“Le parolacce di Dante Alighieri” di Federico Sanguineti

Prof. Federico Sanguineti, Lei è autore del libro Le parolacce di Dante Alighieri pubblicato da Tempesta Editore: quale rilevanza assume l’uso di parole ignobili, oscene o sconce, nel capolavoro dantesco?
Le parolacce di Dante Alighieri, Federico SanguinetiEcco, il “capolavoro dantesco”. Si potrebbe partire da qui, non ignorando che l’impaginazione di questo capolavoro mima, in terzine incatenate (metro da Dante stesso inventato), cioè in versi endecasillabi cuciti fra loro, il lavoro di tessitura, vale a dire, nella Firenze del tempo, la principale delle attività economiche: nel penultimo canto del Poema è l’autore stesso (sulla scia, si sa, di Brunetto Latini) a paragonarsi a un “buon sartore”. E, secondo lo storico Niccolò Rodolico (in un saggio del 1943), il proletariato operaio in Firenze del secolo XIV conosceva a memoria i versi di Dante. Inoltre, non si sottolineerà mai abbastanza che siamo di fronte a un tessuto (a un testo, appunto) senza titolo: un po’ come la Bibbia, che non ha un titolo vero e proprio. “Bibbia” è infatti parola che deriva dal latino tardo “Biblia”, la quale a sua volta viene dal greco e vuol dire semplicemente “libri” (sia pure, nella fattispecie, quelli per eccellenza, i sacri). Non sembri dunque fuori luogo ricordare che la prima attestazione della parola “Bibbia” è, in prosa, nel Libro de’ Vizi e de le Virtudi (1292) di Bono Giamboni; mentre, in poesia, compare per la prima volta in un’opera piuttosto blasfema, se non proprio di Dante, a lui attribuibile (come hanno mostrato Contini e Vanossi), vale a dire nel Fiore (rifacimento del Roman de la Rose), nel cui lessico si trovano termini, insieme a “bordello”, ricorrenti nella Bibbia come “merda” e “puttana”, che poi ritorneranno anche nel Poema dantesco. Ma, al di là di Dante, altri due capolavori scritti in Italia sono, ognuno a suo modo, come la Bibbia, opere senza titolo: sia pur dotato di nome (Decameron) e cognome (“prencipe Galeotto”), “in istilo umilissimo e rimesso” è pure il capolavoro di Boccaccio che, iscrivendosi al genere comico, come dichiara l’autore nell’introduzione alla quarta giornata, è “senza titolo”. Ad autorizzare quest’ultimo è Ovidio, autore del Liber amorum o Sine titulo, la cui opera sopporta entrambe le intestazioni, come spiega Boccaccio nelle sue Esposizioni: “può l’un titolo e l’altro avere, per ciò che d’alcuna altra cosa non parla che di suoi innamoramenti”; e, inoltre, “puossi dire similmente Sine titulo, per ciò che d’alcuna materia continuata, dalla quale si possa intitolare, favella, ma alquanti versi d’una e alquanti d’un’altra, e così possiam dire di pezi, dicendo, procede”. Rientrando la materia amorosa in un registro umile, persino il canzoniere di Petrarca, fragmenta “in rime sparse” e “vario stile”, è, pur col suo monolinguismo (“putta” e “Baldacco” sono comunque presenti), “senza titolo”. Quanto al capolavoro di Dante, è noto che, essendo senza titolo, viene ad assumere (per volontà di Dante stesso) il titolo del genere letterario a cui appartiene, cioè quello di Comedìa (o Commedia), che è soggetto non a caso a un buon numero di reazioni indignate nel corso della storia. Basti pensare alla necessità avvertita, a partire da 1555 (data dell’edizione giolitina, a cura di Ludovico Dolce e stampata da Gabriele Giolito de’ Ferrari), di modificare il titolo, correggendolo in “Divina Commedia”, nella speranza che l’aggiunta di un attributo possa, se non evitare, attenuare lo scandalo. In effetti, nell’accezione di Dante (e, più in generale, in quella del suo tempo) Commedia significa “villanus cantus” e, in accezione fondamentale, “villano” vuol dire “colui che abita in villa”, cioè in “campagna”, contrapposto all’abitante di città: villano è “l’uom della villa”, direbbe Dante, cioè il contadino. Ma, data l’opposizione fra città e campagna che caratterizza il modo di produzione capitalistico (e l’Italia di Dante è la prima nazione capitalistica della storia), villano si trasforma in insulto, riflettendo il disprezzo del borghese nei confronti del contadino, bollato come villano. Naturalmente, nella prospettiva antiborghese di Dante, è viceversa il borghese a beccarsi nel Poema l’insulto di villano: dal “villan che parteggiando viene” fino al “puzzo del villan d’Aguglion, di quel da Signa”.

