“Le maschere della salute. Dal Rinascimento ai tempi del coronavirus” di Vittorio A. Sironi

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Prof. Vittorio A. Sironi, lei è autore del libro Le maschere della salute. Dal Rinascimento ai tempi del coronavirus edito da Carocci. Le mascherine protettive fanno ormai parte della nostra vita quotidiana: perché sono fondamentali?
Le maschere della salute. Dal Rinascimento ai tempi del coronavirus, Vittorio A. Sironi“Le pandemie vanno e vengono, ma le maschere mediche restano” ha scritto con felice sintesi la giornalista Virginia Postrel commentando l’impiego dei mezzi utilizzati per contrastare quella da Covid-19 in atto e rimarcando al tempo stesso la portata rivoluzionaria che questo semplice dispositivo ha avuto nella storia della salute umana.

Per molti secoli le infezioni hanno rappresentato la principale causa di malattia e di morte dell’umanità. Prima ancora che si comprendesse quale fosse la causa delle malattie infettive e che si trovassero farmaci e terapie efficaci per curarle, per molto tempo di fronte alle frequenti pestilenze si mettevano in atto misure e procedure che l’esperienza empirica aveva dimostrato essere efficaci per contenere il contagio, cioè la diffusione nella popolazione della letale malattia: isolamento e quarantena dei possibili contagiatori, lontananza fisica dai malati.

Lavarsi spesso le mani, mantenere il distanziamento fisico, indossare la mascherina sono ancora oggi i comportamenti raccomandati ancora oggi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per prevenire il contagio e contenere la diffusione dell’infezione dovuta al nuovo coronavirus. I “dispositivi di protezione individuale”, come tecnicamente si chiamano le mascherine, sono altri strumenti fondamentali per evitare il contagio.

Speso rese addirittura obbligatorie in questo tempo di pandemia, le mascherine protettive sono entrare a far parte della nostra vita, diventando il simbolo visibile dell’emergenza che stiamo vivendo. Una barriera protettiva per impedire il contagio, un confine per separare la parte sana da quella malata, un nuovo indumento che cela parte del viso rendendo difficile riconoscere la nostra identità e impedendo la comunicazione non verbale.

L’impiego di questi mezzi non rappresenta una novità legata all’attuale infezione da coronavirus, perché il loro uso in pubblico risale a oltre cento anni fa per fare fronte a un’altra devastante pandemia, quella influenzale passata alla storia come “Spagnola”. Anche se in condizioni differenti e con conoscenze mediche e sanitarie più limitate delle attuali, l’idea allora che le mascherine potessero essere un mezzo utile per limitare il contagio non aveva tardato a farsi strada e a essere presa in considerazione. Un precedente che avrebbe potuto e dovuto aiutare le istituzioni sanitarie e i governi a prendere decisioni utili, adeguate e rapide, evitando incertezze ed errori, anche di fronte all’attuale pandemia.

La Spagnola (la “malattia sfinge” come venne subito soprannominata tanto erano misteriose le cause e ignoto il modo per affrontarla) è stata un’epidemia dovuta a una variante del virus influenzale H1N1 che ha interessato tutto il mondo tra il 1918 e il 1919 coinvolgendo più di mezzo miliardo di persone, con una mortalità totale stimata tra i 50 e gli 80 milioni di persone.

Il suo esordio non è chiaro, ma il nome Spagnola deriva dal fatto che i giornali di quella nazione, che non era coinvolta nel conflitto bellico in atto, furono gli unici che dettero rilevo a questa “strana febbre” molto diffusa nel Paese e che aveva colpito anche il re. Alla prima serie di infezioni, tra marzo e aprile, ne seguì una seconda tra settembre e ottobre, assai più devastante e letale.

