“Le monarchie arabe del Golfo” di Cinzia Bianco e Matteo Legrenzi

Dott.ssa Cinzia Bianco, Lei è autrice con Matteo Legrenzi del libro Le monarchie arabe del Golfo. Nuovo centro di gravità in Medio Oriente, edito dal Mulino: innanzitutto, perché il Golfo conta?
Le monarchie arabe del Golfo, Cinzia Bianco, Matteo LegrenziIn uno scenario globale sempre più polarizzato, la rilevanza dei paesi del Golfo sul piano geo-economico, energetico, strategico-militare e diplomatico offre loro un ruolo nella definizione dei futuri equilibri internazionali.

All’incrocio tra Europa, Asia e Africa, la posizione centrale della Penisola Arabica conferisce ai paesi che la occupano una rilevanza strategica significativa in un’era di globalizzazione. La penisola domina infatti sul Mar Rosso, mare che connette il Mediterraneo (e quindi l’Italia) al Mar Arabico e all’Indo-Pacifico, e che vede ogni anno transitare sulle sue acque il 10% del commercio mondiale e ospita i cavi sottomarini che connettono le reti informatiche di Europa e Asia.

Le monarchie del Golfo sono poi da decenni potenze energetiche, disponendo di circa un terzo delle riserve di petrolio e gas naturale del mondo. Paesi come l’Arabia Saudita e il Qatar, primi produttori al mondo di petrolio e gas naturale, hanno la capacità d’influenzare il mercato energetico globale, un elemento emerso con forza in seguito all’invasione russa dell’Ucraina del 2022. Sebbene l’Italia dipenda poco dal Golfo per le sue forniture energetiche, il peso di queste nazioni sui mercati energetici le rende interlocutori imprescindibili per un’economia globalizzata del G7 come quella italiana.

Infine, anche sul piano della politica mediorientale, i paesi del Golfo si sono ricavati un ruolo di interlocutori chiave per tutti gli attori globali. Dopo aver avuto delle politiche estere quasi ininfluenti per decenni, le monarchie del Golfo sono diventate attori di primissima importanza nelle dinamiche geopolitiche di tutto il Mediterraneo allargato dopo le primavere arabe. Dal 2011 in poi, le monarchie più proattive si sono trovate coinvolte in profonde rivalità – con Bahrein, EAU e Arabia Saudita schierati contro Qatar e Turchia da una parte, e contro l’Iran dall’altra – che hanno condizionato l’intera regione per un decennio. In ogni paese del Nord Africa, regione chiave per la sicurezza nazionale italiana, Riad, Abu Dhabi, Ankara e Doha si sono contese duramente sfere d’influenza, con risultati di gran lunga superiori agli attori europei. In sintesi, la ritrovata centralità energetica, geo-economica e diplomatica delle potenze del Golfo offre loro un ruolo di primo piano in una fase di ridefinizione degli equilibri globali.

Cosa ha rappresentato, per la geopolitica regionale, la crisi qatarina?
A giugno 2017, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto ed Emirati Arabi Uniti imposero un duro isolamento diplomatico e commerciale sul Qatar per l’ostilità di questi paesi verso alcuni elementi della politica estera qatariota, già emersi nella precedente crisi del 2014.

A seguito della rottura con il «quartetto», il Qatar si rivolse alla Turchia per creare un ponte aereo che gli permettesse l’importazione di cibo. Allo stesso tempo, sempre su richiesta di Doha, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan dispiegò centinaia di truppe turche sul suolo qatariota, a livello ufficioso, per scongiurare il colpo di stato temuto dall’Emiro Tamim bin Hamad al-Thani. Tale decisione di approfondire l’alleanza turco-qatariota fu certamente legata ai forti interessi economici bilaterali, ma altrettanto determinante fu la posizione del partito di Erdoğan (AKP), branca turca della Fratellanza Musulmana, quale pilastro della strategia regionale del Qatar per favorire l’emergere dell’Islam politico dopo le primavere arabe. Al contempo, la crisi del 2017 accrebbe l’intesa tra l’Iran e il Qatar, con il primo desideroso di spezzare il fronte sunnita in capo ai sauditi e con il secondo intenzionato a rafforzare un dialogo puramente pragmatico e volto a ridurre la pressione dei paesi del « quartetto » nei suoi confronti. Grazie al sostegno di Teheran, che di fatto ruppe l’isolamento del Qatar, Doha poté mantenere il proprio export energetico e continuare a ricevere gli introiti derivanti da tali esportazioni, evitando così il default.

