Le fonti misteriose di Vitruvio. Centuriazioni e sorgenti: regole e nuove scoperte, Luciano CecconelloLuciano Cecconello, Lei è autore del libro Le fonti misteriose di Vitruvio. Centuriazioni e sorgenti: regole e nuove scoperte edito da Gaspari: cos’erano e quale scopo avevano le centuriazioni romane?
Non sarebbe possibile capire al meglio la storia raccontata nel mio libro, senza prima analizzare la figura fondamentale che nelle Centuriazioni romane ebbero, gli “agrimensores”, ovvero i misuratori di terra dell’antica Roma, che il più delle volte erano anche “curator aquarum” dei curatori delle acque.  Se dovessimo paragonarli a una professione a noi più vicina potremmo, con le debite differenze, paragonarli a dei geometri o ancora meglio, a degli architetti. A quel tempo, infatti, queste importanti figure avevano un ruolo ben più importante di quanto possiamo immaginare: erano gli unici incaricati a suddividere gli appezzamenti di terra disponibili e dovevano farlo seguendo un piano prestabilito che fosse il più equo possibile. Ricoprivano una funzione importante che necessitava un’abilità tale che, almeno fino alla fine del XVIII secolo, non si trova più traccia di figure deputate a svolgere un ruolo simile. C’è da dire, però, che secondo gli studi effettuati non furono i romani i primi ad avvalersi di soggetti di questo tipo: qualcosa di simile si trova fin dall’antica Babilonia e anche le dinastie egiziane si narra abbiano fatto uso di persone incaricate a svolgere questa professione. Storicamente, infatti, definire con precisione un confine poteva assumere una valenza religiosa: a tal proposito nel Deuteronomio (il quinto libro della Bibbia) si legge: “Maledetto chi sposta i confini del suo prossimo” (27,17). Ma perché i romani ritennero necessario avvalersi degli agrimensores e dei curator aquarum? È presto detto. Quando venivano conquistati nuovi territori, le zone agricole erano divise in tre parti: la prima rimaneva di proprietà dello stato (ager publicus), la seconda veniva lasciata ai vinti, mentre la terza era data ai soldati. Ecco spiegata la necessità di dividere il terreno in parti il più eque possibile: per ottenere questo risultato, veniva utilizzato il metodo della Centuriazione, ovvero la suddivisione dei terreni in parti uguali. Come logica conseguenza, i terreni dell’agro pubblico veniva suddivisa in quelle che oggi potremmo definire mappali. Per realizzare una centuriazione era anche determinante sia scoprire le fonti d’acqua e le loro proprietà sia essere in grado di convogliarle all’interno di una rete idrica urbana. Tutte nozioni che poi si sarebbero rivelate fondamentali per la formazione della figura degli antichi architetti romani. Lo stesso Vitruvio fu consulente di Agrippa quando questi ricoprì l’incarico di curator aquarum. Durante l’Impero, a conferma dell’importanza degli agrimensores, e dei curator aquarum venne istituita una vera e propria scuola dove venivano insegnate molte materie tra cui la geometria delle aree, l’orientamento o la tecnica di traguardare, ma anche lo status dei differenti tipi di terra, le tecniche usate per la centuriatio, la definizione dei confini la distribuzione di terra, la conoscenza sulle acque, l’arte di disegnare una mappa senza dimenticare la cosmologia o l’astronomia Come abbiamo visto, dunque, gli agrimensores ed i curator aquarum, erano delle figure fondamentali per l’Impero romano così come noi lo conosciamo oggi. Talmente importanti che, nel V secolo d.C., venne istituita una corposa raccolta di opere di agrimensura chiamata Corpus Agrimensorum (Romanorum) conosciuta anche con il nome di Gromatici veteres. Questa raccolta, giunta a noi con testi spesso alterati o frammentari anche a causa di trascrizioni realizzate da soggetti poco pratici della difficile terminologia latina usata, venne pubblicata in due