); le parti invariabili invece non cambiano mai. Questo assunto è anche già presente nella grammatica classica.

Il nesso tra il modo di trattare le parti invariabili del discorso nella grammatica tradizionale e in quella classica (greco-latina) va naturalmente ben oltre questo dato generale. Tra i punti in comune da elencare vi sono ancora i seguenti aspetti: sono identiche le classi di parole invariabili riconosciute (l’elenco comprende le congiunzioni, le preposizioni, gli avverbi, ai quali i grammatici latini aggiungono le interiezioni); inoltre, sono simili i criteri in base ai quali ognuna di queste classi è suddivisa. All’interno di ogni parte invariabile del discorso le parole sono raggruppate in funzione della loro forma e del loro significato. A livello semantico, la classificazione tradizionale degli avverbi, per esempio, prevede sette sotto-classi: (i) avverbi qualificativi (bene, male, favorevolmente ecc.); (ii) avverbi di tempo (ieri, oggi, domani ecc.); (iii) avverbi di luogo (fuori, dentro, vicino ecc.); (iv) avverbi di quantità (più, meno, poco, molto ecc.); (v) avverbi di giudizio (forse, probabilmente, sicuramente ecc.); (vi) avverbi interrogativi ed esclamativi (Dove? quando? Come? ecc.); (vii) avverbi presentativi (ecco).

Quali aspetti sono validi ancora oggi e quali sono invece i punti della teoria da rivedere o approfondire?
Rimangono naturalmente validi molti aspetti dell’impianto tradizionale; intanto, si mantiene la distinzione tra parti variabili e invariabili del discorso (basata più che altro su un criterio morfologico). Allo stesso tempo, anche perché la concezione delle parti invariabili del discorso è molto simile nella grammatica tradizionale e in quella classica, nella prima si ritrovano in parte anche gli stessi problemi da risolvere. In particolare, sono aperte questioni legate ai confini tra le parti invariabili e variabili del discorso e tra le singole parti invariabili del discorso; sono poi aperte questioni che ruotano attorno alla suddivisione interna delle parti invariabili del discorso e all’assegnazione di una determinata parola o gruppo di parole a una specifica parte invariabile del discorso piuttosto che a un’altra. La concezione tradizionale delle parti invariabili del discorso va dunque rivista e approfondita da più punti di vista, e per alcune di esse in modo abbastanza radicale.

Uno degli aspetti più importanti da ripensare e approfondire riguarda i criteri usati nella classificazione e sottoclassificazione delle parti invariabili del discorso. Mentre la grammatica tradizionale (come del resto anche già quella classica) presta attenzione innanzitutto alla forma e al contenuto delle parole (vale a dire alle loro proprietà morfologiche e semantiche), la linguistica moderna parte dalle funzioni che le parole svolgono nella frase e nel discorso: l’attenzione è dunque rivolta in primo luogo alle loro proprietà sintattiche e pragmatico-testuali.

Precisiamo meglio. La linguistica teorica recente fa leva su vari criteri sintattici: essi riguardano la funzione sintattica delle parole (o meglio dei sintagmi) nella frase (tiene cioè conto se si tratta di argomenti o di elementi aggiunti); la forma sintattica dell’elemento che modificano (questo elemento può avere la forma di un sintagma nominale, preposizionale, verbale ecc.); e la loro posizione nella frase, vale a dire la loro sintassi distributiva. Oltre a criteri sintattici, la linguistica teorica tiene conto delle proprietà discorsive delle parole, in particolare del ruolo che svolgono nell’interazione verbale e nel testo. Bisogna poi anche dire che l’attenzione al contenuto delle parole (centrale nella grammatica tradizionale e classica) non è scomparsa. Il criterio semantico è generalmente applicato una volta che la sintassi non permette più di fare delle sottodistinzioni all’interno di un determinato gruppo di parole.