In alcuni paesi fu raccomandato l’uso delle mascherine protettive, ma tra gli ufficiali sanitari non c’era accordo sul fatto che aiutassero a ridurre la trasmissione dell’influenza. Come oggi, anche in quegli anni le città erano più vulnerabili all’infezione delle aree rurali soprattutto a causa della densità di popolazione. Ma che dire dell’enigmatica differenza tra una città e l’altra? Le strategie di contenimento messe in atto allora, differenti da nazione a nazione e dissimili anche in zone diverse dello stesso Paese, svolsero un ruolo determinante. Uno studio del 2007 ha dimostrato che alcune misure di Sanità pubblica come il divieto di raduni e l’obbligo di indossare le mascherine ridussero il tasso di mortalità fino al 50 per cento. Il problema principale era il tempismo: tali misure dovevano essere introdotte in fretta e mantenute finché il pericolo non fosse passato. Se venivano tolte troppo presto il virus aveva a disposizione una fornitura fresca di ospiti immunologicamente naïfs e la città andava incontro a un secondo picco di mortalità.

I due episodi pandemici, quello del 1918 e quello attuale, hanno caratteristiche simili (diffusione estesa, mortalità variabile), ma anche differenze importanti (malati prevalentemente giovani e progressione più lenta del contagio per la Spagnola, più soggetti anziani e rapido peggioramento dei sintomi più gravi nell’attuale Covid-19) anche se il paradigma epidemiologico potrebbe essere lo stesso: dopo un primo esordio nella stagione invernale, un’importanza remissione in estate e una successiva forte ripresa nei mesi freddi. Impressionanti (e istruttive), a distanza di così tanto tempo, le analogie tra i due eventi. Il ruolo delle mascherine per ridurre il contagio è fondamentale, oggi come allora.

Nell’immaginario collettivo, l’iconografia medica antica è fortemente associata alle maschere della peste: come si sono evolute storicamente le maschere mediche?
A peste, fame et bello libera nos, Domine (Dalla peste, dalla fame e dalla guerra liberaci, o Signore) è stata per secoli la preghiera propiziatoria che rappresentava l’invocazione quotidiana della povera gente nelle contrade di un’Europa sconvolta da ricorrenti pestilenze (così in passato venivano chiamate le pandemie). In un simile contesto per secoli le risorse messe in atto dai medici contro la peste erano praticamente inesistenti e comunque non efficaci. Fuge cito, longe, tarde (Fuggi presto, và lontano, torna più tardi che puoi) era il consiglio e l’indicazione della medicina ufficiale.

Già nel Rinascimento, secoli prima che la medicina riconoscesse batteri e virus all’origine delle malattie infettive e comprendesse che questi microrganismi potevano essere effettivamente presenti e diffondersi nell’aria, era abitudine coprirsi il naso e la bocca con fazzoletti di panno, talvolta intrise di essenze profumate, per evitare di respirare i “miasmi” (gli odori cattivi e puzzolenti) ritenuti allora la causa delle pestilenze. Per molti decenni questa abitudine entrò a far parte delle pratiche empiriche protosanitarie contro le malattie contagiose.

Le prime vere maschere facciali con scopi medici comparvero però a Venezia e a Roma durante le epidemie di peste del 1575 e del 1630. Avevano la grottesca forma di un grande becco d’uccello lungo e adunco, nella cui punta venivano poste paglia e sostanze aromatiche (ambra, mirra, lavanda, menta, chiodi di garofano, aglio, spesso anche garze imbevute d’aceto e oli essenziali) in funzione protettiva e “isolante” per evitare il contagio, che si riteneva potesse avvenire attraverso l’olfatto, dato il cattivo odore che emanavano gli appestati. Allacciata alla testa, la maschera dei “dottori col becco” aveva le aperture per gli occhi protette da lenti di vetro, mentre sui lati due fessure consentivano di respirare. In seguito la divisa dei “medici della peste” andò completandosi e perfezionandosi con una tunica di tessuto cerato lunga sino ai piedi, guanti, stivaloni e un grande cappello nero a tesa larga. Un abito ispirato alle armature dei soldati, con scopi ”difensivi” sanitari contro le nefaste e letali pestilenze.

