“Le mie prigioni” di Silvio Pellico

«Si tratta di uno dei libri più letti per tutto l’Ottocento, con una diffusione almeno pari a quella dei Promessi Sposi.

Il successo delle Mie prigioni di Silvio Pellico fu legato certamente al fatto che fu letto come un’opera di edificazione morale e gli furono attribuiti significati che difficilmente oggi riusciamo a ritrovare nelle sue pagine. Al Metternich, il ministro austriaco, fu attribuito il giudizio
secondo il quale Le mie prigioni avevano nuociuto all’ Austria più di una battaglia perduta; in realtà il raffinato statista si espresse in maniera diversa, affermando che il merito del Pellico era quello di «aver trasformato un libro di calunnie in un libro di preghiera». E fatto certo è che queste memorie fecero subito nascere polemiche che contribuirono non poco al successo. Le critiche si spiegano col fatto che la figura del Pellico, nelle sue pagine, contrasta in modo assai stridente con quella del patriota impegnato politicamente, del giornalista polemico e battagliero del «Conciliatore»: l’amico di Di Breme, Borsieri, Porro, Confalonieri sembra sparire nei bui e freddi corridoi dello Spielberg, mentre colui che ne esce appare un uomo distrutto nel fisico, distante dalle contese politiche ed ideologiche, tutto dedito al riconoscimento ed alla condanna dei suoi errori di gioventù. Per questo i liberali, legati ad una concezione laica dell’uomo, cominciarono a criticare la scelta religiosa del Pellico, affermando che il carcere l’aveva piegato, che l’Austria era riuscita a spegnere una
delle menti più brillanti ed incisive dell’Italia che lottava per l’indipendenza. D’altra parte alcuni cattolici reazionari non riuscivano a perdonargli il suo passato di carbonaro e sostenevano che la sua pretesa fede non era altro che un’ipocrisia per ottenere la scarcerazione.

D’altra parte c’è da ricordare che l’autore delle Mie prigioni non volle fare una autobiografia che servisse da strumento di lotta ideologica; lo afferma subito nella breve prefazione, dicendo che il suo scopo è quello di «attestare che in mezzo a’ miei lunghi tormenti non trovai pur l’umanità così iniqua, così indegna
d’indulgenza, così scarsa d’egregie anime, come suol venir rappresentata».

E questa è la reale intonazione dell’opera; la riscoperta della religione diviene per il Pellico l’occasione di riconsiderare se stesso e gli altri alla luce dell’imperativo evangelico di amare il prossimo e di rinunziare alla violenza, anche quando la si subisce. È questo il tipo di «resistenza passiva» che porta il prigioniero a spersonalizzare il carcere, a separare cioè l’istituzione repressiva dagli uomini che vi compaiono. Carcerieri e carcerati sono così accomunati in un’unica visione d’umanità dolente, egualmente sottoposti ad un potere cieco, invisibile ed ottusamente crudele. In questo modo dolori, sevizie e privazioni vengono raccontati quasi esclusivamente in maniera riflessa, attraverso l’analisi degli effetti che provocano nell’animo del protagonista, creando quel clima di cristiana rassegnazione e di forza nel martirio che pervade tutta l’opera.

Riassunto

Tornato in libertà nel 1830, Pellico, come racconta egli stesso, fu incoraggiato da un amico prete a scrivere le sue memorie. L’opera fu intrapresa con molte esitazioni; prima di tutto c’era la difficoltà rappresentata dalla censura piemontese, che vietò nel libro ogni accenno alla politica per evitare tensioni con il governo austriaco; soprattutto l’autore intuiva che la sua opera avrebbe suscitato molte reazioni e polemiche. Ma alla fine Pellico si decise e nel 1832 comparvero Le mie prigioni, uno scritto diviso in 99 «capi» o capitoli, tutti di lunghezza analoga (circa due facciate di stampa). Queste memorie iniziano direttamente col racconto dell’arresto e della detenzione a Milano, in attesa di giudizio. Nelle prime pagine emerge la prima delle figure che popolano il libro e che ne hanno fatto la fortuna: il fanciullo sordo e muto, figlio di un carcerato, col quale Pellico intrattiene un tenero rapporto di amicizia.

Segue la narrazione del trasferimento a Venezia, dove si svolge il processo, che viene ricordato dall’autore solo per riaffermare, contro chi l’aveva calunniato, di aver firmato una confessione per l’impossibilità di confutare le prove in mano alla polizia austriaca, ma di non aver compromesso nessun altro. Il ricordo si sofferma sulla vita all’interno della famosa prigione dei Piombi, allietata dalla presenza di Zanze, la giovane e gentile figlia del custode. Arrivata la condanna, segue il trasferimento allo Spielberg; in questa parte dell’opera campeggia la figura dell’ex-caporale dell’esercito imperiale Schiller, a cui lo Stato ha affidato come ultimo incarico per la vecchiaia, quello di carceriere, compito che egli svolge coscienziosamente, ma con infinita pena e compassione per gli infelici prigionieri. Allo Spielberg Pellico conosce un altro patriota, Oroboni, col quale stringe amicizia grazie alla possibilità di parlare attraverso le inferriate della finestra. Nell’ultimo periodo di detenzione gli viene concesso di dividere la cella con l’amico Maroncelli, al quale era stata tagliata una gamba andata in cancrena. Alla fine, insperata, giunge la grazia e la libertà.

Il libro termina col racconto del viaggio di ritorno in Piemonte, con la scorta di un ispettore della polizia austriaca. Il segno del cambiamento dell’uomo Pellico è ben visibile nelle pagine in cui viene ricordata la sosta a Milano, la città in cui era stato arrestato, dove aveva lottato e scritto: c’è un senso di freddezza e di distacco, l’assenza di ogni cenno di rimpianto per il tempo passato, mentre prevale l’ansia di chiudere una fase della vita e cominciarne una nuova, nel conforto della famiglia.»

tratto da Letteratura italiana. Storia, forme, testi. 3. L’Ottocento di Giovanna Bellini e Giovanni Mazzoni, editori Laterza

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