Professor Battaglia, Lei ha curato l’edizione del libro Le civiltà letterarie del Medioevo germanico pubblicato per i tipi di Carocci: quali sono le principali testimonianze del patrimonio letterario delle culture germaniche dell’Alto Medioevo?
Le civiltà letterarie del Medioevo germanico Marco BattagliaI tempi diversi di contatto delle culture germaniche altomedioevali con la cultura delle litterae e con le relative tecniche di trasmissione sono all’origine di un patrimonio letterario piuttosto articolato e disomogeneo, che in buona parte è anche il risultato di cause esterne quali incendi o altri eventi catastrofici, smarrimenti più o meno casuali, riutilizzo dei preziosi materiali pergamenacei (i cosiddetti ‘palinsesti’) – talora anche come supporti per le rilegature di libri. Perfino un fenomeno come la Riforma protestante, con il declino o la soppressione degli ordini religiosi e la dismissione di molti centri di cultura cattolici, ebbe importanti ripercussioni sulla conservazione delle fonti manoscritte germaniche. Quanto alla tipologia di quelle testimonianze, va inoltre considerato che anche grazie al revival medievalista affermatosi soprattutto in epoca (pre-)romantica si è soliti immaginare la poesia epico-eroica come il documento di maggiore spicco di quelle culture, tralasciando generi come la poesia elegiaca, storica, eulogistica, gnomico-sapienziale o, ancora, religiosa, per non parlare della più vasta documentazione in prosa – didattica, narrativa, filosofica, giuridica o religiosa, in traduzione o autoctona.

È comune pensare a quelle germaniche come a culture prevalentemente orali
È verissimo. Le culture germaniche dell’Età del Ferro, entrate in contatto con l’Impero romano dal II secolo prima della nostra èra, erano culture non chirografiche, ma ad oralità ‘primaria’, in quanto affidavano il proprio patrimonio identitario e memoriale al canale dell’oralità (o della ‘vocalità’), protrattosi ben oltre l’introduzione della scrittura. Anche il fenomeno delle rune, una scrittura epigrafica dai testi molto brevi (per lo più di dedica, manifattura o proprietà), la cui massima fioritura si colloca tra il II e l’XI secolo, non è equivalente a una legittimazione in senso ‘letterario’: l’estrema laconicità dei messaggi runici avvalora la cifra di una cultura tenacemente aggrappata ai tradizionali meccanismi di trasmissione oral-memoriale, studiati in modo decisamente innovativo a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Si trattava di una cultura che da secoli veniva trasmessa e continuamente rigenerata attraverso il più comune canale dell’oralità, della parola declamata in circostanze ufficiali da figure riconosciute idonee a questo compito e alle quali l’attribuzione del ruolo di ‘custodi’ della memoria identitaria corrispondeva probabilmente a un controllo da parte della comunità. Lenta fu inoltre la percezione della dignità dei volgari in funzione di lingua scritta, la cui forma richiedeva l’acquisizione di una coscienza ‘alfabetica’ e di forme ‘scrittorie’ locali ancora inedite. ‘Scrivere’ significò per secoli scrivere ‘in latino’, coerentemente con la natura dei primi testi liturgici e dottrinari in circolazione e come confermato dalla storia di questo verbo in tutte le lingue germaniche tranne l’inglese – che, con to write, testimonia l’esito moderno del verbo che in origine rendeva ‘incidere’ (le rune) –, lingue nelle quali ancora oggi esso deriva dal corrispondente verbo latino.

Quali erano i principali temi letterari delle culture germaniche?
La nascita di fenomeni letterari con un livello minimo di frequenza restò a lungo confinata ad ambiti istituzionali, giuridici, notarili e religiosi, tra i quali i volgari germanici iniziarono a far breccia sotto forma di strumenti interpretativi d’immediata utilità, come le glosse esplicative di concetti o termini non immediatamente comprensibili, all’interno dei codici manoscritti. Fu all’interno dei centri religiosi (scriptoria monastici, scuole vescovili o abbaziali), progressivamente evolutisi in luoghi di cultura molto limitatamente ‘laica’, che videro la luce i primi documenti letterari germanici medioevali. In diversi casi toni e stilemi narrativi di origine locale furono applicati a una produzione comprensiva del genere genealogico o epico-eroico, utilizzato in storie e leggende cristiane o in narrazioni di gesta antiche. Esistono una raffinata tradizione enigmistica in versi e un filone dedicato a una riflessione più intimistica sulla caducità dell’uomo, come anche poemi sulla genesi dell’universo o perfino di natura escatologica; vi sono composizioni collegate a eventi storici o più o meno marcatamente fittizi, come le vicende dei Nibelunghi (o Volsunghi) messi in scena da Richard Wagner e quelle di Beowulf, note alla cinematografia, divenute oggetto dell’attenzione di J. R. R. Tolkien o del premio Nobel Seamus Heaney. Non mancano traduzioni bibliche (in versi!) e un innovativo canone eulogistico praticato nella Scandinavia post-vichinga, dove si affermò un genere narrativo in prosa (le ‘saghe’), che J. L. Borges giunse a considerare antesignane del romanzo occidentale.

Quali diverse tradizioni letterarie è possibile distinguere nell’ambito della cultura germanica?
In misura molto diversa, è possibile parlare di una tradizione gotica (le cui testimonianze scritte provengono per la quasi totalità dall’Italia) e di una alto tedesco antica, di una letteratura sassone antica e di una frisone, accanto ai due ‘giganti’ che, per ampiezza di documentazione, sono rappresentati dalle tradizioni letterarie anglosassone e norrena, rispettivamente provenienti dall’Inghilterra e dalla Scandinavia.

In che modo il Cristianesimo ha influito sulle tradizioni letterarie germaniche?
In misura determinante e unilaterale. Lo sviluppo di uno statuto letterario germanico durante l’Alto Medioevo rappresentò una conquista culturale mediata, come in altri casi, dalla cristianizzazione e dalle relative necessità liturgiche, dottrinarie ed esegetiche. Considerato che la conversione degli agglomerati germanici si snoda attraverso un processo durato quasi un millennio, non stupisce che il diverso grado di maturazione e integrazione delle relative élites nell’universo culturale della Chiesa – erede di molti valori del mondo greco-romano – si traducesse  in un altrettanto lento adeguamento al modello letterario. Come detto, furono le fondazioni monastiche disseminate nei territori cristianizzati, dotate di biblioteche e scriptoria di estensione assai variabile, gli unici centri in grado di assolvere, accanto alle normali esigenze di copiatura di testi religiosi, le necessità di trascrizione di documenti politici a sostegno delle ancora ridotte cancellerie di corte: pur con notevole cautela, fu in quei luoghi che vennero recepiti e filtrati minuziosamente i numerosi elementi della cultura tradizionale. Esattamente per questa ragione non è superfluo precisare che l’intero corpus letterario conservato rappresenta solo una selezione limitata della tradizione, quella cioè ritenuta più idonea alla copiatura in costosi codici manoscritti di pergamena nei vari scriptoria monastici, accanto a forme alternative di rielaborazione e ‘costruzione’ testuale. Il dominio pressoché completo e lungamente ininterrotto della catena di trasmissione scritta, da parte di monaci e chierici, costituisce la ragione prima della scarsa o mancata attestazione di aspetti diffusi della cultura materiale, della vita e dei suoi protagonisti quotidiani, delle superstizioni e dei caratteri della religiosità precristiana, del futile e dell’umoristico, dell’amore e della sfera erotica nelle culture germaniche antiche, a favore dell’istruzione cristiana, della cultura monastica e della vita dell’aristocrazia.

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