volumi nel XIX secolo a cura di K. Lachmann. Il primo scrittore tecnico del Corpus fu Sesto Giulio Frontino, una figura davvero particolare: governatore della Britannia probabilmente dal 74 al 78 d.C., nel 97 fu nominato sovrintendente delle acque di Roma e sotto Nerva fu autore di alcuni lavori riguardanti la strategia e il rifornimento di acqua per la Capitale. Sotto Traiano completò anche un minuzioso libro riguardante l’approvvigionamento idrico della città giunto a noi praticamente integro. Il ruolo degli agrimensores, molti dei quali avevano cominciato come geometri militari, non terminò con la caduta dell’Impero d’Occidente, anzi. Si trattava di un’organizzazione talmente precisa e accurata capace di lasciare la sua impronta per moltissimo tempo: la terra andava misurata, distribuita in maniera appropriata e registrata nei suoi particolari così da offrire una documentazione precisa. Come detto i romani non furono gli unici a voler misurare con precisione le terre controllate: indicazioni simili si trovano anche nelle civiltà più antiche dell’Oriente (a Babilonia, ad esempio, si utilizzavano i kuduru, pietre votive dove venivano registrati i confini esatti) e anche gli Egiziani decisero di affidarsi a figure equivalenti agli agrimensori per ripristinare i confini soprattutto dopo le annuali inondazioni del Nilo capaci di stravolgere i territori. I greci, invece, anche a causa dell’assenza di grandi estensioni di terra piana arabile e con le città-stato fondate in luoghi scelti per la loro facilità da difendere, non si trovarono subito con la necessità di dividere gli appezzamenti in forme regolari. Discorso differente, invece, quando vennero fondate nuove colonie: in questo caso l’istitutore non solo doveva preoccuparsi di procurarsi i sacerdoti necessari per instaurare il culto del dio e della dea padrone della città, ma doveva pensare anche degli agrimensori per suddividere la nuova terra tra la pianificazione urbana e quella fondiaria. Esempio lampante di questa nuova necessità è Selinunte (in greco Σελινοῦς, in latino Selinus), antica città greca situata sulla costa sud-occidentale della Sicilia: se si osservano le strade, queste ricordano molto da vicino i cardines e i decumani romani. I greci furono quindi dei precursori dei romani a cui gli eredi di Romolo si ispirarono? Sarebbe un azzardo: se sono stati diversi, infatti, gli studi che hanno evidenziato come in Italia le strisce parallele venissero utilizzate ben prima dell’egemonia romana, questo non è sufficiente per stabilire con assoluta certezza che i romani si siano limitati a “copiare” i coloni greci dell’Italia meridionale. Misurare la terra era considerata da parte dei romani una pratica molto antica: basti pensare che Ovidio faceva risalire questa usanza all’Età del Ferro, l’ultimo periodo riguardante la creazione del mondo e inserito all’interno del libro della Metamorfosi. Questa età era collocata prima del grande diluvio e già allora, secondo il poeta romano, i terreni venivano misurati attraverso i limites. In realtà l’agrimensura romana potrebbe invece risalire più facilmente al periodo degli etruschi. A raccontarcelo è il già citato Sesto Giulio Frontino che nel Corpus afferma come Varone indichi che il limites avesse origine dai libri rituali degli antichi abitanti dell’Etruria. In particolare racconta che gli aruspici rivolgessero lo sguardo verso occidente e dividessero la zona in quattro parti; la “sinistra antica”, la “dextra antica”, la “sinistra postica” e la “dextra postica”. Sui termini “antica” e “postica” potrebbero essere sollevato qualche dubbio: si tratterebbe, infatti, di vocaboli in quel periodo oramai caduti in disuso e quindi il sospetto è che quanto riportato nel Corpus non corrisponda a una esatta traduzione. Ma gli incroci tra i romani e gli etruschi non si fermano certo