Sul piano geopolitico regionale, la crisi del CCG portò quindi all’avvicinamento tra Qatar e Iran e al consolidamento dell’alleanza tra Qatar e Turchia, aggiungendo una nuova spaccatura tra sostenitori e oppositori dell’Islamismo alla pre-esistente faglia tra Riad e Teheran. Allargando lo sguardo al Medio Oriente, l’effetto più profondo della crisi sulla geopolitica regionale fu l’allargamento delle linee di frattura tra due schieramenti ben definiti, con Qatar e Turchia da un lato e da Arabia Saudita ed EAU dall’altro. I due schieramenti furono impegnati ad attrarre nel loro campo le potenze neutrali o semi-neutrali, dal Marocco alla Somalia, oltre ad attori non-statuali. Ciò fu particolarmente visibile in Libia, dove lo scontro si fece militare, ma anche altrove, dal Corno d’Africa al Mediterraneo orientale, creando ulteriore instabilità nella regione.

Che rilevanza assume, nello scacchiere mediorientale, l’alleanza tra Riad e Abu Dhabi?
L’alleanza tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – a cui il Bahrein si è spesso allineato – ha fatto leva su alcuni imperativi strategici: contenere l’influenza dell’Iran, contrastare gli islamisti della Fratellanza Musulmana – e i loro sponsor regionali, Qatar e Turchia – e preservare la posizione delle rispettive case regnanti.

Questa strategia congiunta ebbe una prima attuazione in Bahrein nel 2011, quando forze saudite ed emiratine intervennero per sedare le rivolte scoppiate contro la monarchia bahreinita. Secondariamente, sauditi ed emiratini si muovevano per contrastare la Fratellanza Musulmana in Nord Africa. Nel 2013, i due paesi fornirono il proprio sostegno al colpo di stato del Generale Abdelfattah al-Sisi contro il Presidente egiziano Mohammad Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana, offrendo ingenti finanziamenti alla nuova giunta militare. In Libia, l’Arabia Saudita e soprattutto gli EAU sottennero le forze della Cirenaica, sotto la leadership militare del Generale Khalifa Haftar, per contrastare il fronte islamista di Tripoli, sostenuto da Qatar e Turchia. Anche in Siria, Linao, Iraq e nel Corno d’Africa, Riad e Abu Dhabi hanno fatto fronte comune per contrastare l’influenza iraniana da un lato e quella turco-qatariota dall’altro. La comunione di intenti tra Mohamed bin Salman e Mohamed bin Zeyed raggiunse poi il suo apice in Yemen, dove il sostegno degli emiratini nel sud del paese ha permesso a Riad di condurre le operazioni militari contro i ribelli Houthi, una campagna militare dagli esiti tuttavia disastrosi per Riad. Infine, l’alleanza tra i due principi si è rivolta agli Stati uniti di Donald Trump in ottica anti-iraniana. Riad ed Abu Dhabi infatti incoraggiarono la campagna di «massima pressione» di Donald Trump, ovvero le decisione di lasciare il Joint Comprehensive Plan Of Action (JCPOA) – l’accordo sul nucleare – e introdurre nuove sanzioni contro l’Iran. Dal 2019 in avanti, e soprattutto con la Presidenza Biden, le divergenze strategiche tra i due paesi si sono acuite, partendo dal ritiro emiratino dallo Yemen per continuare con gli Accordi di Abramo con Israele e la normalizzazione con il Qatar. Sebbene Arabia Saudita ed EAU abbiano perseguito una politica di distensione regionale quasi speculare, ciascuno ha stretto accordi pro domo sua, lanciando messaggi divergenti ai nuovi partner.

Quali sono i rapporti con l’Iran?
Di fronte all’ascesa iraniana post-primavere arabe, culminata con la firma del JCPOA, le monarchie del CCG si sono posizionate in modi molto diversi. I cosiddetti falchi – cioè Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti – hanno reagito fomentando la retorica anti-Iran dell’amministrazione americana di Donald Trump, predisposta ad applicare la cosiddetta «massima pressione» su Teheran e a demolire l’accordo sul nucleare. A partire dal 2011, questi paesi hanno messo in atto una politica assertiva di contenimento dell’influenza iraniana nella regione, culminata nell’intervento in Yemen contro gli Houthi, sostenuti da Teheran. Kuwait e Oman, invece, hanno adottato posizioni più prudenti, volte al contenimento delle tensioni regionali ed internazionali e alla mediazione. Infine, il Qatar ha messo in campo una strategia terza, che vede nell’Iran un rischio gestibile e non una minaccia esistenziale, una strategia che ha permesso a Doha di alleggerire il proprio isolamento durante la crisi del CCG.

