“Le letterature africane in lingua portoghese” di Roberto Francavilla, Inocência Mata e Valeria Tocco

Prof. Roberto Francavilla, Lei è autore con Inocência Mata e Valeria Tocco del libro Le letterature africane in lingua portoghese, edito da Hoepli: quale rilevanza assumono, nel panorama della letteratura mondiale, le letterature africane in lingua portoghese?
Le letterature africane in lingua portoghese, Roberto Francavilla, Inocência Mata, Valeria ToccoOggi si tende sempre di più a parlare di Letteratura-Mondo, tornando (ma solo in parte, perché le prospettive teoriche sono alquanto mutate) a un concetto proposto da Goethe, quello, appunto di Weltlitteratur. Uno degli obbiettivi è rendere sempre più palese quanto le categorie “lingua” e “nazione” siano soltanto alcuni fra i tanti parametri attraverso cui una serie di testi letterari possono essere considerati, studiati, periodizzati e, in fin dei conti, catalogati all’interno di un sistema. Anche nel caso dell’Africa queste due categorie “dominanti” risultano ancora imprescindibili a causa della loro valenza storica. Tuttavia, una volta analizzato il corpus dei testi in relazione alla dimensione storico-politica in cui sono stati prodotti (che, nel caso africano, indipendentemente dalla lingua, significa colonialismo, decolonizzazione, postcoloniale) dobbiamo imparare a leggere la loro esistenza in quanto elementi indipendenti prodotti dall’urgenza e dal genio di chi li ha scritti e non solo identificati in stretta connessione con il loro contesto. La letteratura è come una gigantesca galassia di pianeti in movimento che, lungo l’asse di millenarie tradizioni, si scambiano suggestioni, influenze, forme. Un Mondo, appunto, in cui ogni singolo elemento ha le stesse possibilità di attrarre la nostra attenzione di lettori, di traduttori, di divulgatori e di studiosi.

Qual è il quadro delle manifestazioni culturali prodotte nell’Africa che parla portoghese?
Il Portogallo ha investito le sue allora colonie africane (che, lo ricordo, sono Angola, Capo Verde, Guinea-Bissau, Mozambico e São Tomé e Príncipe) con un vasto e contundente arsenale composto di elementi riconducibili al discorso del potere, dell’egemonia. I secoli di colonialismo hanno imposto in Africa una nuova religione, un diritto, nuove strutture commerciali, modi di comportarsi, di “essere” in seno a una società fortemente gerarchizzata. E, va da sé, hanno imposto una lingua: Amilcar Cabral, il leader della lotta per l’indipendenza della Guinea-Bissau e di Capo Verde, aveva intuito in largo anticipo sui tempi quanto il fattore linguistico, una volta fatta la tara al meccanismo coercitivo attraverso cui si era assestato, poteva essere uno strumento assai utile per le nuove comunità decoloniali: nella loro comunicazione interna e in quella verso il mondo, ma anche nella costruzione di una lingua letteraria. Questo è il punto di partenza. Non a caso nel volume si dedica grande attenzione a questo lento processo (che si è svolto in maniera non lineare ma con modalità tutto sommato analoghe nella maggior parte dei territori che hanno vissuto l’esperienza imperialista, discorso che attinge la pressoché totalità dell’Africa) che segnala il passaggio da una letteratura africana coloniale, imitativa, alimentata da epigoni e falsi modelli, verso una letteratura “nuova”, in cui cresce vertiginosamente la consapevolezza della propria condizione di subalternità e, di conseguenza, la coscienza politica che automaticamente ne deriva. Tre dei cinque paesi hanno vissuto sul loro territorio una lunga guerra di Indipendenza conclusa solo nel 1974 con la Rivoluzione dei Garofani a Lisbona, ovvero con la caduta della dittatura fascista dell’Estado Novo. Se si ipotizzasse una periodizzazione “a spanne”, sarebbe abbastanza agevole individuare, dopo gli esordi esotisti della seconda metà dell’Ottocento e dei primi anni del XX secolo, una lunga fase di scoperta e riscoperta identitaria (penso alla formulazione dell’angolanidade in Angola o della caboverdianidade a Capo Verde, in cui si uniscono afflato poetico, tendenza alle grandi narrazioni e dimensione antropologica), la fase della lotta e il canto epico che ne consegue, e poi, nella modernità, lo smarrimento e l’indignazione (nei casi angolano e mozambicano) per aver visto le proprie comunità finalmente libere dal colonialismo precipitare nell’abisso della guerra civile. Queste sono a grandi linee le principali fasi e tendenze che, sebbene secondo ottiche differenti, nutrono il testo della contemporaneità.