qui. La stessa “groma”, ad esempio, è di derivazione etrusca, così come “acnua” che ha lo stesso significato di “actus quadratus”. Anche in questo caso, così come con i coloni greci, non è però, sufficiente per poter definire con certezza che la scelta di suddividere i territori in centuriazioni sia di origine etrusca. Con certezza, invece, si può affermare che fu sotto Augusto che le centuriazioni iniziarono a rispecchiare un sistema organizzativo ben preciso. Non solo il nome dell’imperatore romano ricorre spesso nel Corpus, ma Igino Gromatico (in latino: Hyginus Gromaticus fine I secolo d.C. – metà II secolo d.C.)  scrittore ed agrimensore romano, riporta anche di un’ordinanza in cui lo stesso Augusto fissava con precisione le dimensioni dei limites. Sotto l’egemonia di Augusto si assiste a una grande fioritura architettonica che porterà alla nascita del “De architectura”, il famoso trattato in dieci volumi a firma di Marco Vitruvio Pollione, unico testo sull’architettura giunto integro dall’antichità diventando una delle principali fonti della moderna conoscenza legata ai metodi costruttivi degli antichi romani e fondamento teorico dell’architettura occidentale dal Rinascimento alla fine del XIX secolo.

A quali regole rispondeva il tracciamento delle centuriazioni?
La scoperta che diversi studiosi si erano cimentati sul tema giungendo però a ipotesi diverse e non definitive, mi ha fatto pensare che ci fosse spazio anche per una mia personale proposta, cosa che mi ha fatto scattare la scintilla. Lo stesso Dante Alighieri nella Divina Commedia nel canto XXVI dell’Inferno fa dire a Ulisse “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” ponendo la conoscenza il presupposto base per la valutazione di una persona. A volte, però, la sete di conoscenza non basta, ma ci vuole una scintilla, una fiammella che accenda in noi la voglia di sapere. Aiutato dalla mia pur conclusa professione di perito edile e dalla competenza in topografia, dai membri dell’Associazione Memorie Tricesimane di cui faccio parte ho considerato di trovare la soluzione del problema dell’individuazione dei nodi della centuriazione romana dell’Agro tricesimano usando come chiave di lettura l’Uomo Vitruviano come delineato nel trattato De architectura” del famoso architetto e scrittore romano Marco Vitruvio Pollione, attivo nella seconda metà del I secolo a.C.. Relativamente alle centuriazioni di questo periodo, infatti, esiste già una corposa bibliografia realizzata da studiosi, professori ed esperti in materia. Il tutto, però, si basa su una documentazione originale giunta a noi in maniera incompleta e che quindi si prestava facilmente a diverse interpretazioni. Servendomi nella ricerca anche degli ausili che la moderna tecnologia elettronica mette a disposizione, sono giunto all’esatta definizione sul territorio dei punti d’intersezione del reticolo agrario romano. La sorprendente scoperta è stata che la maggior parte di queste posizioni sono luoghi dove sono ubicate sorgenti o fonti d’acqua di solito potabile. L’agrimensore si posizionava nel punto prescelto con lo sguardo rivolto verso ovest e definiva il territorio: con il nome ultra chiamava ciò che vedeva davanti, citra quanto aveva alle spalle, dextera quello che vedeva alla sua destra e sinistra quanto scorgeva alla sua sinistra. Successivamente l’agrimensore impostava la centuriazione, o ager centuriatus organizzazione fondiaria che, analogalmente agli insediamenti, individuava un umbilicus agri da cui, mediante una groma, tracciava due assi stradali perpendicolari tra loro: il primo generalmente in direzione est-ovest, chiamato decumano massimo, il secondo in direzione nord-sud, detto cardine massimo.

Chi era Cesare Cesariano e in che modo il suo Uomo vitruviano risulta determinante per spiegare il segreto e il meccanismo della centuriazione?