Quale funzione svolgono le parolacce nel Poema?
L’uso di un linguaggio degradato, intriso di parolacce, il plurilinguismo (direbbe Contini), è in Dante funzionale alla condanna all’inferno della nascente società borghese. Non a caso la Comedìa si apre con un verso che contiene la parola “mezzo”, che suona sgradevole ai tempi di Dante, il quale riteneva che, componendo poesia in volgare illustre (lo spiega nel De vulgari eloquentia), occorresse evitare l’uso del suono Z. Poco importa che questo suono sia gradito all’orecchio post-petrarchesco del veneziano cardinal Pietro Bembo (Prose della volgar lingua, II x) che, pronto ad apprezzare per esempio un sonetto come Per mezz’i boschi inhospiti et selvaggi (R.V.F. CLXXVI), giudica la lettera Z “riposata, e perciò di buonissimo spirito”, giacché, ancor prima di Dante, per grammatici antichi e cosiddetti medievali, in quanto evocante cadaveri, salme e scatole craniche, la Z è occasione di disgusto, orrore e ribrezzo: Appio Claudio Cieco la detesta, spiega Marziano Capella, riproducendo, in chi la pronuncia, il ghigno di un morto: “Z vero idcirco Appius Claudus detestatur, quod dentes mortui, dum exprimitur, imitatur”. Così si legge nel De nuptiis Philologiae et Mercurii (III 261), prosimetro di impianto allegorico ‒ come poi il De consolatione Philosophiae di Boezio e l’incompiuto Convivio ‒ dove si narra l’ascesa in cielo di Filologia, accompagnata dalle sette arti liberali del trivio (grammatica, dialettica, retorica) e del quadrivio (geometria, aritmetica, astronomia, armonia), fino alla celebrazione delle nozze con Mercurio, ossia l’Eloquenza; ed è questo il tragitto nel Poema ripetuto da Dante, che, anche lui amante della parola (alla lettera filologo), attraversando l’Inferno e il Purgatorio, si incontra con Beatrice, modello di eloquenza, per ascendere insieme a lei fino al Paradiso. Ma l’obiettivo di Dante è misurare la distanza che separa la società borghese (Inferno), attraverso una società in transizione (Purgatorio), dalla società comunista del Paradiso, dove la volgarità, venute meno le basi materiali che la rendono necessaria, vale a dire abolita la proprietà privata, non è che poetico ricordo della prima nazione capitalista, l’Italia. Accostato a schema biblico, questo esodo è un viaggio verso la Gerusalemme della parola da un Egitto di parolacce: dalla forte e selvaggia asprezza di Firenze che produce e spande il maledetto fiorino, fino alla dolcezza della viva Beatrice beata “in popol giusto e sano” (Pd XXXI 39).

