Professor Detti, Lei ha curato l’edizione del libro Le guerre in un mondo globale pubblicato per i tipi di Viella: quale ruolo ha assunto la guerra nel mondo contemporaneo?
Le guerre in un mondo globale Tommaso DettiMi lasci intanto ricordare che il volume è scaturito da un convegno della Sissco – Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea – tenutosi nel 2014, che aveva l’obiettivo di collocare il problema in un contesto di storia globale, tuttora non sempre presente nella storiografia italiana. I testi del libro, aperti da un saggio di N. Labanca sui concetti di grande guerra, guerra totale e guerra globale, sono divisi in due parti: nella prima sono analizzati i principali conflitti succedutisi dalla fine del Settecento al termine della guerra fredda: da quelli napoleonici (C. Pinto) alla guerra civile americana (T. Bonazzi), dai due conflitti mondiali (B. Bianchi e A. Salomoni) a quelli sino-giapponesi della prima metà del Novecento (G. Samarani), fino appunto alla guerra fredda (G. Formigoni). I saggi della seconda parte indagano invece i diversi “volti” del fenomeno, così come emergono dal rapporto fra la guerra, il diritto internazionale (E. Greppi), l’economia (F. Degli Esposti), la tecnologia (G. Fiocco), la propaganda (I. di Jorio) e la religione (M. Impagliazzo). Un contributo di A. Lollini riguarda infine l’esperienza della Commissione sudafricana verità e riconciliazione.
Da questi e da altri studi emerge che a partire dal XVIII secolo, ma in particolare dalla sua fase finale (quella delle guerre napoleoniche), i conflitti hanno teso ad essere sempre meno circoscritti rispetto alle epoche precedenti. Tale tendenza è giunta al culmine con la prima e soprattutto con la seconda guerra mondiale, ma per apprezzare la portata di quella che è stata definita la «Guerra dei Trent’anni del Novecento» (1914-1945) occorre tener conto di vari fattori. Il primo riguarda il numero dei caduti, che secondo le stime più prudenti in quella fase fu di circa 29 milioni a fronte di 5 dal 1816 al 1914 e 7 dal 1946 al 2007: anche se rapportato a una popolazione molto creciuta nel secolo precedente, si tratta di un dato impressionante. Un altro fattore concerne le vittime civili, che nel secondo conflitto mondiale superarono il numero dei soldati. E molto altro andrebbe ancora aggiunto, dal genocidio degli Armeni nel 1915 alla Shoah, al ricorso alla bomba atomica. Dopo il 1945 e fino ad oggi il numero dei conflitti e quello delle loro vittime è invece diminuito, ma al tempo stesso le guerre hanno cessato di essere combattute prevalentemente fra Stati per divenire sempre più civili, etniche ecc. in contesti di crisi o collasso delle autorità statali. Non sorprende perciò che le vittime civili siano infine salite fino a toccare l’80% del totale.

Come viene classificata la guerra nel diritto internazionale?
Come ricorda nel libro Edoardo Greppi, il diritto internazionale prevede due profili: «lo ius ad bellum (in quali casi uno Stato possa muovere guerra a un altro) e lo ius in bello (le norme che pongono limiti all’esercizio della violenza bellica)». Quanto al primo, oggi il quadro è molto più complesso di quello tradizionale, quando tutto iniziava con la dichiarazione di guerra di uno Stato a un altro e finiva con un trattato di pace. Senza seguire l’autore nella sua ricostruzione del diritto internazionale nel corso del Novecento, basterà ricordare che le norme attuali si fondano sulla Carta delle Nazioni Unite del 1945, la quale si riferisce anche ad azioni militari che non si configurano come guerre vere e proprie ed ammette il diritto a difendersi quando si è attaccati.
