Le origini del potere. La saga di Giulio II, il papa guerriero, Alessandra SelmiDott.ssa Alessandra Selmi, Lei è autrice del libro Le origini del potere. La saga di Giulio II, il papa guerriero pubblicato da Editrice Nord. Innanzitutto, perché la scelta di questo soggetto per il Suo primo romanzo storico?
A dire il vero, c’è da chiedersi perché no – perché nessuno ci abbia mai pensato prima.

Documentandomi sulla vita e sul carattere di Giuliano della Rovere, mi sono trovata davanti un personaggio straordinario: uomo di raffinato gusto artistico; mecenate di pittori e scultori immortali del calibro di Michelangelo, Raffaello, Bramante; committente di opere meravigliose, come gli affreschi della cappella Sistina, il Mosè di Michelangelo, le stanze di Raffaello. Ma anche politico cinico e spregiudicato, grande conoscitore dei meccanismi del potere, manipolatore astuto; coraggioso guerriero (qualcuno direbbe guerrafondaio), ben lieto di deporre lo scettro papale per impugnare la spada e disposto a esporsi in prima persona, anche a repentaglio della vita, per raggiungere i propri obiettivi. Tutto questo – non va dimenticato – in un contesto estremamente religioso, dunque apparentemente in contraddizione con i principi fondanti del Cristianesimo.

Giulio II era, insomma, un personaggio straordinario perfino per i suoi tempi, anch’essi straordinari. Non dimentichiamoci che questi sono gli anni della scoperta dell’America in cui i confini del mondo conosciuto si allargano e di altre grandi scoperte scientifiche che hanno plasmato il modo in cui noi oggi pensiamo, di cui tutti siamo figli.

Ma, prima ancora del personaggio pubblico, mi sono sentita attratta dall’uomo “dietro” al papa, con le sue fragilità, i dubbi, le paure, i sentimenti. Mi interessava raccontare l’evoluzione del giovane frate di umili origini che, quasi all’improvviso, si è trovato per le mani una ricchezza e un potere impensabili.

Giulio II è noto con l’appellativo di “papa guerriero”: qual era la sua personalità?
L’appellativo la dice lunga sulla personalità di Giuliano della Rovere, che qualcuno ha soprannominato anche – forse ingiustamente – “papa terribile”. Credo che un esempio basti a raccontare la tempra straordinaria di quest’uomo.

Nel 1492 salì al soglio pontificio, col nome di Alessandro VI, il suo più acerrimo nemico, Rodrigo Borgia. Prima e durante il conclave, il cardinale di San Pietro in Vincoli aveva fatto di tutto per impedire che questo accadesse, ma il catalano era ormai un uomo ricchissimo e molto potente, e a nulla valsero tutte le manovre per ostacolarlo. Altri al suo posto avrebbero accettato la sconfitta: si sarebbero arresi e avrebbero optato per uno scaltro voltafaccia, correndo a inginocchiarsi davanti al nuovo papa, chiedendone favori e protezione. Non però della Rovere.

Dopo aver a lungo meditato, trincerato nella fortezza di Ostia, e aver messo al sicuro la propria famiglia, Giuliano partì in gran segreto alla volta della Francia, dove chiese l’aiuto del re per destituire l’inviso pontefice e prendere il suo posto; in cambio, “il re petito” avrebbe avuto libero accesso verso il regno di Napoli: fu un patto scellerato, che aprì la strada dell’Italia agli eserciti stranieri, gli stessi che, più tardi, papa Giulio II cercò strenuamente di cacciare.

Fallito il tentato “colpo di stato” ai danni del Borgia, non contento, della Rovere trascorse il resto degli anni del pontificato di Alessandro VI a cercare un modo per farlo destituire.

Il romanzo si conclude proprio con l’elezione del cardinale della Rovere a Papa: in che modo Giuliano ascese al soglio pontificio?
Vi ascese come, a quel tempo, vi ascendevano quasi tutti. In primo luogo con astute manovre per creare alleanze all’interno del conclave, dunque mettendo a frutto gli insegnamenti appresi in trent’anni di “gavetta”. Si trattava di uno scambio di promesse, di cariche, di favori a cui nessuno poteva davvero sottrarsi.

Prima ancora di Giuliano, suo zio, papa Sisto IV, era salito al Soglio di Pietro promettendo agli altri cardinali che, se lo avessero eletto, non avrebbe in alcun modo elevato alla porpora i propri parenti: nemmeno sei mesi dopo, Sisto nominò cardinali due dei propri nipoti, con grande scorno del Sacro Collegio.

Avere “amici” all’interno del collegio cardinalizio era di grande utilità. Senza dubbio, il denaro accumulato grazie alle numerose cariche servì per comprare quelli che oggi chiameremmo “gli indecisi”.

Ma questo non bastava. L’arma decisiva era la diplomazia: si trattava di conoscere nel dettaglio le dinamiche del potere, quali i temi su cui fare leva, quali cose tacere, cosa eventualmente minacciare. Era indispensabile, in termini moderni, sapersi destreggiare con le “social skills”, un misto di intuito, spregiudicatezza e pubbliche relazioni che solo pochi potevano vantare.

Giuliano della Rovere era uno di questi pochi. Probabilmente il migliore dei suoi tempi.

Che città era la Roma papale del Quattrocento?
La Roma del Rinascimento era il centro del mondo. Qui avevano luogo gli affari più importanti, dunque da qui passava il denaro. Roma era il fulcro del potere religioso e temporale. Ovviamente non era l’unica città – grande importanza rivestivano Napoli, Venezia, Milano, Firenze… solo per restare in Italia – ma tutti in qualche modo dovevano passare da Roma, con Roma avevano scambi, in qualche modo ne erano legati, sia da alleanze che da odi reciproci.

