Prof. Stefano de Falco, Lei è autore del libro Le città nella geografia dell’innovazione globale edito da FrancoAngeli: di quali problemi si occupa la geografia dell’innovazione urbana?
Le città nella geografia dell'innovazione globale, Stefano de FalcoLa domanda posta non è di semplice risposta, prova ne è il fatto che in letteratura scientifica di settore sono in molti ad animare il dibattito scientifico in tal senso.
La dinamica molto spinta che sta caratterizzando i fenomeni di innovazione globale potrebbe far pensare anche ad un anagramma della frase che porterebbe, senza perdita di senso compiuto, a parlare di innovazione della geografia urbana, con riferimento a nuovi modelli, metodi e strumenti di indagine della materia, oltre che di geografia della innovazione urbana.
Ma restando all’ordine delle parole della frase della domanda posta, nonché titolo del mio ultimo libro, ha senso parlare di geografia urbana della innovazione, in quanto i processi urbani costituiscono, di per sé, item geografici, essendo caratterizzati da diversa ampiezza territoriale: possono interessare un numero maggiore o minore di persone e possono interessare tutte o solo certe categorie. Ad esempio, la funzione politico-amministrativa municipale, presente in tutte le città, interessa direttamente solo i loro abitanti. Ma se una città è capitale di uno stato essa svolgerà anche funzioni politico-amministrative a raggio territoriale più vasto e quindi rivolte a più persone (tutti i cittadini dello stato). Se è sede di imprese private, la stessa città svolgerà una funzione di direzione economica, che però interesserà direttamente solo certi soggetti (dipendenti, clienti, fornitori, etc.). Inoltre tale funzione potrà avere una ampiezza che dipenderà dalla tipologia delle imprese operanti nella città, se imprese locali, nazionali o multinazionali.
Quindi i processi urbani sono elementi geografici e l’analisi della loro innovazione può ascriversi alla geografia della innovazione urbana.

Cosa si intende per innovazione urbana?
Letteralmente “innovazione” significa “novità”, “rinnovamento” ed etimologicamente la parola deriva dal latino “novus” (nuovo) ed “innovatio” (equivalente di “qualcosa di nuovo”). Oggigiorno il termine viene utilizzato come sinonimo di “nuova idea” e “invenzione”, oltre che della relativa applicazione economica.
Sebbene vi siano molteplici definizioni il concetto di innovazione, questa presenta un carattere multidimensionale risultando, pertanto, di difficile espressione.
Schumpeter, il notissimo economista, differenzia un’invenzione, che rappresenta una nuova idea applicata da un’innovazione, che in genere arriva dopo, la quale è tale solo se richiede che la novità sia effettivamente commercializzata o utilizzata per la produzione di beni o servizi venduti sul mercato.

La definizione di innovazione maturata nell’ambito del Consiglio europeo di Lisbona è la seguente:
“L’innovazione può essere definita come il rinnovo e l’ampliamento della gamma di prodotti e servizi, nonché dei mercati ad essi associati; l’attuazione di nuovi metodi di produzione, d’approvvigionamento e di distribuzione, l’introduzione di mutamenti nella gestione nell’organizzazione e nelle condizioni di lavoro, nonché delle qualifiche dei lavoratori”.
Dalla definizione si evince il carattere ubiquitario del concetto di innovazione, l’innovazione non è confinata all’alta tecnologia, ma si manifesta e fiorisce in tutte le dimensioni dell’economia e della società. Data la definizione dell’innovazione, la gestione dell’innovazione viene dunque definita in termini di gestione di tutte le attività che concorrono a dar vita all’innovazione.
Così la parola innovazione si colora di significati che vanno ben al di là della semplice evoluzione tecnica. Innovazione significa, quindi, “nuovi modi di vivere nel mondo attuale”, “nuove modalità di servire i fruitori di una qualsiasi prestazione”, “nuovi sistemi per offrire valore a potenziali destinatari”, “nuove modalità di lavoro”, “nuovi modelli per costruire alleanze e creare risorse e competenze”.