Con questo studio, non voglio limitarmi ad approfondire quanto è già stato detto sulle centuriazioni romane, ma ho un ben più ambizioso obiettivo: far conoscere di più Marco Vitruvio Pollione e il suo famosissimo trattato De architectura, ma soprattutto ridare dignità a una figura colpevolmente dimenticata perché, si direbbe ora, non “allineata”, ovvero Cesare Cesariano, controversa figura del XV secolo, vissuta tra il 1475 e il 1543. Il suo Uomo è risultato determinante perché, riportando e raffigurando l’esatta descrizione del canone Vitruviano riportato nel Libro terzo cap. I ha rappresentato il vero concetto di come, secondo Vitruvio, in natura era stato creato, e pertanto come anche gli architetti, agrimensori del tempo dovevano costruire, ovvero secondo le regole della perfezione ed armonia. Cesare Cesariano, era un  architetto e pittore italiano nonché un teorico dell’architettura contemporaneo di Da Vinci e anche lui si cimenta nello studio del De architettura. Anzi, in realtà, nel 1521 fu il primo a tradurre dal latino all’italiano volgare l’opera di Vitruvio . una traduzione che però non incontrò il favore dei signori dell’epoca e finì, invece, per essere praticamente dimenticata dai più. È anche l’unico che, nelle varie tavole illustrative, ebbe l’ardire di interpretare il concetto della teoria di Vitruvio. In che modo? Disegnando quello che possiamo definire come il VERO Uomo Vitruviano: l’uomo non solo è al centro del cerchio, ma anche del quadrato. E l’ombelico? A differenza dell’uomo di Da Vinci (più incline alla visione ecclesiastica del momento), l’ombelico – e di conseguenza l’uomo – è perfettamente centrale alle due figure geometriche. Cesare Cesariano (Ciseriano), nacque a Prospiano (vilaggio vicino Olgiate Olona, nell’attuale provincia di Varese) nel 1483, figlio di Lorenzo della nobile famiglia Ciserano o Ciseriano possidente di diversi terreni. Cesare, architetto, ingegnere militare e pittore, fu il primo che ci cimentò di tradurre in italiano il “De architectura” di Vitruvio e il secondo illustratore del testo (l’edizione latina illustrata di Fra’ Giocondo è del 1511 ed è di gran lunga più rozza): Di Lucio Vitruvio Pollione De architectura, Como, Gottardo da Ponte, 1521. Lorenzo, uomo della corte di Bona di Savoia e del figlio Gian Galeazzo Maria Sforza, occupava l’ufficio della cancelleria del capitanato di Giustizia, ufficio che gli era stato conferito dal potente consigliere Cicco Simonetta. È lo stesso Cesare, nella sua autobiografia a ricordare che il padre morì quando egli non aveva compiuto cinque anni, e che pertanto restò affidato alla “dira noverca” Elisabetta. Quindicenne fu cacciato di casa, abbandonò Milano e si mise a girovagare per l’Italia settentrionale, praticando architettura e pittura per mantenersi. La sua vita fu turbata da un grave fatto: in un giorno imprecisato del settembre 1507, il Cesariano ferì di spada un tale Giovanni Rossini che dopo pochi giorni morì. Chiamato in giudizio, l’8 ottobre 1507 fu condannato a morte in contumacia. Inseguito dalla condanna, il Cesariano riparò a Parma presso l’abbazia benedettina di S. Giovanni Evangelista, retta dal milanese abate Graziano. Nel 1513 ritornò a Milano – dove era rientrato Massimiliano Sforza – e in quell’anno fu persuaso ad abbracciare lo stato ecclesiastico (probabilmente prese