“Le illusioni dei social media. Maschere e specchi della nostra personalità” di Luca Chittaro e Giuliano Castigliego

Prof. Luca Chittaro e dott. Giuliano Castigliego, Voi siete autori del libro Le illusioni dei social media. Maschere e specchi della nostra personalità, edito da Mimesis: che rilevanza ha assunto, nella nostra vita quotidiana, la comunicazione digitale?
Le illusioni dei social media. Maschere e specchi della nostra personalità, Luca Chittaro, Giuliano CastigliegoLuca Chittaro: una rilevanza fondamentale! Spesso non ci pensiamo, ma la nostra società ha compiuto in pochi decenni una transizione di massa verso la comunicazione attraverso computer e smartphone, riducendo grandemente la quantità di tempo dedicata alle relazioni faccia a faccia a favore di relazioni indirette, in cui interfacce digitali si frappongono fra le persone, plasmandone la comunicazione. Inoltre, il numero di persone da cui riceviamo messaggi e a cui possiamo fare arrivare i nostri ha assunto dimensioni senza precedenti nella storia. Questi fattori, assieme ad altre caratteristiche del contesto digitale quali il sovraccarico informativo, la pressione temporale e l’influenza degli algoritmi, favoriscono dinamiche psicologiche che ci portano a cadere in errori di percezione ed illusioni nella comunicazione social.

Quali dinamiche psicologiche si attivano nell’uso dei social?
Giuliano Castigliego: le dinamiche psicologiche che operano in noi quando ci troviamo sui social sono molteplici e di per sé analoghe a quelle che mettiamo in atto offline. La differenza è data però dalle caratteristiche del contesto digitale evidenziate dal Prof. Chittaro: il sovraccarico informativo, la pressione temporale e l’influenza degli algoritmi, nonché da una tendenza alla regressione.

Tra i principali processi psichici, la cui esplorazione dobbiamo principalmente alla psicoanalisi, vi è innanzitutto l’identificazione, l’immedesimazione cioè in un’altra persona, che sta alla base della nostra tendenza riconoscerci in altre/i utenti dei social media. Annoveriamo inoltre la proiezione, il processo psicologico inconscio con il quale la persona reagisce a stimoli interni spiacevoli, negandoli come propri e attribuendoli a persone esterne, come avviene ad esempio quando attribuiamo ad altre/i utenti dei social media emozioni o impulsi che sono nostri. Una particolare forma di proiezione è l’identificazione proiettiva, nella quale impulsi aggressivi vengono inconsciamente attribuiti agli altri, alle altre. Uguale e contrario alla proiezione è il processo dell’introiezione, in base al quale la persona incorpora in sé la rappresentazione mentale di un oggetto esterno, facendo proprio ad esempio caratteristiche di influencer o personaggi famosi. Nella regressione, favorita dalle caratteristiche del contesto digitale, tendiamo a ritornare a modalità di sentire e di pensare immature, tipiche dell’infanzia, con tendenza al pensiero in bianco/nero e a emozioni poco modulate.

In che modo l’utente viene orientato verso emozioni negative o positive dalle sue diverse modalità d’uso dei social?
Luca Chittaro: in diversi modi. Un primo esempio riguarda il cosiddetto “contagio emotivo digitale”. Diverse ricerche hanno mostrato che i post che gli algoritmi dei social decidono di farci vedere nel nostro feed orientano le nostre emozioni. Per esempio, una ricerca svolta in collaborazione tra Facebook e un’università statunitense ha mostrato che un fenomeno che tutti notiamo sui social, cioè quando piove molti utenti esprimono emozioni negative sulla pioggia, contagia non solo le persone che vivono nella stessa area geografica, ma anche quelle che si trovano in aree geografiche dove c’è bel tempo. Inoltre, ci sono una serie di comportamenti che abbiamo esaminato nel libro in cui non è l’algoritmo, ma è l’utente stesso a crearsi emozioni specifiche attraverso particolari usi del social. Per esempio, il soffermarsi ripetutamente ad esaminare informazioni su incidenti, malattie, catastrofi, conflitti è talmente frequente che gli è stato dato un nome (“doomscrolling”) e ne è stato documentato l’effetto negativo sulle emozioni dell’utente.