Quali soluzioni sono proposte dalle teorie linguistiche moderne, che tengono conto di aspetti sintattici e pragmatico-testuali prima ancora che semantici?
La considerazione di nuovi criteri classificatori, principalmente di natura sintattica, porta le teorie linguistiche moderne a rivedere la lezione tradizionale sulle parti invariabili del discorso da almeno tre punti di vista.

Prima di tutto, si rivede il gruppo di appartenenza di alcune classi di parole invariabili. Per esempio, alcune parole tradizionalmente considerate come congiunzioni (anche, quindi) sono ricondotte alla classe degli avverbi. Inoltre, l’uso tradizionalmente considerato come avverbiale di parole come prima, dopo, sopra ecc. (come in l’ho vista prima) è ripensato alla luce del fatto che queste parole reggono un complemento implicito (l’ho vista prima di te). Si tratta dunque di parole che fungono da preposizione, non da avverbio.

In secondo luogo, le teorie linguistiche moderne hanno elaborato diverse nuove categorie di parole invariabili. A un livello per così dire “basso” nella classificazione, compaiono nuove sottoclassi che accolgono le parole invariabili fino ad ora difficili da collocare e considerate come eccezionali o “fuori serie” nelle grammatiche tradizionali. È il caso di parole come anche, pure, soprattutto e simili, tradizionalmente considerate come congiunzioni, ma che trovano oggi posto nella classe degli avverbi cosiddetti focalizzanti; è anche il caso di parole come quindi, inoltre, invece ecc., non più da considerare come congiunzioni (di tipo coordinativo), ma come avverbi connettivi perché giocano un ruolo essenziale nella coesione del testo.

Anche a un livello più alto nella gerarchia classificatoria si propongono nuove macroclassi di parole invariabili. In questo caso, parallelamente alla “nascita” di queste nuove macroclassi, che sono due, si assiste all’eliminazione di due parti invariabili tradizionali del discorso. Nel nuovo impianto generale proposto, le parti invariabili del discorso rimangono dunque quattro. Dal tradizionale inventario delle parti invariabili del discorso scompare la categoria dell’interiezione e compare quella di olofrase, che la riassorbe assieme alle profrasi e no (sottratte alla categoria dell’avverbio). Nel nuovo impianto teorico, compare poi la categoria degli operatori sintattici, che comprende tre sotto-gruppi: i morfemi segnacaso (di, a), gli operatori di coordinazione (e, o, ma) e quelli di trasposizione (si tratta dei cosiddetti complementatori: che, se). A questa scelta è connessa l’eliminazione della categoria della congiunzione (la concezione rivista delle parti invariabili del discorso è presentata e spiegata nel § 2.5 del volume).

Le proposte di revisione, come si sarà intuito, sono molte e profonde, sia a livello concettuale sia terminologico (si pensi all’uso di nuovi concetti come quello di complementatore), e toccano talvolta parole, classi di parole o parti del discorso molto consolidate nella grammatica tradizionale. In funzione dell’ambito in cui è presentata, la lezione sulle parti o classi invariabili del discorso dovrà dunque scegliere se accogliere in toto o in parte le proposte di revisione menzionate sopra. In un primo percorso didattico si potrebbe rendere attenti alla nuova categoria di appartenenza di parole che sono passate da una classe invariabile tradizionale a un’altra (è il caso di prima, dopo e simili, non più da considerare come avverbi ma preposizioni). Più impegnativo è presentare e spiegare la creazione ex novo di classi di parole non esistenti nella grammatica tradizionale e basate su criteri sintattici. Per far capire appieno il contributo della linguistica moderna alla concettualizzazione delle parti invariabili del discorso si dovrà anche definire una serie di nozioni teoriche centrali, tra le quali quelle di valenza, argomento, aggiunto e funzione sintattica (a tale proposito, il volume si chiude con un glossario in cui si trova una breve caratterizzazione di tutti i concetti ritenuti più tecnici).