
A quali regole rispondeva il tracciamento delle centuriazioni?
La scoperta che diversi studiosi si erano cimentati sul tema giungendo però a ipotesi diverse e non definitive, mi ha fatto pensare che ci fosse spazio anche per una mia personale proposta, cosa che mi ha fatto scattare la scintilla. Lo stesso Dante Alighieri nella Divina Commedia nel canto XXVI dell’Inferno fa dire a Ulisse “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” ponendo la conoscenza il presupposto base per la valutazione di una persona. A volte, però, la sete di conoscenza non basta, ma ci vuole una scintilla, una fiammella che accenda in noi la voglia di sapere. Aiutato dalla mia pur conclusa professione di perito edile e dalla competenza in topografia, dai membri dell’Associazione Memorie Tricesimane di cui faccio parte ho considerato di trovare la soluzione del problema dell’individuazione dei nodi della centuriazione romana dell’Agro tricesimano usando come chiave di lettura l’Uomo Vitruviano come delineato nel trattato De architectura” del famoso architetto e scrittore romano Marco Vitruvio Pollione, attivo nella seconda metà del I secolo a.C.. Relativamente alle centuriazioni di questo periodo, infatti, esiste già una corposa bibliografia realizzata da studiosi, professori ed esperti in materia. Il tutto, però, si basa su una documentazione originale giunta a noi in maniera incompleta e che quindi si prestava facilmente a diverse interpretazioni. Servendomi nella ricerca anche degli ausili che la moderna tecnologia elettronica mette a disposizione, sono giunto all’esatta definizione sul territorio dei punti d’intersezione del reticolo agrario romano. La sorprendente scoperta è stata che la maggior parte di queste posizioni sono luoghi dove sono ubicate sorgenti o fonti d’acqua di solito potabile. L’agrimensore si posizionava nel punto prescelto con lo sguardo rivolto verso ovest e definiva il territorio: con il nome ultra chiamava ciò che vedeva davanti, citra quanto aveva alle spalle, dextera quello che vedeva alla sua destra e sinistra quanto scorgeva alla sua sinistra. Successivamente l’agrimensore impostava la centuriazione, o ager centuriatus organizzazione fondiaria che, analogalmente agli insediamenti, individuava un umbilicus agri da cui, mediante una groma, tracciava due assi stradali perpendicolari tra loro: il primo generalmente in direzione est-ovest, chiamato decumano massimo, il secondo in direzione nord-sud, detto cardine massimo.
Chi era Cesare Cesariano e in che modo il suo Uomo vitruviano risulta determinante per spiegare il segreto e il meccanismo della centuriazione?
Con questo studio, non voglio limitarmi ad approfondire quanto è già stato detto sulle centuriazioni romane, ma ho un ben più ambizioso obiettivo: far conoscere di più Marco Vitruvio Pollione e il suo famosissimo trattato De architectura, ma soprattutto ridare dignità a una figura colpevolmente dimenticata perché, si direbbe ora, non “allineata”, ovvero Cesare Cesariano, controversa figura del XV secolo, vissuta tra il 1475 e il 1543. Il suo Uomo è risultato determinante perché, riportando e raffigurando l’esatta descrizione del canone Vitruviano riportato nel Libro terzo cap. I ha rappresentato il vero concetto di come, secondo Vitruvio, in natura era stato creato, e pertanto come anche gli architetti, agrimensori del tempo dovevano costruire, ovvero secondo le regole della perfezione ed armonia. Cesare Cesariano, era un architetto e pittore italiano nonché un teorico dell’architettura contemporaneo di Da Vinci e anche lui si cimenta nello studio del De architettura. Anzi, in realtà, nel 1521 fu il primo a tradurre dal latino all’italiano volgare l’opera di Vitruvio . una traduzione che però non incontrò il favore dei signori dell’epoca e finì, invece, per essere praticamente dimenticata dai più. È anche l’unico che, nelle varie tavole illustrative, ebbe l’ardire di interpretare il concetto della teoria di Vitruvio. In che modo? Disegnando quello che possiamo definire come il VERO Uomo Vitruviano: l’uomo non solo è al centro del cerchio, ma anche del quadrato. E l’ombelico? A differenza dell’uomo di Da Vinci (più incline alla visione ecclesiastica del momento), l’ombelico – e di conseguenza l’uomo – è perfettamente centrale alle due figure geometriche. Cesare Cesariano (Ciseriano), nacque a Prospiano (villaggio vicino Olgiate Olona, nell’attuale provincia di Varese) nel 1483, figlio di Lorenzo della nobile famiglia Ciserano o Ciseriano possidente di diversi terreni. Cesare, architetto, ingegnere militare e pittore, fu il primo che ci cimentò di tradurre