La contestualizzazione all’ambito urbano di tale definizione, già di per se alquanto sfumata, non può che essere realizzata declinandola rispetti agli elementi costitutivi della città. Cosa non banale, in quanto, benché nel senso comune e nell’esperienza quotidiana delle persone sia molto chiaro cosa si intende per città, darne una definizione precisa ed univoca, come già riscontrato anche per l’innovazione, non è altrettanto immediato e, anzi, si rivela operazione complicata e difficile. Il sociologo urbano Louis Wirth (1897-1952) ha proposto una definizione secondo cui la città è un insediamento relativamente vasto, denso e duraturo di persone socialmente eterogenee. Dimensione, densità e eterogeneità sono gli elementi che si assume rendano la città uno spazio materiale e simbolico di relazioni sociali specifiche e diverse rispetto a quelle tipiche dall’ambiente rurale.
Una innovazione urbana è tale se essa concorre direttamente alla costituzione di un vantaggio competitivo durevole per la città e/o consente la creazione di un valore che sia condiviso dai cittadini, cosa non semplice visto che dalla definizione sopra riportata essi risultano essere una pluralità eterogenea di persone. Per essere ritenuta una valida innovazione urbana essa deve concretizzarsi in prestazioni tali per cui il “cliente-cittadino” è disposto a pagare, ad esempio attraverso le imposte comunali. Anche se il punto di vista della percezione da parte del cittadino, nei termini causa-effetto, delle imposte comunali rispetto ai servizi locali, non è chiaro e risulta confuso, a livello di dati rilevati statisticamente, con quello relativo al generico pagamento di imposte e pertanto non conviene usarlo come fil rouge della riflessione che si sta facendo.

L’analisi, sotto la lente di ingrandimento della innovazione, dei processi urbani di una città consente, dunque, di profilarne le sue caratteristiche interne in termini di rapporti tra individui, enti, imprese, istituzioni, cosi come l’analisi innovativa dei processi urbani delle città nel loro insieme, consente di tracciare le interconnessioni a livello mondiale.
I processi urbani possono essere caratterizzati in termini della loro dimensione territoriale che li classifica in processi ad ambito micro regionale (ad esempio, unità di vicinato, quartieri, città, agglomerato urbano, area metropolitana), regionale (ad esempio, provincia, regione, aggregato di regioni come ad esempio quelle obiettivo 1 per i fondi di finanziamento), macroregionale (ad esempio, stato, regione continentale e intercontinentale).
I principali processi urbani riguardano la governance e l’amministrazione pubblica, la politica, l’istruzione, la cultura, la religione, la ricerca scientifica e tecnologica, la sanità, i trasporti, il commercio, l’industria, il turismo, lo svago e la gestione degli eventi urbani, la sicurezza, il commercio, le comunicazioni, ecc..
Ciascuno dei processi urbani, come detto, ha una valenza territoriale e studiarne sia le singole caratteristiche innovative e sia quelle di interazione sistemica, impone l’impiego di modelli appropriati appunto di innovazione urbana.

Che differenza esiste tra città innovative e innovatrici?
Questa enfasi su tale differenza è una licenza narrativa che mi sono preso per evidenziare due tipologie di caratteristiche innovative urbane che, se pur a maglie larghe, costituiscono una rete di demarcazione tra le città a partire da due altrettanti concetti disgiunti, quelli relativa all’efficienza urbana (cosiddetta) statica e dinamica.
Nella globalizzazione gli individui e le imprese cercano città con elevata efficienza statica, capacità di trasformare reddito in benessere, e dinamica, capacità di generare innovazione e investimento, perché solo queste riescono a offrire costellazioni di esternalità e interdipendenze.

È importante evidenziare che il fine di un individuo non è il reddito ma il proprio benessere (utilità) e dunque il processo a massimo valore aggiunto in tale ottica è quello di trasformazione dall’uno all’altro, ossia l’efficienza statica. Quali sono gli individui che si caratterizzano per maggiore propensione alla mobilità quale mezzo di ricerca della migliore localizzazione in termini di proprio benessere? Sono gli individui che operano nella società della conoscenza, in quanto questa tipologia di società fonda i processi di produzione su profili con un livello elevato di formazione e capacità cognitive che gli consentono di ricostruire velocemente un nuovo sistema di relazioni nella nuova città di residenza.
Attualmente, in assenza ormai di vincoli normativi stabiliti dagli Stati nazionali, tali modelli sono ormai totalmente obsoleti e si assiste ad un proliferare di strategie di localizzazione indipendenti, tante per quante sono, per ogni prodotto, le unità produttive che partecipano alle diverse fasi dei processi produttivi.
Di fatto la nuova configurazione dei prezzi relativi determinata dalla de-regolamentazione di molti mercati e le nuove tecnologie della comunicazione hanno contribuito ad accelerare e a facilitare il processo di disintegrazione verticale del processo di produzione.

