Prof. Giorgio Ieranò, Lei è autore del libro Le parole della nostra storia. Perché il greco ci riguarda edito da Marsilio. Il Suo libro sfata il trito luogo comune per il quale il greco è una lingua morta…
Le parole della nostra storia. Perché il greco ci riguarda, Giorgio IeranòNello scegliere di definire il greco come lingua morta o viva molto dipende dal punto di vista che adottiamo. E il punto di vista, quantomeno di noi italiani, è spesso viziato da una tradizione classicistica che identifica automaticamente ciò che è greco con ciò che è antico. Nelle nostre scuole si studia poco o nulla, per esempio, la lunghissima esperienza politica e culturale dell’impero bizantino, che come lingua dei suoi documenti ufficiali e della sua letteratura aveva appunto il greco. Ancora meno si studia la Grecia moderna e contemporanea che pure, almeno nel Novecento, ha prodotto autori che sono tra i più importanti della letteratura mondiale: da Kavafis a Kazantzakis, da Elytis a Seferis, a Ritsos. Certo, si dirà, il greco di Omero o di Platone non era il greco di Kavafis. Sono cambiati alcuni aspetti della grammatica e della sintassi, il lessico si è trasformato e si è arricchito, importando magari parole di origine italiana o turca, a seguito delle lunghe dominazioni veneziane e ottomane. Ma ogni lingua si evolve e si trasforma nel tempo. Anche il nostro italiano non è più quello di Dante ma nessuno sosterrà che l’italiano è una lingua morta. Poi, ovviamente, le questioni sono sempre più complesse di come appaiono. I bizantini, per esempio, parlavano e scrivevano in greco ma non si sarebbero mai definiti “greci”, perché “elleni” era un termine che riservavano solo ai pagani: si definivano invece “romaioi”, “romani”, in quanto eredi diretti dell’impero di Roma. Ma, di certo, se lei oggi va ad Atene, ferma un passante e gli dice che il greco è una lingua morta, il passante le risponderà a male parole, ovviamente in greco e magari usando epiteti offensivi che risalgono al tempo di Pericle. Poi c’è un altro motivo per cui il greco non è morto. Ed è il fatto che alcune parole chiave della cultura greca sono entrate nelle lingue europee come termini per definire nozioni e discipline che sono tuttora alla base della cultura contemporanea. Citando a caso, mi vengono in mente psiche e teatro, filosofia e democrazia, filologia e geografia. Il greco è ancora alla base di molti lessici specialistici anche nel settore delle scienze. E anche quando la modernità ha creato parole e concetti nuovi li ha spesso inventati sulla base del greco. Un capitolo del mio libro è appunto dedicato alle invenzioni linguistiche di questo tipo. Termini come utopia, nostalgia, xenofobia, ecologia, che vengono creati a partire dal Rinascimento e sono tutti importantissimi anche per noi uomini contemporanei, testimoniano ulteriormente la vitalità inesauribile del greco.

Il nostro lessico è costellato di termini di origine greca, spesso inattesi: cosa ci rivela lo studio dell’etimologia?
L’etimologia è un esercizio divertente e interessante. Può sempre essere istruttivo scoprire che, per esempio, la parola “gamba” ha alle sue spalle il greco “kampé”, “giuntura”. O che “attimo” può essere ricondotto ad “àtomos”, che già Aristotele usava per indicare un’unità di tempo indivisibile. O che persino un termine che consideriamo tipico della contemporaneità, come “glamour”, discende forse dal greco “grammatiké”, “grammatica”, perché la grammatica poteva apparire come una disciplina esoterica e strana, e perciò magica e affascinante. Ma poi bisogna andare oltre le etimologie. Con l’etimologia si spiega l’origine ma non la storia di una parola. Non si spiega come e per quali percorsi culturali le parole greche hanno spesso cambiato significato e hanno assunto valori nuovi nelle diverse epoche.

Analizzando le parole, scopriamo spesso che il loro significato originario è mutato, acquistando nuove accezioni: come si compie questo viaggio tra significati diversi?
Si compie appunto mettendosi in una prospettiva storica. Le parole non vivono chiuse in un giardino incantato, non sono oggetti da collezione. Camminano con le gambe degli uomini, obbediscono ai desideri e alle necessità dei parlanti: condizionano e definiscono il nostro modo di pensare, ma ne sono al tempo stesso definite e condizionate. Prendiamo la storia di una parola come psiche. In origine, nei poemi omerici, designa il soffio vitale che abbandona l’uomo nel momento della sua morte. Quando un guerriero muore sul campo di battaglia, la sua “psyché” vola via, come un uccello o una farfalla, e va ad abitare nell’Aldilà, dove si muove come un’ombra inconsistente, un doppio fantasmatico dell’essere vivente. Psiche, per Omero, è dunque qualcosa che si manifesta nella morte, non è l’anima dell’uomo vivo. La nozione di psiche come anima, come parte più profonda del nostro essere, si manifesta gradualmente, attraverso un processo che dura secoli. Ed è un processo problematico in cui, almeno a partire da Platone, si scontrano diverse concezioni dell’uomo: si pensi solo al dibattito sull’immortalità dell’anima, nozione che, all’inizio, non era scontata neppure per i cristiani. Quando poi nel Rinascimento si conia il termine “psicologia” e, secoli dopo, con Sigmund Freud, si parla di “psicanalisi”, la parola resta uguale ma la nozione di psiche continua a trasformarsi. Insomma, noi dobbiamo essere consapevoli che Omero, Platone e Freud usavano tutti la stessa parola ma con significati diversi. Lo stesso vale molti per altri termini, come democrazia, la cui accezione nel tempo è spesso cambiata.