Quali diverse tradizioni nazionali compongono il quadro delle letterature africane in lingua portoghese?
Abbiamo volutamente scelto di offrire ai lettori un quadro abbastanza approfondito anche di ciò che in qualche modo “precede” (sebbene questa posizione freddamente cronologica possa risultare fuorviante) la costruzione delle letterature in senso canonico. Ovvero quella ricchissima materia, che è letteratura in sé, che alimenta le culture africane in gran parte agrafe prima dell’arrivo dei colonizzatori. I francesi hanno inventato una parola abbastanza fragile ma in fondo utile, orature, per sistematizzare questo corpus. Molti elementi della tradizione, come d’altronde avviene in tutte le culture, sopravvivono a livello intertestuale nelle letterature di oggi. Alcuni romanzi angolani, per esempio, fanno di questa materia la loro struttura portante. Di parole provenienti da lingue considerate “etniche” (e anche su questa definizione varrebbe la pena spendere una riflessione) è composto il lessico degli scrittori moderni che, in questo modo, elaborano un’operazione creativa, culturale, di enorme valenza simbolica. Per non parlare del teatro. Uno degli aspetti più importanti, che ci riconduce alla riflessione maturata a proposito di Amilcar Cabral, è ancora una volta la questione della lingua. Pur nascendo in lingue non eurofone, questa materia continua a rappresentare linfa vitale per le letterature africane di oggi.

Quali sono gli autori lusofoni d’Africa più significativi?
Difficile produrre una lista e rimando agli approfondimenti del volume per elaborare una possibile panoramica, anche perché temo che, in questo caso, subentrerebbe a sproposito il mio gusto personale. Mi sento però di poter segnalare due nomi che, in qualche modo, oltre alla valenza estetica del loro lavoro e all’indubbia centralità della loro opera, possono essere letti facilmente come paradigmi, cosa di cui il sistema letteratura ha sempre bisogno! Il primo è uno scrittore angolano di origine portoghese, Luandino Vieira, esempio umano ancor prima che intellettuale di uno strenuo percorso di resistenza al giogo coloniale e dittatoriale e di estrema libertà di pensiero, svincolato da ogni ortodossia. A lui, che nel campo di prigionia di Tarrafal (dove venne rinchiuso per anni) scrisse i racconti di Luuanda, una delle opere più importanti delle letterature africane di lingua portoghese, dobbiamo l’invenzione di una lingua nuova, un portoghese straniante per il “lettore modello” e veicolo di un linguaggio sovversivo non nei temi che descrive bensì nella sua stessa fattezza, nel lessico, nella morfologia, nella capacità di trasportare la potenza di un messaggio. Il secondo è una scrittrice mozambicana, Paulina Chiziane, a cui l’anno scorso è stato attribuito (segnale di lungimiranza) il Prémio Camões, la più importante onorificenza delle lettere portoghesi. Piacevolmente singolare questo passaggio di consegne che si rinnova ogni anno e che, questa volta ha visto il grande poeta epico, autore dei Lusiadi e nume tutelare della letteratura portoghese, tendere la mano a questa donna resistente, lontana come pochi dai salotti culturali che, con coraggio, racconta in chiave femminista i risvolti più crudi e anacronistici della condizione femminile nel suo Mozambico.