Un equivoco frequente in cui è possibile incappare, presi dall’assolutismo di nuovi paradigmi, è quello di considerare obsolete le città con funzione industriale, le cosiddette città industriali, e ritenere al centro dell’universo ormai le sole città della conoscenza. Si ritiene, cioè, che la disintegrazione verticale di attività immateriali da parte delle imprese determina una terziarizzazione dell’economia delle città. Si tratta di un equivoco in quanto spesso ci si trova in presenza di un fenomeno di fittizia terziarizzazione, caratterizzata da stretta interdipendenza tra processi di produzione immateriale con quelli di produzione materiale. Ossia l’economia della conoscenza non crea, in taluni casi, reddito a prescindere, ma lo crea come funzione dipendente dalla produzione industriale di tipo tradizionale. Pertanto eventuali oscillazioni della domanda dei beni materiali prodotti si ripercuote identicamente sulla domanda di servizi immateriali.
Usciti dall’equivoco che, allo stato attuale, questa dipendenza tra materiale e immateriale, salvo rare eccezioni di città esclusivamente fondate su attività economiche basate sulla conoscenza, sussiste, occorre quindi anche rivedere la definizione dei costi di produzione di beni materiali. Questi non sono solo, secondo un modello ottocentesco, quelli relativi alla trasformazione materia/energia necessaria a generare un prodotto, ma anche quelli relativi a tutte le attività immateriali ad esso correlati. Questi costi dell’immateriale possono essere classificati in costi di coordinamento relativi al funzionamento delle organizzazioni e in costi di transazione relativi alle attività di immissione e vendita sul mercato dei beni prodotti.

Aumentando la risoluzione dello strumento di misura e di analisi della dipendenza tra materiale e immateriale che caratterizza i processi localizzativi, economici, sociali e funzionali delle città, ci si rende conto che la disintegrazione verticale si configura come un fenomeno ad Y: la disintegrazione verticale relativa alla trasformazione materia/energia è differente da quella relativa alla trasformazione della conoscenza in stadi più evoluti.
La prima tipologia di fenomeno prevede una delocalizzazione esclusivamente finalizzata alla riduzione dei costi unitari per unità di prodotto in particolare per i prodotti caratterizzati da alto grado di standardizzazione, mentre la seconda determina una ricerca di una migliore qualità urbana ce attira individui con profili professionali atti a governare i processi di trasformazione della conoscenza.
Pertanto la disintegrazione verticale rende molto più complesse le strategie di competizione territoriale delle città, perché le costringe a competere simultaneamente su segmenti diversi, a proporsi come ambiti di territorializzazione soddisfacenti per diverse tipologie di attività economiche.
Questi fenomeni consentono di classificare le città in tre macro gruppi, le città innovative, le città innovatrici e le città che presentano entrambe le caratteristiche.

Le città innovative sono quelle che si caratterizzano per la presenza di servizi urbani efficienti, per una progettualità molto intensa con particolare riferimento alla spesa di fondi regionali (in Italia, o riferiti ai Lands ad esempio in Germania), nazionali e internazionali in attività di produzione urbana di energia sostenibile, nell’efficientamento dei servizi, nel miglioramento dei processi di smaltimento dei rifiuti, ecc..
Le città innovatrici sono quelle nelle quali si respira un clima creativo, ricche di amenities, caratterizzate da una vivacità culturale e artistica.

Qualche esempio?
Seattle, città poliedrica innovatrice e innovativa. La città è un posto meraviglioso, sia per lavorare che per vivere con una popolazione variegata, con cittadini provenienti da centinaia di città e decine di nazioni differenti in tutto il mondo.
Seattle può essere ritenuta una città innovatrice in quanto prima di tutto città creativa in grado di confermare la tesi del famoso ricercatore Richard Florida padre della equazione città creativa uguale città tesa alla innovazione. Nota come “gateway for Canada”, nella quale hanno sede principale alcune delle più note multinazionali, come IBM, Microsoft, Amazon è una città nella quale l’attività artistica, culturale, sociale è vivida, basti pensare ai milioni di fans che si recano a visitare la casa di Jimi Hendrix.
Sussiste poi il paradosso che proprio il cantante che nei tre giorni del famoso e carico di significati festival di Woodstock, dal 15 al 18 agosto del 1969, bruciò la sua chitarra, come lui stesso disse “sulle ceneri del capitalismo”, poi, anche se inconsapevolmente, è finito per divenire driver di sviluppo di un modello capitalista! Modello che, sempre secondo Florida, si genera a partire dall’ambiente artistico e culturale.

Quali modelli d’innovazione urbana esistono?
L’innovazione urbana rappresenta la declinazione sia di modelli, metodi e strumenti attinti ad altre discipline dove cronologicamente l’innovazione si è sviluppata e sia di buone pratiche progettuali urbani, quali ad esempio quelle relative alla redazione dei PIU, i piani urbani della innovazione.
Nel testo io ho scelto molto brevemente di riportare le caratteristiche di due modelli classici, il modello lineare e quello a catena.