L’ONU ha attribuito la prerogativa dell’uso della forza nel campo della “sicurezza collettiva” al suo Consiglio di sicurezza, ma sono pur sempre gli Stati ad effettuare azioni di peace-keeping e peace-enforcing, non sempre autorizzate. Così, ad esempio, è stato ritenuto lecito l’intervento del 1990-91 in Iraq, ma non quello della NATO nel Kosovo nel 1999. C’è poi il problema dell’uso della forza a fini umanitari, quando cioè uno o più Stati intervengono contro altri qualora siano sistematicamente violati i diritti umani (genocidi, pulizie etniche ecc.). La legittimità di questi interventi è stata peraltro sancita solo dagli anni novanta e non sempre è stata riconosciuta. Lo è stata in Somalia e in Bosnia-Erzegovina, ma non nel caso della popolazione curda dell’Iraq. Un altro aspetto riguarda la responsabilità di proteggere le popolazioni esposte al rischio di subire atrocità, ma questa dottrina, benché adottata da un vertice dei capi di Stato e di governo del 2005, è tuttora incompiuta e controversa.
Questo quadro mostra i limiti di un diritto internazionale che a mio avviso riflette quelli di una governance globale, laddove l’ONU convive con Stati sovrani il cui comportamento non necessariamente ne dipende. Come scrive Greppi, «il Consiglio di sicurezza è e resta l’unico organo legittimato a decidere o almeno autorizzare l’uso della forza contro uno Stato o all’interno di uno Stato. Ma il Consiglio è un organo politico, le cui dinamiche sono condizionate da equilibri, interessi, rapporti di forza». Tutto ciò (come anche lo ius in bello) è ulteriormente complicato dal fatto che i conflitti contemporanei non sono più prevalentemente fra Stati, ma fra gruppi armati “irregolari” in contese civili, etniche o religiose, che spesso attraversano le aree di sovranità territoriale. Per averne conferma basterà ricordare i casi – puntualmente ricordati dall’autore – dei talebani, di Al Qaeda, dell’ISIS e situazioni tuttora aperte come quelle della Libia e della Siria.

Quanto è importante la propaganda bellica?
Importante lo è da sempre, ma al solito i cambiamenti intervenuti nel corso della storia hanno modificato non poco i termini del problema. Con la massificazione dei conflitti, e dunque con le due guerre mondiali, che coinvolsero l’intera società in una misura senza precedenti, la propaganda divenne essenziale per garantire il sostegno delle popolazioni. Diventò così anch’essa, scrive Irene Di Jorio, un’arma di guerra. Ma ovviamente il suo ruolo non risentì soltanto del mutare delle dimensioni e della natura dei conflitti, bensì anche dello sviluppo dei mezzi di comunicazione.
Si badi, in questo campo la comparsa di un nuovo medium non ha mai relegato i precedenti nel passato: il cinema non ha determinato la fine del teatro e la televisione non ha soppiantato la radio. L’innovazione ha se mai attribuito ai vecchi media uno spazio diverso da quello che occupavano in precedenza, il più delle volte ridimensionandoli. Si capisce così perché, come ad esempio nota l’autrice, “aviolanciare” volantini oltre le linee nemiche sia una pratica tuttora attuale.
Un altro punto su cui giustamente Di Jorio si sofferma è quello relativo non solo all’accrescersi della copertura mediatica dei conflitti dopo la fine della guerra fredda, ma anche al mutare dei protagonisti dell’informazione e della propaganda. Fino a un certo punto questi erano essenzialmente gli stessi militari e i giornalisti; con lo sviluppo dei “nuovi media“, invece, benché gli stessi eserciti si servano sempre più dei social networks, alle notizie e alle immagini da essi diffuse si sono aggiunte «le testimonianze, più o meno amatoriali, di migliaia di utilizzatori di una rete tecnicamente orizzontale», cioè di Internet. E il risultato è che i media sono divenuti sempre più non solo e non tanto spettatori, quanto attori dei conflitti.

Nel mondo d’oggi, vi sono ancora guerre di religione?