Quali sono i principali snodi tematici e concettuali di queste letterature?
Il punto di partenza è sicuramente quello dell’identità. Le domande “chi sono io?”, “come di definisce la comunità a cui appartengo?” attraversano le letterature postcoloniali in ogni latitudine del mondo, Africa compresa. Lo scrittore africano si guarda allo specchio, elabora una riflessione critica sulla propria condizione, provando a scindere dalla propria fisionomia gli elementi imposti dal sistema da quelli che appartengono alla propria cultura di origine. Ma la partita è persa: gli elementi di sono infatti fusi in una cultura nuova, ed è quella da cui è necessario intraprendere il proprio doloroso cammino di consapevolezza. Fatalmente intrecciati al topos della costruzione dell’identità, si individuano poi una serie di altri temi. Alcuni li abbiamo già citati, come il canto epico dell’indipendenza e il romanzo cosiddetto “di guerriglia”, o ancora il discorso di genere centrato sulla condizione della donna. Aggiungerei, a grandi linee, il tema della diaspora (con il risvolti legati all’emigrazione e alla lotta per la sopravvivenza, nonché all’elemento centrale della nostalgia); il tema del transito verso l’indipendenza e il confronto impietoso con il nuovo assetto socio-politico, in cui si nota la “lunga durata” prevaricatrice di lobbies finanziarie corrotte appoggiate in modo subdolo alle vecchie ideologie; la dialettica fra centri urbani in cui sopravvivono le vecchie regole del sistema coloniale e le periferie disagiate, segnate da miseria e disuguaglianze e da cui, purtuttavia, emergono creativi fermenti culturali.

Quale ricezione e divulgazione hanno avuto le letterature africane di lingua portoghese in Italia e in italiano?
Alla fine degli anni 90, insieme a Vincenzo Barca, pubblicammo per Feltrinelli un’antologia di racconti dal titolo Africana – Racconti dall’Africa che scrive in portoghese. Non eravamo pionieri perché altre menti illuminate prima di noi (e almeno dalla fine degli anni 60) avevano già operato tentativi di divulgazione di questo corpus in Italia. La novità di quell’antologia, semmai, consistette nella vastissima attenzione che la critica (forse per lo statuto dell’editore) dedicò all’opera. Parve un ottimo segnale. Quella luce, tuttavia, non riuscì a illuminare veramente un pubblico più vasto, come si era auspicato, pubblico che, in gran parte, si ostinava a considerare quelle letterature alla stregua di isole lontane, osservate con il cannocchiale di un fragile neoesotismo e con un entusiasmo naif troppo vicino alla nota carezza paternalista. Negli anni, altri validi colleghi e traduttori si sono succeduti nell’impresa di allargare il bacino dei lettori e l’augurio è che il lavoro svolto trovi sbocco anche in un nuovo modo di “leggere” il testo africano, in cui sia attribuita tutta la dignità e l’importanza che merita. Non solo per il fascino di ciò che proviene dall’altrove, ma per la sua bellezza intrinseca, per la sua profondità, per i mondi che contiene.

Roberto Francavilla insegna Letteratura portoghese e brasiliana all’Università di Genova e nel Dottorato in Letterature e Culture Classiche e Moderne della stessa Università, dopo aver sviluppato progetti di ricerca per l’Instituto Camões e per la Fundação Calouste Gulbenkian e aver insegnato a lungo all’Università di Siena. Si occupa prevalentemente di letterature del Novecento in lingua portoghese, sulle quali ha pubblicato svariati articoli e saggi. È traduttore e tiene laboratori di Teoria e Pratica della Traduzione Letteraria. Membro fondatore di varie associazioni scientifiche e culturali, dirige la collana di studi di americanistica “Igarapé” e co-dirige la collana di poesia portoghese “Ocidental Praia”.

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