In medicina le maschere trovano ampia applicazione: quali funzioni svolgono?
Le maschere mediche hanno fondamentalmente tre funzioni: evitare le infezioni dei pazienti (come accade quando si usano in sala operatoria durante un intervento le mascherine chirurgiche), svolgere un’azione protettiva per il personale sanitario (per “autodifendersi” da possibili rischi infettivi attraverso l’uso di “maschere filtranti” FPP2 o FFP3), avere un ruolo terapeutico (si pensi alle maschere che si utilizzano per indurre l’anestesia o alla maschera Ambu che serve per insufflare aria nei polmoni delle persone non coscienti o ancora a quelle che in particolari condizioni cliniche determinano una pressione positiva continua delle vie aeree (CPAP, Continuous Positive Airway Pressure) in grado di impedire il collassamento e l’occlusione delle vie aeree superiori.

Quelle chirurgiche nascono nel 1897, quando il chirurgo austriaco Johan von Mikulicz Radecki (1850-1905) descrive per la prima volta una mascherina composta da uno strato di garza da utilizzare durante gli interventi. Sarà però il medico francese Paul Berger (1845-1908) il primo a indossarne una nell’ottobre di quello stesso anno per eseguire un’operazione chirurgica. A partire dai primi anni del Novecento le mascherine chirurgiche, insieme al camice e ai guanti di lattice, diventano presidi indispensabili in sala operatoria.

Le mascherine filtranti vengono “inventate” da un medico cinese, Lien-teh Wu (1879-1970), che durante l’epidemia di peste sviluppatasi in Manciuria tra il 1910 e il 1911, riconosce che è la forma polmonare della malattia a diffondere l’infezione. Per consentire agli abitanti di evitare il contagio sviluppa mascherine più sofisticate di quelle chirurgiche, composte da vari strati di garza e cotone sovrapposti, conferendole una forma a conchiglia che consente di farle aderire perfettamente al viso per coprire naso e bocca. Sono i prototipi delle attuali mascherine filtranti, che vengono poi perfezionate e realizzate come noi le conosciamo oggi a partire dagli anni Sessanta del Novecento.

Le maschere protettive costituiscono un ulteriore ambito di applicazione: in quali contesti si adoperano?
Le maschere protettive trovano applicazione in ambito militare (sono le maschere antigas che nascono durante il primo conflitto mondiale per proteggere i soldati dai gas tossici usati dal nemico in battaglia), nel contesto lavorativo per proteggere le vie respiratorie di chi è esposto per motivi di lavoro alla possibile inalazione di polveri o gas tossici (si pensi ad esempio ai vigili del fuoco, ai minatori, a chi maneggia particolari sostanze chimiche) e in campo sportivo (per evitare danni al viso in alcuni sport di contatto (per esempio nel football americano).

Le maschere assumono anche una rilevanza simbolica: quali implicazioni sociali, culturali e antropologiche concernono le maschere sanitarie?
La maschera può nascondere e ingannare, ma anche rivelare e proteggere. È il contesto in cui la maschera viene usata che ne definisce la funzione e il significato. Celando il volto rende irriconoscibili, permettendo di usare il mascheramento sia per perpetrare nefandezze e crimini, sia per compiere anonimi atti di legittima protesta o addirittura di giustizia. Indossandola è possibile anche ingannare gli altri riguardo la propria identità. Spesso serve solo durante l’effimera finzione che si attua nelle recite teatrali o nelle feste carnevalesche, altre volte assume una dimensione più duratura sotto il profilo esistenziale, come magistralmente evidenzia la narrativa pirandelliana quando esplora il carattere ingannevole delle maschere (una, centomila, nessuna) che indossa il nostro io nella recita della vita, col rischio che nelle molteplici identità che si configurano in tal modo l’unica vera si smarrisce e non si trova più. Ma più spesso di quanto si creda la maschera rivela (la personalità) e protegge (la vita).