Molte delle parole di derivazione greca comuni nel nostro lessico sono in realtà creazioni moderne: in quali, a Suo avviso, il greco dà prova di maggior vitalità?
Forse non tutti si rendono conto immediatamente che il greco designa anche oggetti di uso ovvio e quotidiano, come il telefono, un termine suggerito per la prima volta da Constantin Persky, un ingegnere russo specializzato in armi di artiglieria, che lo propose a un congresso di scienziati durante l’Esposizione universale di Parigi del 1900. Il prefisso “tele-“, che è greco, e significa “da lontano, a distanza”, caratterizza ormai da oltre due secoli una serie di strumenti nel campo delle comunicazioni. E, quando si parla di xenofobia, tema oggi di grande attualità, è bene sapere che il termine fu inventato nel 1901 dallo scrittore Anatole France, durante le polemiche sul caso Dreyfus. In greco la parola non esisteva, e il termine “xenos” aveva comunque un’accezione particolare, indicando il greco che veniva da un’altra città, non lo straniero tout court (che era invece il “barbaros”). Insomma: come sempre è una vitalità fatta di analogie e differenza, continuità e trasformazione. Ma forse il campo in cui le parole greche hanno ancora una forza straordinaria è soprattutto uno, importantissimo ma del quale spesso dimentichiamo la radice greca: il lessico della religione cristiana. A volte non ci pensiamo, ma Cristo, cattolico, chiesa, angelo, Bibbia, Vangelo sono tutte parole greche.

Quali, tra le storie da Lei raccontate, considera più suggestive e perché?
Le storie delle parole antiche sono tutte affascinantissime, perché si trascinano dietro millenni di avventure umane. Ne cito solo una: malinconia. Una parola che nasce dal lessico medico dei greci (avere la bile nera, “melaina cholé”, era considerata una delle cause del malessere interiore) ma poi diventa anche un emblema della condizione esistenziale dell’uomo moderno e contemporaneo. Ma mi sono divertito molto anche a raccontare le parole nuove. Per esempio, a ricostruire il momento in cui gli scienziati della Nasa, nel 1958, devono decidere come chiamare gli uomini che verranno spediti nello spazio. E, dopo un lungo dibattito, consultando libri di fantascienza ma attingendo anche alle suggestioni della mitologia antica, decidono di chiamarli “astronauti”, “navigatori delle stelle”.

Non può mancare, nel libro, un accenno alle «due parole greche che – nell’anno bisestile 2020 – hanno dominato i discorsi degli uomini di tutto il mondo: epidemia e pandemia»: quale la loro storia?
In greco “epidemia” indicava qualcosa che era circoscritto a un determinato territorio non qualcosa che si diffondeva ovunque. È una parola che non troviamo nei testi più antichi. In Omero c’è solo l’aggettivo “epidemios” che indica chi sta a casa sua, nel suo territorio (“demos”): per esempio, Ulisse quando è a Itaca. Poi il termine inizia a essere usato anche in ambito medico, ma appunto in rapporto a malattie specifiche di determinate zone della Grecia. In questo senso lo troviamo in alcuni trattati attribuiti a Ippocrate, anche se la medicina ippocratica considerava quelle che noi moderni chiamiamo “epidemie” in modo diverso. In particolare, non aveva ben presente l’idea del contagio e attribuiva ogni genere di pestilenze ai miasmi, a contaminazioni delle acque o dell’aria. “Pandemia”, poi, come termine medico non esisteva proprio: è un’invenzione moderna. Insomma, come sempre l’eredità dei greci è una cosa complessa, su cui sarebbe bene fare meno retorica e più indagine storica. Quello che abbiamo reinventato, alla fine, è più di quello che abbiamo ereditato.

Giorgio Ieranò insegna Letteratura greca all’Università di Trento. Saggista e traduttore teatrale, si occupa in particolare di mitologia e dramma antico. Tra i suoi libri: Arianna. Storia di un mito (2010), La tragedia greca. Origini, storie, rinascite (2010), Arcipelago. Isole e miti del Mar Egeo (2018), Il mare d’amore. Eros, tempeste e naufragi nella Grecia antica (2019). Ha pubblicato inoltre quattro volumi di narrazioni mitologiche (Olympos, Eroi, Gli eroi della guerra di Troia, Demoni, mostri e prodigi) ristampati di recente nell’Universale Economica Feltrinelli.

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