Il modello lineare assume che l’innovazione proceda in modo sequenziale attraverso le fasi della ricerca di base, applicata, dello sviluppo, della messa a punto del processo di diffusione urbana della innovazione. In campo economico il modello lineare ben rappresenta l’organizzazione dei processi innovativi di quelle città che si caratterizzano per tessuti industriali che operano in settori ad elevata tecnologia (farmaceutica, aerospazio, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, biotecnologie, nanotecnologie, ecc.) in cui il legame tra scoperta scientifica e applicazione è molto stretto, ed in cui in non pochi casi sono gli stessi scienziati ad impegnarsi nella progettazione e nella produzione dei nuovi artefatti.

Il modello detto a “a catena” degli autori Kline e Rosenberg assume che vi sia una sequenza “centrale” che ricalca il modello lineare, tuttavia se ne differenzia per il ruolo che la percezione del mercato potenziale ha nella fase iniziale del processo innovativo: una volta individuato il mercato potenziale, il mercato urbano in questa contestualizzazione, inizia il processo innovativo, centrato sulla progettazione, e sull’analisi di nuove combinazioni di conoscenze disponibili; l’innovazione non rappresenta quindi una novità in termini assoluti, ma un’originale ricombinazione dell’esistente.
Nel caso in cui non si disponga delle conoscenze necessarie, si cercano all’esterno (ricorre il caso della cooperazione tra città industriali) brevetti, pubblicazioni scientifiche, consulenti, centri di ricerca, ecc. Soltanto nei casi in cui l’innovazione richieda una base tecnico-scientifica radicalmente nuova viene attivata la R&S.
Nel modello “a catena” si può avere dunque innovazione senza ricerca questo è quanto avviene molto spesso nei distretti urbani industriali che innovano modificando, ricombinando, adattando, trasferendo conoscenze disponibili al proprio interno.

Quali sono i principali modelli di diffusione dell’innovazione?
Le teorie della diffusione si riferiscono alle modalità con cui nel tempo e nello spazio le innovazioni si diffondo tra individui e organizzazioni. La loro possibilità di accoglimento, di integrazione dipende da una serie di fattori, quali precondizioni, risorse, variabili situazionali, capacità di accettare il rischio e il cambiamento, valori, interessi, social divide.
La diffusione a livello urbano della innovazione, pertanto, dipende dalla identificazione e valorizzazione di tali variabili.
All’interno degli studi sull’innovazione, si è sviluppato un ampio filone di studi che concentra l’attenzione sui fattori che entrano in gioco nel determinare modalità, ritmi, barriere e ostacoli connessi con l’acquisizione delle nuove soluzioni tra gli imprenditori, le istituzioni o anche i semplici cittadini.

I primi studi sui processi di diffusione dell’innovazione sono da attribuire al sociologo francese G. Tarde (1903), il quale aveva rilevato come la diffusione delle idee avveniva secondo una curva, cosiddetta ad S (per la sua forma), che consente di distinguere tre fasi evolutive della diffusione, l’innovazione, la crescita e la maturità.
Studi empirici, realizzati negli anni ’40 da B, Ryan e N. Gross (1943) sulla diffusione delle sementi ibride nell’Iowa confermarono le tesi di Tarde. Tale studio ha evidenziato come gli individui che adottano per primi le innovazioni appartengano ad un’élite sociale caratterizzata da un più elevato orientamento verso il cosmopolitismo e da un più alto livello socioeconomico e come le persone ascoltino i venditori, ma siano poi soprattutto influenzate dalle comunicazioni interpersonali.
A Everett Rogers va poi riconosciuto il merito di aver affrontato in maniera approfondita, nel 1962, il complesso problema rappresentato dallo sviluppo sul piano temporale del processo di progressiva diffusione delle innovazioni nella società. Per fare ciò, Rogers riprese le interpretazioni precedenti che attribuivano a questo processo la forma di una sequenza (curva a S di Tarde) con l’andamento di una curva statistica dalla distribuzione normale e culminante con la completa accettazione dell’innovazione, ma suddivise anche tale curva in cinque fasi corrispondenti alle cinque tappe del processo individuale di adozione di un nuovo processo/servizio, cioè la conoscenza, la persuasione, la decisione, l’implementazione e la conferma.

