“Le lingue frammentarie dell’Italia antica. Manuale per lo studio delle lingue preromane” di Simona Marchesini

Le lingue frammentarie dell'Italia antica. Manuale per lo studio delle lingue preromane, Simona MarchesiniLe lingue frammentarie dell’Italia antica. Manuale per lo studio delle lingue preromane
di Simona Marchesini
Ulrico Hoepli Editore

«Le lingue dell’Italia antica sono per la maggior parte lingue frammentarie. È bene dunque iniziare la nostra analisi delle loro caratteristiche generali partendo proprio dalla definizione e dalla linea di demarcazione tra lo stadio di frammentarietà e quello di corpus.

Le lingue antiche, che non presentino una continuazione diretta con le lingue moderne, si suddividono, in base all’entità e al tipo di documentazione conservata, in lingue corpus (Corpus Languages, Corpus-Sprachen) e lingue frammentarie (Relic Languages o Trümmersprachen). Nel primo caso si tratta di lingue di cui si è potuta ricostruire in gran parte la grammatica, intesa nei suoi aspetti fonologici, morfologici, sintattici e semantici. Esempi di questo tipo possono essere il Latino e il Greco antico. Nel caso invece delle lingue frammentarie disponiamo di una ricostruzione fonologica non sempre sicura, di una morfologia talvolta frammentata e di una sintassi e semantica lacunose ed in costante studio e aggiornamento. La documentazione conservata nel caso delle lingue frammentarie non è sempre sufficiente a ricostruire un profilo completo e coerente della lingua in esame. I documenti disponibili per una lingua frammentaria sono nella maggior parte dei casi riferibili solo ad alcuni ambiti della vita civile ( come quella funeraria o religiosa), quindi conosciamo solo le parti del lessico riferibili a tali ambiti. La fonologia non può essere verificata con i parlanti, ma va ricostruita mediante il confronto con lingue meglio attestate (grazie ad esempio alle parole di imprestito); per quanto riguarda la morfologia verbale ci sono noti solamente alcuni tempi e modi intrinsecamente legati alla tipologia delle classi testuali conservate, e per quella nominale sono documentati solo i morfemi impiegati in determinate funzioni. Anche la sintassi è generalmente poco nota, dato che abbiamo a disposizione solo alcuni tipi standardizzati di testi. Raramente sono attestate frasi complesse, tali da consentire anche un inquadramento della tipologia della lingua in esame riguardo ad esempio all’ordine dei costituenti.

Una considerazione generale si impone sul fatto che nella maggior parte dei casi le lingue frammentarie ci presentano resti onomastici. Non deve quindi stupire che spesso lo studio delle lingue dell’Italia antica, come di altre lingue frammentarie, abbia come oggetto principale di indagine gli antroponimi e come strumento di studio l’onomastica. I nomi di persona costituiscono all’interno del sistema lingua un sottosistema designativo particolare, dotato di un proprio status grammaticale. Studi di topicalizzazione neurologica hanno confermato ciò che la linguistica generale presuppone, ovvero che i nomi propri, e al loro interno le sottoclassi dei toponimi, degli antroponimi e dei marchionimi, sono localizzati in porzioni separate del cervello. Non di rado succede che studiando i nomi personali ci troviamo a che fare con comportamenti morfologici particolari, che trovano la loro spiegazione proprio all’interno del campo onomastico, ma che non sempre trovano piena corrispondenza nelle altre classi lessicali. Questo può generare l’impressione, in chi si avvicina per la prima volta alle grammatiche delle lingue frammentarie, di una notevole complessità e disorganicità, dovute proprio a questo limite empirico della materia prima a disposizione dello studioso.»

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