In particolare sin dalla loro origine le cosiddette “maschere della salute” hanno rappresentato uno strumento importante dal punto di vista medico e sanitario: per difendere, prevenendo il contagio e l’infezione tra gli individui, per aiutare, sostenere e curare il malato, per preservare la salute in guerra e in pace, per salvaguardare l’incolumità sul lavoro e nelle attività sportive. Anche in epoca di vaccinazioni, di antibiotici e di antivirali, dunque le maschere salvano la vita. Oltre che una storia, esiste anche una scienza e un’etica delle maschere della salute.

L’evoluzione storica di questi presidi s’intreccia inevitabilmente con le tappe che hanno segnato il percorso del pensiero medico e della pratica sanitaria. Il razionale scientifico del loro uso è scandito dai crescenti successi contro le infezioni nelle sale operatorie e nei reparti di degenza degli ospedali, così come dall’aumentata capacità di contenere il contagio negli eventi epidemici e pandemici dell’ultimo secolo. La dimensione etica di questi strumenti è correlata alla funzione che svolgono (protettiva o terapeutica) e al conseguente adeguato e consapevole utilizzo da parte di chi la indossa.

Scienza ed etica delle maschere della salute interagiscono dialetticamente in modo esplicito all’interno della “logica medica” di qualsiasi estradizione. Sono due dimensioni che (paradossalmente) si sovrappongono storicamente sia nell’ambito della cultura medica occidentale (biomedicina) che nell’ambito delle culture mediche tradizionali (etnomedicina). In entrambi questi contesti i “professionisti della salute” (i chirurghi e i medici da una parte, gli stregoni e gli sciamani dall’altra) usano le maschere come strumenti atti a prevenire (l’infezione e la malattia) ed evitare (il maligno e il male), ma anche ad assistere (con le maschere terapeutiche per la ventilazione assistita) per guarire il malato e a curare (con le maschere-talismano apotropaiche) per “allontanare” la malattia e lo spirito maligno che l’ha determinata.

Qual è il significato psicodinamico delle maschere della salute?
In ambito psicodinamico la maschera è vista come un meccanismo di difesa innescato da una situazione di forte dolore psichico, di solito avvenuto in tenera età, che crea un vissuto di ferita emotiva profonda. L’uso di una maschera facciale per proteggersi, che inevitabilmente nascondere il volto, è percepito come segno tangibile di chi si sente in colpa. Da questo punto di vista la mascherina facciale anticontagio è sconcertante: viene vissuta inconsciamente come espressione di una colpa non ancora commessa ma possibile (contagiare gli altri) e al tempo stesso come privilegio forse immeritato ma posseduto (evitare di essere contagiato). Lo stesso termine che la designa è diminutivo di maschera: infatti mentre questa copre l’intero viso, la mascherina ne oscura solo una parte, lasciando ben visibili gli occhi, la nostra “finestra” sul mondo.

Se la maschera ci trasforma (letteralmente ed esteticamente) in un’altra persona, la mascherina opera questo cambiamento solo in parte: come un Giano bifronte “sdoppia” la nostra persona (gli occhi restano quelli di sempre, ma le altre parti nascoste del volto, naso e bocca, si possono immaginare diversi da quelli originali) e la nostra personalità. Crea di fatto un vissuto che rischia di essere schizofrenico.

Per ogni individuo la propria soggettività (e quindi la propria identità) nasce non solo dalla consapevolezza del proprio io, ma da quella che viene chiamata l’”esperienza dello specchio”. Infatti l’essere di un soggetto non si trova nel suo corpo né tantomeno nel suo viso, ma piuttosto fuori di sé, nell’immagine che l’altro gli restituisce. Ecco perché indossare la mascherina genera una paura che non è solo e tanto legata a un possibile pericolo sanitario, quanto piuttosto il timore determinato dal rischio di perdere la propria immagine e quindi la propria identità.

Vittorio A. Sironi, specialista in Neurochirurgia e in Storia della medicina, è professore di Storia della Medicina e della Sanità e di Antropologia Medica nonché Direttore del “Centro studi sulla storia del pensiero biomedico” (www.cespeb.eu) presso la Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università degli studi di Milano Bicocca. È condirettore della collana “Storia della medicina e della sanità” degli Editori Laterza

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