Dobbiamo immaginarcela come una delle grandi capitali internazionali di oggi, come Londra o New York, il posto in cui tutti vogliono andare, il trampolino delle grandi occasioni.

Gli artisti più importanti venivano qui per lavorare, chiamati dai papi-mecenati, e ancora oggi il risultato è sotto i nostri occhi, contribuendo a fare di Roma una delle città più visitate della Terra.

Ma non tutto è oro quel che luccica. La Città Eterna era anche teatro di grandi ingiustizie e disparità sociali. Mentre i potenti vivevano nell’agio dei loro grandiosi palazzi, attorniati da tutte le comodità del tempo, la povera gente – cioè la maggior parte della popolazione – moriva ancora di fame. Si racconta di una mostruosa piena del Tevere che nel 1471, anno dell’elezione di papa Sisto IV, sommerse la città. Il fiume non aveva argini e le sue piene imprevedibili portavano morte, devastazione e malattia.

La città era affollatissima e il morbo della peste si ripresentava, puntuale, più o meno tutti gli anni. Durante la stagione torrida, le famiglie nobili che potevano permettersi residenze estive fuggivano dalla calura, dal puzzo, dalla malattia, ma i disgraziati restavano in città impotenti davanti al loro destino. Le vie della città erano ancora teatro dei sanguinosi scontri tra le famiglie locali – gli Orsini e i Colonna – che si contendevano il potere a colpi di spada e che, poco più di un secolo prima, avevano indotto la corte papale a trasferirsi ad Avignone.

Siamo dunque di fronte a una città di grandi contraddizioni, forse anche per questo ancora più affascinante.

Nel racconto, una figura centrale è quella di Lucrezia Normanni, che sarà al fianco di Giuliano per anni dandogli anche una figlia: quali vicende segnarono la loro relazione?
A dire il vero, di Lucrezia Normanni si sa ben poco e ancor meno della sua relazione con della Rovere. L’unico dato certo è che i due ebbero una figlia, Felice, a cui il cardinale diede il proprio cognome – che fu dunque riconosciuta a tutti gli effetti.

A quel tempo non era inusuale che un uomo di Chiesa avesse relazioni carnali e addirittura dei figli, anche se ciò era formalmente proibito. Era, anzi, la prassi. I cardinali avevano numerose amanti: Borgia ebbe una decina di figli, taluni da donne rimaste ignote, e alcuni di essi – come la tanto chiacchierata Lucrezia o Cesare, detto “Il Valentino” che ispirò Niccolò Machiavelli nella stesura del Principe – si trasferirono a vivere con lui nel Palazzo Vaticano, dando grande scandalo.

La relazione tra Lucrezia e della Rovere, di cui gran parte di quello che leggerete nel romanzo è pura finzione narrativa (realistico, ma non reale), fu più discreta. Avendo saputo tenere testa a un uomo della tempra del cardinale di San Pietro in Vincoli, mi sono immaginata una donna di altrettanto straordinario carattere, ma anche in questo caso si tratta di supposizioni non suffragate da documenti storici. Il frutto del loro amore fu sì riconosciuto, ma visse nell’ombra, pur con tutti i privilegi della figlia di un cardinale. Di lei si sa che ereditò il carattere fumantino e determinato del padre e che, forse, il suo volto compare nelle Stanze Vaticane, immortalato per sempre dal pennello di Raffaello. Il volto di sua madre Lucrezia, invece, si è perso nel tempo.

La rivalità col cardinale Rodrigo Borgia, futuro papa Alessandro VI, segnò la vita di Giuliano: come si sviluppò l’acerrimo confronto tra i due?
Possiamo facilmente immaginare come l’umile frate, per lo più digiuno delle cose del mondo, ma istintivamente animato da un’ambizione senza pari, dovesse essere a un tempo attratto e infastidito dal cardinale Borgia. Questi rappresentava tutto ciò che il giovane della Rovere desiderava diventare, ma era anche uno straniero che usurpava il suo posto.

Lo scaltro Borgia fu, a dire il vero, meno agguerrito del suo giovane avversario. Era un uomo molto più anziano e maturo, conscio che la diplomazia può molto più della spada. Più volte la sua mano tesa in segno di alleanza fu sdegnata dal cardinale di San Pietro in Vincoli, che si dice che lo chiamasse in segno di spregio «marrano circonciso», insinuando che il catalano fosse un ebreo convertito per convenienza, a quel tempo un insulto pesantissimo.

Si è a conoscenza di litigate furibonde tra i due cardinali, una delle quali addirittura davanti al pontefice morente, per questioni di eredità.

La disputa ebbe il suo culmine con l’elezione del catalano al Soglio di Pietro, una cosa che della Rovere non riuscì mai a digerire. Il suo odio nei confronti dell’eterno avversario non si placò nemmeno dopo la morte di questi: divenuto a sua volta papa, Giulio II si rifiutò di alloggiare nelle stanze in cui aveva vissuto il suo predecessore, che rimasero chiuse e inutilizzate per tutto il suo pontificato.

Alessandra Selmi (Monza, 1977) è titolare dell’agenzia letteraria Lorem Ipsum di Milano, dove si occupa di scouting e di vendita dei diritti. Ha pubblicato un romanzo giallo (La terza e ultima vita di Aiace Pardon, Baldini & Castoldi) e due pamphlet sull’editoria (E così vuoi lavorare in editoria. I dolori di un giovane editor e Come pubblicare un giallo senza ammazzare l’editore), entrambi editi da Bibliografica. Insegna scrittura editoriale nei master dell’Università Cattolica. Nel tempo libero si rifugia in montagna.

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