La critica che è necessario formulare al modello teorico sviluppato da Rogers, è relativa al tentativo di definire delle leggi generali senza distinguere fra le diverse categorie di innovazioni, né fra i diversi tipi di consumatori dotati di varianti psico-sociologiche individuali (tratti della personalità, orientamento al cambiamento, livello culturale, stile di vita, valori sociali condivisi, ecc.). Come attenuante, va considerato che Rogers si è concentrato sulla diffusione delle innovazioni nel settore dell’agricoltura e ha trascurato le innovazioni nell’ambito dei servizi urbani.
Da allora in poi i modelli si sono evoluti e hanno tenuto in conto fattori topologici nei cosiddetti modelli di diffusione reticolare, fattori legati alla capacità di assorbimento del mercato, alla tipologia di influenza fino ad arrivare alla empirica ma efficacissima tecnica del passaparola.
Nel testo tale excursus è approfondito abbastanza bene e i modelli sono riportati sia analiticamente che graficamente.

Quali metriche vengono adottate per misurare l’innovazione?
Per mia incapacità di sintesi confesso il disagio nel rispondere a tale domanda.
Di per sé il risultato di una misura dovrebbe portare alla conoscenza di tre elementi, un numero, una unità di misura e una fascia di incertezza ed il processo di misura dovrebbe avvenire nelle condizioni di minima perturbabilità. Se già per le grandezze fisiche ottenere una buona misura è un processo impegnativo, nel caso di grandezze non fisiche come l’innovazione risulta davvero arduo.
Una modalità compensativa è quella di impiegare un pane multi indice che mediano tra possibili errori commettibili. Esempi di metodologie in tal senso e con particolare riferimento all’ambito urbano ce ne sono diverse e nel testo, ad esempio, è riportata quella basata sullo smart city index di Ernst Young scritta proprio da Andrea D’Acunto, Partner EY e Lorenzo Schirinzi, Senior Consultant EY.

Qual è lo stato delle città e delle politiche dell’innovazione nell’Unione Europea e nel mondo?
A maggio dell’anno scorso ad Amsterdam una riunione ministeriale informale ha approvato il Patto di Amsterdam, il documento che istituisce l’Agenda Urbana dell’Unione Europea, ne fissa i temi fondamentali e individua anche una tempistica di azione da qui a fine 2017.
Un piano per rafforzare la dimensione urbana e quindi sostenere le città, che si trovano oggi a interfacciarsi con problematiche sempre crescenti. Sfide che riguardano in particolare la povertà, la segregazione spaziale e sociale, il cambiamento demografico e l’utilizzo delle energie rinnovabili.
Viene disegnata una nuova geografia urbana che ritiene l’innovazione tecnologica, organizzativa, sociale, quale leva di sviluppo locale e meta-strumento in grado di abbattere quel muro ideologico che si è venuto a creare tra cittadini ed Europa.

Il Patto di Amsterdam ambisce a istituzionalizzare una più stretta collaborazione tra i diversi livelli di governo, da quello europeo a quello locale, per vincere assieme le grandi sfide legate alla qualità della vita di centinaia di milioni di europei.
Può sembrare paradossale che un’Europa ai minimi storici di popolarità scelga di ripartire dal livello più vicino al cittadino per promuovere inclusione sociale, innovazione e crescita ma ciò è piena conformità ad un paradigma di cui sono totalmente convinto, ossia che le città non rappresentano elementi occasionali di declinazione locale di fenomeni rilevabili a scala globale, ma che piuttosto sono tali fenomeni ad essere proiezioni globali di innovativi processi locali.

Qual è invece la situazione nel nostro Paese?
Come in ogni cosa è possibile scegliere la via di osservazione del bicchiere mezzo pieno o meno vuoto. L’Italia è un Paese che ha consolidato, forse ora anche troppo, un brand di rilievo mondiale in alcuni settori, ma che ha bisogno ora di rimettersi in gioco in nuovi settori o innovando settori tradizionali. Questo “effort”, come direbbero gli Americani, va compito dalla scala nazionale fino alla scala urbana e dal rappresentante della politica fino all’ultimo cittadino, altrimenti risulterà impossibile creare quella co-creazione di valore di cui tanto si parla e di cui tanto si scrive anche in ambito scientifico on riferimento ai patterns innovativi territoriali.
Infine, aggiungo, senza temere la posizione totalmente in controtendenza con i dati mediatici, che auspico vivamente un po’ meno di enfasi su questi elementi connotati ormai con neologismi di uso comune, start up, start upper, hackathon, challenge, ecc., e un po’ più di innovazione antropocentrica, di rilancio di ogni fascia sociale della popolazione, di miglioramento delle periferie sub urbane, e di maggiore condivisione al posto delle sfide anche quelle per l’innovazione, perché a una rapida involuzione fortemente innovativa preferisco una più lenta evoluzione umana.