in italiano il “De architectura” di Vitruvio e il secondo illustratore del testo (l’edizione latina illustrata di Fra’ Giocondo è del 1511 ed è di gran lunga più rozza): Di Lucio Vitruvio Pollione De architectura, Como, Gottardo da Ponte, 1521. Lorenzo, uomo della corte di Bona di Savoia e del figlio Gian Galeazzo Maria Sforza, occupava l’ufficio della cancelleria del capitanato di Giustizia, ufficio che gli era stato conferito dal potente consigliere Cicco Simonetta. È lo stesso Cesare, nella sua autobiografia a ricordare che il padre morì quando egli non aveva compiuto cinque anni, e che pertanto restò affidato alla “dira noverca” Elisabetta. Quindicenne fu cacciato di casa, abbandonò Milano e si mise a girovagare per l’Italia settentrionale, praticando architettura e pittura per mantenersi. La sua vita fu turbata da un grave fatto: in un giorno imprecisato del settembre 1507, il Cesariano ferì di spada un tale Giovanni Rossini che dopo pochi giorni morì. Chiamato in giudizio, l’8 ottobre 1507 fu condannato a morte in contumacia. Inseguito dalla condanna, il Cesariano riparò a Parma presso l’abbazia benedettina di S. Giovanni Evangelista, retta dal milanese abate Graziano. Nel 1513 ritornò a Milano – dove era rientrato Massimiliano Sforza – e in quell’anno fu persuaso ad abbracciare lo stato ecclesiastico (probabilmente prese gli ordini minori). Ma dopo meno di due anni Francesco I vittorioso rientrò a Milano che, con tutto il ducato, gli venne consegnata da Massimiliano Sforza: il Cesariano si salvò a stento. Nel 1518 il Cesariano eseguì un’opera di ingegneria agrimensoria e idraulica ad Asti e fu in questi tempi che egli pensò alla pubblicazione dell’opera per cui è raccomandato alla posterità: la traduzione, il commento e le illustrazioni del Vitruvio. Cesariano, sprovvisto dei mezzi per procedere alla stampa, trovò quasi miracolosamente il promotore (e finanziatore) dell’opera nella persona del nobile Aloisio Pirovano, che si associò al comasco Agostino Gallo “referendario” di Como. Con atto rogato da Benedetto Giovio nell’aprile del 1521 si convenne che le spese della pubblicazione del Vitruvio venissero assunte dal Pirovano e da Agostino Gallo e che si stampassero milletrecento esemplari. Successivamente, con atto rogato il 21 aprile 1521, si convenne che Cesariano. avesse il diritto di rivedere le bozze e le figure e di fatto tutto procedette bene sino a quando gli venne negato il diritto di correzione delle bozze; egli si appellò al contratto, di cui per sua somma ingenuità non si era provveduto di copia. Gli editori ebbero facile pretesto per negare la validità della richiesta. Cesariano, minacciato, lasciò la casa di Sebastiano Gallo e trovò un rifugio presso un amico, Benedetto Birago, portando con sé il resto del manoscritto e le residue matrici delle incisioni. Ma poco tempo dopo i due con l’accompagnamento di guardie armate irruppero nella casa del Birago e rubarono gran parte del materiale utile alla continuazione della pubblicazione, oltre a cose personali di Cesariano, che venne incarcerato. Rilasciato, fuggì a Milano senza curarsi di riottenere la roba sottrattagli e fece causa ai promotori ma l’impressione del volume – giunta alla metà del libro IX – continuò: la sua fuga fornì ai promotori il pretesto per il progettato impadronimento della paternità del volume. Nella carta finale del libro, nel colophon non si trova una parola sul Cesariano. E se ne intuisce la ragione: il colophon, o sottoscrizione, era una attestazione solenne che impegnava tipografo, editore e autore. Nelle prime pagine non numerate, invece, tanto una Oratio di Luigi Pirovano quanto la dedica di Agostino Gallo a Francesco I attribuiscono impudentemente traduzione, commento e figure ad “alchuni homini Docti”. Il nome di Cesariano è fatto solamente nell’avvertenza in fine al volume in cui viene accusato di essere partito da Como lasciando interrotta l’opera; B. Giovio e Mauro Bono si sarebbero quindi assunti l’onere di proseguire il lavoro. Il processo intentato ai promotori del libro, falsari e fraudolenti, arrivò alla conclusione nel luglio 1528. A Cesariano venne riconosciuto un credito corrispondente alla terza parte del valore del volume del quale erano state stampate 1.312 copie. La sua traduzione avrà larghissima influenza sino a che le ragioni dell’arte prevarranno su quelle delle lettere e della filologia. Allora la traduzione di Monsignor Daniele Barbaro eletto Patriarca d’ Aquileia (Venezia 1556) seppellirà (ma non definitivamente) il “trattato” del Cesariano che morì all’ospedale Maggiore di Milano il 30 marzo 1543.