gli ordini minori). Ma dopo meno di due anni Francesco I vittorioso rientrò a Milano che, con tutto il ducato, gli venne consegnata da Massimiliano Sforza: il Cesariano si salvò a stento. Nel 1518 il Cesariano eseguì un’opera di ingegneria agrimensoria e idraulica ad Asti e fu in questi tempi che egli pensò alla pubblicazione dell’opera per cui è raccomandato alla posterità: la traduzione, il commento e le illustrazioni del Vitruvio. Cesariano, sprovvisto dei mezzi per procedere alla stampa, trovò quasi miracolosamente il promotore (e finanziatore) dell’opera nella persona del nobile Aloisio Pirovano, che si associò al comasco Agostino Gallo “referendario” di Como. Con atto rogato da Benedetto Giovio nell’aprile del 1521 si convenne che le spese della pubblicazione del Vitruvio venissero assunte dal Pirovano e da Agostino Gallo e che si stampassero milletrecento esemplari. Successivamente, con atto rogato il 21 aprile 1521, si convenne che Cesariano. avesse il diritto di rivedere le bozze e le figure e di fatto tutto procedette bene sino a quando gli venne negato il diritto di correzione delle bozze; egli si appellò al contratto, di cui per sua somma ingenuità non si era provveduto di copia. Gli editori ebbero facile pretesto per negare la validità della richiesta. Cesariano, minacciato, lasciò la casa di Sebastiano Gallo e trovò un rifugio presso un amico, Benedetto Birago, portando con sé il resto del manoscritto e le residue matrici delle incisioni. Ma poco tempo dopo i due con l’accompagnamento di guardie armate irruppero nella casa del Birago e rubarono gran parte del materiale utile alla continuazione della pubblicazione, oltre a cose personali di Cesariano, che venne incarcerato. Rilasciato, fuggì a Milano senza curarsi di riottenere la roba sottrattagli e fece causa ai promotori ma l’impressione del volume – giunta alla metà del libro IX – continuò: la sua fuga fornì ai promotori il pretesto per il progettato impadronimento della paternità del volume. Nella carta finale del libro, nel colophon non si trova una parola sul Cesariano. E se ne intuisce la ragione: il colophon, o sottoscrizione, era una attestazione solenne che impegnava tipografo, editore e autore. Nelle prime pagine non numerate, invece, tanto una Oratio di Luigi Pirovano quanto la dedica di Agostino Gallo a Francesco I attribuiscono impudentemente traduzione, commento e figure ad “alchuni homini Docti”. Il nome di Cesariano è fatto solamente nell’avvertenza in fine al volume in cui viene accusato di essere partito da Como lasciando interrotta l’opera; B. Giovio e Mauro Bono si sarebbero quindi assunti l’onere di proseguire il lavoro. Il processo intentato ai promotori del libro, falsari e fraudolenti, arrivò alla conclusione nel luglio 1528. A Cesariano venne riconosciuto un credito corrispondente alla terza parte del valore del volume del quale erano state stampate 1.312 copie. La sua traduzione avrà larghissima influenza sino a che le ragioni dell’arte prevarranno su quelle delle lettere e della filologia. Allora la traduzione di Monsignor Daniele Barbaro eletto Patriarca d’ Aquileia (Venezia 1556) seppellirà (ma non definitivamente) il “trattato” del Cesariano che morì all’ospedale Maggiore di Milano il 30 marzo 1543.

In che modo la Sua tesi trova conferme nella centuriazione dell’antico Agro tricesimano?