Fino a qualche anno fa l’immagine corrente voleva che le guerre di religione appartenessero al passato, laddove nel Novecento la scena è stata occupata in primo luogo da ideologie assolute, che sono state considerate come una sorta di religioni laiche. Come osserva Marco Impagliazzo nel suo saggio, tuttavia, nella storia del XX secolo non sono mancati casi di altra natura. Lo stesso genocidio degli Armeni (cristiani) è uno di essi, anche se giustamente l’autore osserva che in realtà la mobilitazione religiosa dei musulmani operata dalla Turchia aveva altri fini. Più in generale, occorre essere prudenti nell’etichettare come religiosi conflitti che in genere hanno caratteristiche più complesse. Le motivazioni religiose hanno teso ad affermarsi specie là dove i conflitti si erano incancreniti senza trovare una soluzione, come nel caso arabo-israeliano.
Con la fine della guerra fredda e con il tramonto delle grandi ideologie del Novecento – osservò vent’anni fa Samuel Huntington in un libro discutibile e molto discusso, ma tuttora non privo di attualità alla luce degli sviluppi più recenti – lo scenario sarebbe stato caratterizzato da uno «scontro di civiltà», definite in primo luogo dalla loro cultura religiosa. È ciò che in effetti è accaduto con l’ascesa del “fondamentalismo” islamico sviluppatosi a partire dagli anni sessanta-settanta, dall’Afghanistan al Califfato. Non va mai dimenticato, tuttavia, che all’interno del mondo musulmano queste forme di islamismo radicale sono rimaste minoritarie.

Le guerre moderne sono guerre tecnologiche: sin dall’introduzione dell’artiglieria che ha modificato il modo di fare guerra, passando per le armi chimiche nella prima guerra mondiale fino ad arrivare alla cyberwar. Quale futuro per la guerra?
Penso che per uno storico rispondere a domande sul futuro sia davvero difficile perché, come recitava un aforisma di Friedrich von Schlegel citato da Walter Benjamin, egli è «un profeta rivolto all’indietro». In effetti il nostro compito è quello di spiegare il presente a partire dal passato e viceversa. In tempi di cambiamento molto accelerato come quelli in cui viviamo, oltre tutto, ogni previsione rischia di essere smentita dall’oggi al domani. Ciò detto, è pur vero che il nesso sempre più stretto esistente fra guerra e tecnologia autorizza a pensare ad ulteriori significativi sviluppi in questo campo.
Come mostra Gianluca Fiocco nel suo contributo, va peraltro tenuto presente che si tratta di un nesso bidirezionale: se è ovvio che la tecnologia incida sulla guerra, è vero anche che quest’ultima stimola lo sviluppo tecnologico. Un esempio di cui posso parlare perché riguarda un tema che ho studiato è quello delle origini di Internet. La prima prefigurazione di una rete digitale distribuita fu infatti elaborata nei primi anni sessanta per dotare gli Stati Uniti di un sistema di comunicazione in grado di sopravvivere a un attacco nucleare, dopo che i sovietici avevano lanciato in orbita il primo Sputnik nel 1957.
Ma a parere di Fiocco è stata la bomba atomica a segnare un punto di svolta periodizzante, spezzando in due il XX secolo. Se pure un conflitto nucleare fra le due superpotenze sarebbe stato senza vinti né vincitori, la ricerca e lo sviluppo in quel campo furono decisivi per determinare il ruolo delle grandi potenze, in primis degli Stati Uniti. Ciò non toglie che ulteriori sviluppi siano stati determinati dalla microelettronica, dai GPS ecc., il che ha fatto parlare alcuni studiosi di un nuovo passaggio verso conflitti “post-industriali”. Resta comunque il fatto che, come scrive Fiocco, in questo campo una «chiave di lettura tecnologico-militare riveste una forza esplicativa di importanza fondamentale, che si accresce quanto più accelera il ritmo dello sviluppo tecnico, ma non potrà mai essere lo strumento assoluto che apre tutte le porte». In termini più generali possiamo dire che ogni spiegazione monocausale è necessariamente parziale.
Per concludere vorrei ricordare che non a caso per gli aspetti a cui si riferivano le vostre domande ci siamo affidati a degli specialisti. Non essendolo, io ho soltanto tentato di riassumere i loro contributi. Spero ovviamente di non averli fraintesi, ma per verificarlo non resta che leggere il libro.