In che modo la Sua tesi trova conferme nella centuriazione dell’antico Agro tricesimano?
La mia tesi trova conferma dal fatto che applicando tutti i concetti riportati sul De architettura di Vitruvio, compreso la descrizione degli strumenti di misurazione non ultimo l’odometro e la meridiana piana, sono partito da Aquileia e percorrendo esattamente il tracciato che gli antichi romani avevano individuato, sono arrivato – anche grazie alle testimonianze assunte dalle persone di un tempo – fino al XXX miglio luogo dove è stata costruita la prima Mansio dopo Aquileia. Dopo aver individuato l’ombelico della centuriazione e scomposto l’Agro secondo le misure e proporzioni dell’uomo Vitruviano, ho scoperto che in corrispondenza di tutte le intersezioni dei tracciati necessari per costruire i Cardini ed i Decumani c’erano, oltre a tantissime sorgenti di acqua purissima anche delle inconfutabili collinette a volte appositamente create per poter diventare delle postazioni geomatiche. Oltre a ciò lungo tali tracciati ed a distanze ben prestabilite sono presenti anche delle prove inconfutabili della presenza in sito del passaggio dei cardini e decumani compresi quelli maggiori. Inoltre sempre con lo stesso concetto delle proporzioni sulle misure dell’uomo vitruviano e della meridiana piana, sono partito dal XXX miglio ed ho percorso dettagliatamente tutto il tracciato che i romani fecero per arrivare alla seconda Mansio quella di Iulium Carnicum che dista esattamente altre trenta miglia romane. Anche lungo questo percorso ho rilevato inconfutabili reperti archeologici a dimostrazione della presenza delle stazioni gromatiche.
Biografia di Luciano Cecconello
Sono nato a Udine nel 1957 e attualmente risiedo a Tricesimo (UD). Durante la mia vita e in particolar modo durante gli studi, ho dovuto confrontarmi giornalmente con alcuni gravi problemi legati alla dislessia di cui soffro. Un problema non indifferente considerato che in italiano, matematica e inglese non ho mai superato la media del quattro. Nonostante ciò sono riuscito in quella che, per me, è da considerarsi una vera e propria impresa: essere sempre promosso. Nel 1976 mi sono anche diplomato come Perito Industriale Edile all’istituto Malignani di Udine con una votazione di 48/60. Subito dopo essermi diplomato, il 3 settembre del 1976, ho iniziato a lavorare con il Consorzio Ricostruzione Friuli apportando il mio prezioso contributo sia durante la prima emergenza e quindi nel montaggio dei prefabbricati destinati ai terremotati e successivamente nella ricostruzione di tutte le zone colpite dal sisma. All’età di 25 anni ero già Direttore Tecnico della Riccesi S.p.A. una delle più importanti imprese di costruzioni del Nord-Est.
Dopo quindici anni di esperienza nella ricostruzione, sono entrato con ruoli direttivi a far parte del Gruppo Todini Costruzioni SpA di Roma, approfondendo ogni settore delle costruzioni, in particolar modo quelle specialistiche ed innovative. Nel 2009, per la mia professionalità ed esperienza acquisite ho contribuito a dar vita al Progetto C.A.S.E., realtà che, a stretto contatto con la Protezione Civile Nazionale, si è contraddistinta in maniera importante nella ricostruzione del post terremoto che ha colpito L’Aquila. Gli ultimi 15 anni della mia carriera lavorativa gli ho trascorsi, come Responsabile all’ufficio acquisti, dell’impresa I.CO.P. S.p.A., attualmente impegnata anche nella realizzazione delle fondazioni del nuovo ponte Morandi di Genova.
Ora ho appeso il caschetto al chiodo e mi sto dedicando alla mia innata passione: la ricerca delle verità della nostra storia. Dal 2017 sono diventato membro attivo dell’Associazione Memorie Tricesimane, una delle più importanti Associazioni Storico Culturale di Tricesimo, che ha fra i suoi obbiettivi la conservazione e la riqualificazione del patrimonio storico e culturale.
Da quanto ho appeso il caschetto al chiodo, oltre ad essermi impegnato nello studio e nelle ricerche sulle centuriazioni romane, dandone una nuova ed inedita chiave di lettura, dopo prolungate ricerche già iniziate nel passato, sono riuscito a far riemergere una antichissima fonte curativa e dopo averla accuratamente riqualificata l’ho ceduta in dono alla comunità di Tricesimo ed a tutti i passanti che se ne vogliono servire. (vedi articoli sul Messaggero Veneto del 08.11.2017 “Riscoperta dopo vent’anni l’antica fonte miracolosa” sul Gazzettino del 04.05.2018 e su Alto Friuli del 12.05.2018)