Quali usi dei social si iscrivono nella tradizione della fuga da sé come tendenza dell’animo umano?
Giuliano Castigliego: L’uso dei social come divertissement, di pascaliana memoria. Pascal sostiene infatti che noi non riusciamo ad accettare “l’infelicità naturale della nostra condizione debole e mortale” e che dunque cerchiamo in tutti i modi lo svago, la distrazione, per non rimanere soli con noi stessi e con la nostra infelicità. La ragione per cui “il giuoco, la conversazione delle donne, la guerra, gli alti uffici sono tanto ricercati” consisterebbe appunto nel “trambusto” che ci distrae. I mezzi di comunicazione digitali, portandoci a casa il mondo, o quanto meno la sua rappresentazione, possono divenire la principale fonte di “trambusto”, di svago, o, nelle parole di Pascal, appunto di divertissement, che ci impedisce di pensare a noi stessi, ci distoglie dall’infelicità della nostra condizione e “ci fa giungere alla morte senza che ce ne avvediamo” (cit. da Pascal, Pensieri).

Cos’è la “solitudine digitale” e quali forme assume il fenomeno dell’uso problematico dei social da parte degli utenti?
Luca Chittaro: I media usano spesso il termine “solitudine digitale” per attribuire alla tecnologia, tipicamente i social e gli smartphone, la responsabilità di aumentare la solitudine delle persone. In realtà, la tecnologia è duale: può essere usata per isolarsi e ridurre sempre di più il tempo dedicato alle interazioni con altre persone, disintegrando la propria rete di relazioni, oppure può essere usata come canale aggiuntivo per il mantenimento delle relazioni esistenti e per stabilire nuove relazioni che possono poi anche evolvere dall’online all’offline. Quello che viene chiamato “uso problematico dei social” è invece un termine ombrello che comprende qualsiasi modalità d’uso dei social nociva per la persona, che si manifesta con sintomi e comportamenti anche patologici. L’esempio che tende a colpire di più è quello della dipendenza, ma c’è un vasto spettro di possibilità che colpisce anche le persone non dipendenti. Per esempio, molti utenti soffrono della cosiddetta FoMO (fear of missing out), cioè sviluppano un timore esagerato di essere esclusi da ciò che sta accadendo sul social e ciò è per loro fonte di disagio. Per prevenire la solitudine digitale e l’uso problematico, sono essenziali un atteggiamento e scelte comportamentali consapevoli dell’utente nell’uso dello strumento.

In che modo i social si configurano come luogo di appagamento di desideri insoddisfatti e prosecuzione digitale di adolescenziali ‘castelli in aria’?
Giuliano Castigliego: Freud nel suo “Il poeta e la fantasia” sostiene che l’atto creativo del gioco e dell’arte, così come il piacere del fantasticare, derivino tutti dalla frustrazione e che “ogni singola fantasia è la realizzazione di un desiderio, una correzione della realtà insoddisfacente”. I social sono, da questo punto di vista, il luogo pubblico in cui ciascuno/a può appagare i propri desideri insoddisfatti, esporre e coltivare i propri castelli in aria, esprimere i propri sogni ad occhi aperti. Tutte/i possiamo infatti diventare oggi scrittori di post, creatori di immagini in cui mettere in mostra le nostre più riposte fantasie che, secondo l’assunto freudiano, dovrebbero essere la realizzazione dei nostri desideri. Il problema è casomai comprendere quanta capacità di fantasticare vi sia davvero nei nostri post e nelle nostre immagini e quanto invece in essi/esse sia illusione, una riproduzione di modelli sempre uguali a sé stessi.

In che modo l’utente costruisce la rappresentazione di sé nei social e quali effetti tale maschera digitale può avere sull’utente stesso?
Luca Chittaro: Quando usiamo i social, abbiamo un controllo senza precedenti sui diversi aspetti del come ci presentiamo agli altri. Possiamo decidere che informazioni fornire e anche come convogliarle al meglio affinché gli interlocutori si formino un’impressione che corrisponde a quella che desideriamo. In letteratura, questo processo viene chiamato “impression management” e molti utenti si spingono al punto di fabbricare informazioni solo parzialmente vere o totalmente false per ottenere l’impressione desiderata. Un esempio frequentissimo riguarda alterare digitalmente i propri selfie per apparire più fisicamente attraenti, o raffigurare situazioni in modo diverso da quanto è realmente accaduto, per esempio con una foto dove sembra che la persona si stia divertendo tantissimo in un luogo attraente, mentre l’esperienza reale non era stata positiva. Le ricerche però stanno evidenziando che costruirsi una maschera digitale diversa dal sé reale non è un’attività innocua, per esempio può portare ad una ridotta autostima.