Con lo scoppio della pandemia da COVID-19 e l’arrivo alla Casa Bianca del Presidente Joe Biden, si imponeva a tutti gli attori regionali un ripensamento delle politiche più assertive e si apriva una nuova fase di «pausa strategica», accompagnata dallo sviluppo di nuove partnership con attori mediorientali ed extra-regionali. Questi fattori costrinsero anche i falchi a cominciare a ripensare la propria strategia nei confronti dell’Iran. Complice il venir meno della deterrenza americana e la spinta della presidenza Biden, l’Arabia Saudita intensificò il suo dialogo con Teheran per ottenere la garanzia iraniana di un’interruzione di forniture militari agli Houthi, una carta negoziale che l’Iran era restia a cedere. Allo stesso tempo, gli EAU avevano già cercato di allentare le tensioni con l’Iran sin dal 2019, stabilendo un dialogo tra le forze di intelligence e gli apparati di sicurezza, per mitigare la minaccia iraniana nelle proprie acque territoriali o su infrastrutture critiche, come quelle pronte per ospitare EXPO 2020. Per consolidare tale de-escalation, il braccio destro di Mohamed bin Zayed, suo fratello Tahnoon, si era recato in Iran nel 2021 per prima visita diplomatica nel paese. Queste dinamiche di progressiva distensione, principalmente di natura tattica, hanno portato infine Arabia Saudita ed Emirati alla riapertura dei rapporti diplomatici con l’Iran nel corso dell’ultimo anno.

Quale futuro, a Suo avviso, per le monarchie del Golfo?
In una fase di acuta competizione tra potenze, i paesi del Golfo sono destinati ad avere crescente importanza negli scontri di potere tra Russia, Stati Uniti e Cina. La sfera dell’energia è la prima ad offrire un ruolo da protagoniste alle monarchie della regione, specialmente a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina e dell’impegno europeo a cancellare la propria dipendenza dagli idrocarburi russi. Se da un lato la Germania, la Francia, l’Italia, la Grecia e altri paesi europei hanno avuto modo di espandere le loro partnership energetiche con il Golfo, dall’altro, le monarchie del CCG hanno mantenuto gli accordi pre-esistenti con la Russia in sede OPEC+ e nel caso degli EAU, consentito ai capitali russi di aggirare le sanzioni occidentali, segnalando come questi paesi abbiano interesse a rimanere neutrali nel conflitto in corso.

Queste dinamiche sono il frutto del consolidarsi di trend strutturali nella regione. Il graduale ridimensionamento dell’impegno americano in Medio Oriente si è confermato anche con la Presidenza Biden e spinge le potenze regionali a una diversificazione delle alleanze destinata a protrarsi nel lungo termine. Così si è creato lo spazio per altre potenze regionali e globali destinate ad avere un ruolo di primo piano nelle questioni politiche, energetiche, economiche e militari del Golfo, in primis la Cina e in misura minore la Russia che già contano su partnership solide con le monarchie del CCG. Infine, anche l’Unione Europea tenta di ritagliarsi un ruolo nel Golfo. La Partnership Strategica lanciata dalla Commissione europea a maggio 2022 offre un quadro politico solido per la cooperazione in settori chiave quali energia, ambiente e sicurezza, mentre la sua attuazione dipenderà in ultima istanza dalla volontà politica dei suoi stati membri.

Cinzia Bianco è visiting fellow presso l’European Council on Foreign Relations, dove si occupa di dinamiche politiche, di sicurezza ed economiche nella Penisola arabica e nel Golfo, incluse le relazioni con l’Europa. Inoltre, collabora come analista senior con Gulf State Analytics. Ha conseguito un Master in Middle East and Mediterranean Studies presso il King’s College di Londra e un PhD in Middle East Politics presso l’Università di Exeter nel Regno Unito, dove ha lavorato sulla percezione delle minacce nei paesi del Gulf Cooperation Council (GCC) dopo le Primavere arabe.

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