La mia tesi trova conferma dal fatto che applicando tutti i concetti riportati sul De architettura di Vitruvio, compreso la descrizione degli strumenti di misurazione non ultimo l’odometro e la meridiana piana, sono partito da Aquileia e percorrendo esattamente il tracciato che gli antichi romani avevano individuato, sono arrivato – anche grazie alle testimonianze assunte dalle persone di un tempo – fino al XXX miglio luogo dove è stata costruita la prima Mansio dopo Aquileia. Dopo aver individuato l’ombelico  della centuriazione e scomposto l’Agro secondo le misure e proporzioni dell’uomo Vitruviano, ho scoperto che in corrispondenza di tutte le intersezioni dei tracciati necessari per costruire i Cardini ed i Decumani c’erano, oltre a tantissime sorgenti di acqua purissima anche delle inconfutabili collinette a volte appositamente create per poter diventare delle postazioni geomatiche. Oltre a ciò lungo tali tracciati ed a distanze ben prestabilite sono presenti anche delle prove inconfutabili della presenza in sito del passaggio dei cardini e decumani compresi quelli maggiori. Inoltre sempre con lo stesso concetto delle proporzioni sulle misure dell’uomo vitruviano e della meridiana piana, sono partito dal XXX miglio ed ho percorso dettagliatamente tutto il tracciato che i romani fecero per arrivare alla seconda Mansio quella di Iulium Carnicum che dista esattamente altre trenta miglia romane. Anche lungo questo percorso ho rilevato inconfutabili reperti archeologici a dimostrazione della presenza delle stazioni gromatiche.

Biografia di Luciano Cecconello
Sono nato a Udine nel 1957 e attualmente risiedo a Tricesimo (UD). Durante la mia vita e in particolar modo durante gli studi, ho dovuto confrontarmi giornalmente con alcuni gravi problemi legati alla dislessia di cui soffro. Un problema non indifferente considerato che in italiano, matematica e inglese non ho mai superato la media del quattro. Nonostante ciò sono riuscito in quella che, per me, è da considerarsi una vera e propria impresa: essere sempre promosso. Nel 1976 mi sono anche diplomato come Perito Industriale Edile all’istituto Malignani di Udine con una votazione di 48/60. Subito dopo essermi diplomato, il 3 settembre del 1976, ho iniziato a lavorare con il Consorzio Ricostruzione Friuli apportando il mio prezioso contributo sia durante la prima emergenza e quindi nel montaggio dei prefabbricati destinati ai terremotati e successivamente nella ricostruzione di tutte le zone colpite dal sisma. All’età di 25 anni ero già Direttore Tecnico della Riccesi S.p.A.  una delle più importanti imprese di costruzioni del Nord-Est.

Dopo quindici anni di esperienza nella ricostruzione, sono entrato con ruoli direttivi a far parte del Gruppo Todini Costruzioni SpA di Roma, approfondendo ogni settore delle costruzioni, in particolar modo quelle specialistiche ed innovative. Nel 2009, per la mia professionalità ed esperienza acquisite ho contribuito a dar vita al Progetto C.A.S.E., realtà che, a stretto contatto con la Protezione Civile Nazionale, si è contraddistinta in maniera importante nella ricostruzione del post terremoto che ha colpito L’Aquila. Gli ultimi 15 anni della mia carriera lavorativa gli ho trascorsi, come Responsabile all’ufficio acquisti, dell’impresa I.CO.P. S.p.A., attualmente impegnata anche nella realizzazione delle fondazioni del nuovo ponte Morandi di Genova.

Ora ho appeso il caschetto al chiodo e mi sto dedicando alla mia innata passione: la ricerca delle verità della nostra storia. Dal 2017 sono diventato membro attivo dell’Associazione Memorie Tricesimane, una delle più importanti Associazioni Storico Culturale di Tricesimo, che ha fra i suoi obbiettivi la conservazione e la riqualificazione del patrimonio storico e culturale.

Da quanto ho appeso il caschetto al chiodo, oltre ad essermi impegnato nello studio e nelle ricerche sulle centuriazioni romane, dandone una nuova ed inedita chiave di lettura, dopo prolungate ricerche già iniziate nel passato, sono riuscito a far riemergere una antichissima fonte curativa e dopo averla accuratamente riqualificata l’ho ceduta in dono alla comunità di Tricesimo ed a tutti i passanti che se ne vogliono servire. (vedi articoli sul Messaggero Veneto del 08.11.2017 “Riscoperta dopo vent’anni l’antica fonte miracolosa” sul Gazzettino del 04.05.2018 e su Alto Friuli del 12.05.2018)