Qual è la percezione del corpo e dell’altro nei social?
Giuliano Castigliego: Nella realtà virtuale, dai social al metaverso, non avviene un puro incontro di menti, come rivendicato nell’ormai antica dichiarazione del Cyberspace (Barlow 1996). Il corpo conta anche nei mondi digitali, sebbene la nostra interazione con lo stesso sia mediata dalla tecnologia, che gioca un ruolo decisivo nel renderlo più o meno accettabile. Già McLuhan aveva sostenuto che “tutte le tecnologie sono estensioni del nostro sistema fisico e nervoso per aumentare la potenza e la velocità” e che “qualsiasi estensione, sia essa della pelle, della mano o del piede, si ripercuote sull’intero complesso psichico e sociale”. La mediazione del rapporto con il nostro corpo ad opera della tecnologia sui social può presentare vantaggi o svantaggi a seconda che la impieghiamo come un’illusoria magia o come uno strumento per migliorare la nostra comprensione o elaborazione critica della realtà. Possiamo naturalmente usare Photoshop per abbellire il nostro fisico sui social. Così facendo, abbiamo consapevolmente rimosso parti del nostro corpo per noi spiacevoli ma inconsciamente abbiamo reso evidente sugli stessi social il conflitto tra la nostra percezione corporea e l’ideale fisico cui tendiamo.

In che modo i social vengono usati come maschere e quali processi proiettivi si realizzano nei social?
Giuliano Castigliego: Sui social indossiamo molteplici maschere. La più esterna è quella che intenzionalmente decidiamo di assumere, chiamando il nostro account giaguaro piuttosto che scimmia, pantera anziché gatta e scegliendo corrispondenti pic, immagini, post. Se poi prendiamo in considerazione tutti gli account che abbiamo creato su svariate piattaforme, ci rendiamo conto di aver espresso diversi tratti della nostra personalità su diversi social, ad es. più amichevole su Facebook, più in sintonia con l’aspetto estetico su Instagram, più professionale su LinkedIn etc., dunque di indossare contemporaneamente maschere diverse, dando così luogo a una sorta di chimera digitale. Ancora più in profondità possiamo ritrovare la nostra maschera della quotidianità offline ma anche le molteplici figure del nostro inconscio, che si lasciano di tanto in tanto intravedere, quando i nostri travestimenti non riescono oppure quando veniamo smascherati da altri mascherati account. Il pericolo principale è però di finire per credere alla maschera che indossiamo, al punto da non renderci più conto di indossarla. Due concetti psicoanalitici possono aiutarci a divenire più consapevoli di tale pericolo: uno è quello junghiano di Persona, l’altro quello di falso Sé, coniato da Winnicott.

Quali collegamenti vi sono fra tratti di personalità degli utenti e comportamenti manifestati nei social?
Luca Chittaro: la personalità contribuisce a determinare i comportamenti degli individui in generale, ed è naturale che ciò accada anche nei social. La ricerca si concentra quindi sul capire le relazioni fra le diverse teorie classiche della personalità e specifiche modalità d’uso dei social. Molti lavori si sono concentrati sulla teoria dei cinque fattori (Big Five), che è una delle più note in psicologia, ed hanno mostrato che certe caratteristiche della persona, quali per esempio il livello di estroversione, coscienziosità e nevroticismo influenzano il tempo passato sui social e le scelte di attività svolte con i social. Altri lavori si sono concentrati sulla cosiddetta “tetrade oscura”, andando ad esplorare come certe caratteristiche di personalità con possibili risvolti patologici (narcisismo, machiavellismo, psicopatia, sadismo) si possano tradurre in comportamenti tossici nei social.

Che relazione esiste tra stili di attaccamento e uso dei social?
Giuliano Castigliego: Basandosi sull’osservazione dei rapporti tra madri e bambine/i, Bowlby e Mary Ainsworth hanno individuato quattro stili di attaccamento (sicuro, insicuro-ansioso, insicuro-evitante, disorganizzato), cioè tipi di legame, che si instaurano fin dalla prima infanzia (entro i 18 mesi) e rimangono sostanzialmente costanti per tutto il resto della nostra vita, influenzando l’intero nostro comportamento relazionale.