Quali sono i termini osceni più frequenti nella Commedia?
Sono, e non potrebbe essere diversamente, quelli che ricorrono già ripetutamente nella Bibbia. A riguardo Dante non inventa nulla: si pensi, quanto al lessico di registro basso e comico, anti-sublime e anti-tragico, a sostantivi e aggettivi, attestati nel canto XVIII dell’Inferno, come “sterco” (v. 114), “merda” (v. 116), “merdose” (v. 131) e “puttana” (v.133). O a un verbo, nel XIX canto dell’Inferno, come “puttaneggiar” (v. 108). Dove c’è “ontoso metro” (If VII 33), accade di tutto: ci si imbatte in un verso come “ed elli avea del cul fatto trombetta” (If XXI 139) e persino si incontra chi le mani alza “con ambedue le fiche, / gridando: Togli, Idio, ch’a te le squadro” (If XXV 2-3).

Offerta
Le parolacce di Dante Alighieri
  • Sanguineti, Federico (Autore)

Cosa rileva lo studio dello stemma codicum della tradizione del capolavoro dantesco?
Poiché di Dante è andato perduto ogni autografo, è importante ricostruire, sia pure a grandi linee, la storia della tradizione manoscritta, anche perché i copisti, fin dalla prima metà del Trecento, non hanno esitato ad alterare il testo, vuoi aggiungendo errori nella fretta del copiare, vuoi con l’intento di attenuare la crudezza del linguaggio del Poema: è, il caso, poniamo, di Francesco di ser Nardo da Barberino che, per pruderie, corregge “merda” in “feccia”. Lo fa in un manoscritto, il Trivulziano 1080, che continua a essere sopravvalutato, ancora oggi, da alcuni filologi. Ma già Mario Casella, negli anni ’20 del secolo scorso, e poi Petrocchi negli anni ’60, manifestavano una prudenza che oggi si è persa.

In che modo, nel corso della storia, il pensiero del Poeta è stato spesso edulcorato o censurato?
Si conoscono numerosi esemplari del Poema in cui fin dalla prima cantica singoli versi (e talvolta intere terzine) sono resi illeggibili perché ‒ di norma in età controriformistica ‒ deliberatamente omessi o coperti da inchiostro nero: alla Biblioteca Apostolica Vaticana, nel Barberiniano latino 3974, occultando la sorte riservata a Bonifacio VIII, il verso di If XIX 53 è sostituito da spazio bianco (c. 42v); nel Barberiniano latino 3975, a If XIX 107-111, sono annerati gli endecasillabi in cui il “puttaneggiar” della Chiesa è denunciato (c. 45r); nel Barberiniano latino 4112, a If XI 8-9, si tralascia la punizione toccata ad Anastagio papa (c. 27r); alla Bodleian Library di Oxford, nel Canoniciano 115, a If XXV 3, all’interno della bestemmia di Vanni Fucci, la parola “Dio” è sostituita da puntini sospensivi (c. 94r); alla Biblioteca Nacional di Madrid, nel codice Vitrina 23 1, sono censurati, con relative chiose, If XI 8-9 (c. 20r) e XIX 106-117 (cc. 36v-37r); e, inoltre, nel manoscritto Vitrina 23 3, sono censurati If XIX 106-117 (c.19ra); alla British Library di Londra, nello Yates Thompson 36, sono censurati If XI 8-9 (c. 19r) e XIX 106-117 (c. 34v); alla Beinecke Library della Yale University di New Haven, nel codice 428, sono censurati If XI 8-9 (c. 8va) e XIX 106-117 (c. 15rb); alla Biblioteca Centrale della regione Siciliana di Palermo, nel manoscritto XIII G 1, sono censurati If XI 8-9 (c. 10vb) e XIX 107-117 (c. 19rb); e si potrebbe continuare.

Federico Sanguineti è professore ordinario di Filologia italiana e Filologia dantesca all’Università degli Studi di Salerno. Ha curato l’edizione critica della Commedia di Dante Alighieri pubblicata nel 2001 dalle Edizioni del Galluzzo

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
Non perderti le novità!
Mi iscrivo
Niente spam, promesso! Potrai comunque cancellarti in qualsiasi momento.
close-link