È stato ipotizzato che soggetti con attaccamento insicuro utilizzino i siti di social media come un modo per sostituire e compensare l’affetto mancante. In effetti svariati studi hanno riscontrato un’associazione positiva tra attaccamento ansioso e un maggior uso di social media fino alla dipendenza dagli stessi. Altri studi ancora hanno evidenziato che l’attaccamento ansioso è fortemente correlato alla ricerca di conforto su social media. Sembra infatti che l’uso del social “soddisfi il bisogno di cure e affetto, e che sostituisca e compensi la mancanza di affetto da parte dei membri della famiglia” (D’Arienzo et al.).

A quali approcci fate riferimento nel formulare indicazioni per un uso più consapevole dei social?
Luca Chittaro: l’approccio alla consapevolezza che ho personalmente seguito si richiama alla “Mindfulness” ed invita ad esercitare un particolare tipo di attenzione ed atteggiamento, volto a percepire con maggior chiarezza la propria esperienza dei social. Un crescente numero di studi in letteratura sta mostrando come la Mindfulness possa costituire un fattore protettivo rispetto all’uso problematico dei social. Al termine di ognuno dei capitoli che ho curato nel libro, ho adattato alcuni degli esercizi classici della Mindfulness, originariamente pensati per essere eseguiti mentre non si fa nulla e per una quantità di tempo estesa, in modo da renderli più brevi ed accessibili a chi sta invece usando un dispositivo digitale. La finalità è di rendersi conto delle sensazioni, pensieri, emozioni, ed eventuali percezioni illusorie, suscitate dal proprio tipo di uso dei social.

Giuliano Castigliego: La tecnica cui ho fatto riferimento è quella, innovativa, della mentalizzazione (Bateman, Fonagy), adattata ai social. Grazie a semplici esercizi, che ho inserito al termine di ogni capitolo, è possibile sviluppare la consapevolezza necessaria per percepire i principali pericoli cognitivi ed emozionali dei social ed evitare così di cadere nelle più consuete trappole delle loro illusioni o di uscirne almeno al più presto.

Mentalizzare ci aiuta infatti a comprendere i propri e gli altrui pensieri, sentimenti e intenzioni, partendo sempre dall’assunto di non sapere e dalla necessità di integrare informazioni che ci provengono dall’osservazione, dal ragionamento e dalle emozioni per avvicinarci a un quadro sempre più realistico della situazione, fino a vedere noi stessi dall’esterno e gli altri dall’interno.

Quale futuro, a Vostro avviso, per i social immersivi?
Luca Chittaro: se i piani dichiarati da Mark Zuckerberg e dalla sua azienda Meta avranno successo, si assisterà ad un’estensione dei social verso la dimensione del cosiddetto metaverso, nel quale le nostre identità digitali si materializzano in avatar tridimensionali che possiamo controllare attraverso i nostri movimenti come marionette. Inoltre, l’incontro con tali avatar avverrà attraverso l’uso di visori indossabili che ce li faranno apparire in grandezza naturale, con la percezione di uno spazio personale fra corpi digitali non dissimile da quello del mondo fisico. In queste condizioni, la distinzione fra reale e virtuale diventerà ancora più labile: gli utenti potranno costruirsi maschere ancora più sofisticate e cadere più profondamente nelle dinamiche sociali innescate dalle illusioni digitali. In questo contesto, mantenere la consapevolezza precedentemente menzionata diventerà ancora più importante per vivere in modo sano ed equilibrato l’esperienza digitale.

Luca Chittaro è professore ordinario di Interazione persona-macchina presso l’Università di Udine, dove nel 1998 fondò il laboratorio Human-Computer Interaction Lab, che studia gli effetti degli strumenti digitali sulle persone. Autore di oltre duecento pubblicazioni internazionali, le sue ricerche sono finanziate da enti prestigiosi come la Federal Aviation Administration (FAA) americana e sono state riprese da diversi media internazionali.

Giuliano Castigliego, laureato in medicina, specialista in psichiatria e psicoterapia, svolge la sua attività professionale a indirizzo analitico nel suo studio di Coira, in Svizzera. Co-fondatore dell’Associazione uma.na.mente, è membro dell’Accademia psicoanalitica della svizzera italiana e della società Balint svizzera e membro del comitato scientifico della Fondazione per la Sostenibilità Digitale. Cura il blog “Incontri di Confine” su Nòva Il Sole 24 ore e un blog tra psicologia e tecnologia su Techeconomy.

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