Le città contemporanee. Prospettive sociologiche, Daniela Ciaffi, Silvia Crivello, Alfredo MelaProf.ri Daniela Ciaffi, Silvia Crivello e Alfredo Mela, Voi siete autori del libro Le città contemporanee. Prospettive sociologiche edito da Carocci: innanzitutto, quale definizione è possibile dare della sociologia urbana?
Il cuore di questa scienza sociale è lo studio dei cambiamenti sociali di gruppi di persone che vivono in città. Noi sociologi ci occupiamo piuttosto di quelle che chiamiamo “popolazioni urbane”, in modo simile agli etologi quando studiano le popolazioni animali! Il punto di vista principale non riguarda quindi le trasformazioni di vita dei singoli individui, come è nella prospettiva psicologica.

In particolare noi, come ricercatori, apparteniamo a una tradizione di studi iniziata attorno al 1920 dalla cosiddetta “scuola di Chicago”, quando la città stessa iniziò ad essere considerata come un laboratorio di studio, per le sue componenti umane e ambientali strettamente interconnesse, a partire dai diversi gruppi etnici migranti, dai rispettivi comportamenti ricorrenti, dai luoghi in cui abitavano e lavoravano.

Un altro tratto che ci contraddistingue è un’attitudine da “sociologi in azione”, nel senso che crediamo di non avere solo il compito di fotografare i cambiamenti delle società urbane, ma anche un ruolo proattivo, ad esempio favorendo un incrocio tra le politiche che vengono decise “dall’alto” e le azioni che gli abitanti propongono “dal basso”.

Detto ciò, la sociologia urbana si occupa dei temi della città e dell’urbanesimo a 360 gradi e, dunque, la gamma dei suoi temi di interesse è vastissima: quasi tutti i temi della sociologia sono rilevanti anche per la sociologia urbana. Tuttavia, si possono indicare alcuni temi che hanno caratterizzato i grandi dibattiti di questa prima parte del XXI secolo.

Quali sono i principali temi di ricerca della sociologia urbana contemporanea?
Uno di questi è il tema della globalizzazione dell’urbanesimo e delle città globali. In termini sommari, si potrebbe dire che esso ha due versanti: da un lato riguarda la concentrazione di popolazione e di attività economiche in grandi agglomerati urbani; dall’altro esamina la grande varietà di forme sociali e spaziali che caratterizzano queste aree ad intensa urbanizzazione. Connesso con questo, vi è poi il dibattito sulle diseguaglianze sociali che si creano all’interno delle metropoli. Si tratta di un campo di ricerca tradizionale per la sociologia urbana, ma che oggi prende in esame una accresciuta varietà di fattori di diseguaglianza: non solo quelli sociali ed etnici, ma anche quelli connessi con il genere, gli orientamenti sessuali, gli stili di vita, l’età e così via.

È poi di grande rilievo il tentativo di “decolonizzare” le categorie concettuali della sociologia urbana, sorte con riferimento ai modelli occidentali di città, per comprendere le manifestazioni dell’urbanesimo tipiche di altri continenti usando quadri teorici modellati su realtà differenti.

Citeremmo infine come tema emergente con sempre maggiore forza quello del rapporto inscindibile tra la componente sociale delle città e la dimensione ambientale e tecnologica: un aspetto destinato ad assumere maggior forza ed accenti nuovi anche in considerazione degli esiti della pandemia che stiamo attraversando.

Quali sono i paradigmi più influenti nella letteratura sociologica recente?
La sociologia urbana presenta oggi un quadro estremamente ar­ticolato di para­digmi teorici di riferimento, talvolta usati singolarmente, molto spesso combinati variamente tra di loro.

Il paradigma critico che esercita l’influenza più estesa sui vari campi della ricerca è quello di derivazione marxista, che analizza l’urbanesimo nel quadro delle manifestazioni attuali del capitalismo, proponendo un’interpretazione dei problemi e delle ineguaglianze della città alla luce del funzionamento e delle contraddizioni di tale modo di produzione; accanto a tale paradigma è possibile citare altri approcci critici che ispirano altrettante linee di ricerca in campo urbano e che vanno dall’ampia gamma di studi sulla città ispirati al femminismo e alle ricerche sulle diverse forme di sessualità, agli studi postcoloniali, fino al filone dell’“ecologia politica urbana”.

Ulteriori paradigmi sono quelli che si rifanno alle Complexity Theories of the City e che cercano di individuare modalità di auto-organizzazione della città o ancora gli approcci ‘reticolari’ basati su una concezione, appunto, ‘a rete’ dell’urbanesimo.

Ancora, si può aggiungere il paradigma postmoderno quale corrente di pensiero in netta rottura con il razionalismo, lo strutturalismo, il funzionali­smo – tipici dell’epoca precedente – e basato sull’abbandono delle “grandi narrazioni” so­ciopolitiche, come quelle del socialismo o del progressismo liberale, il rifiuto della distinzione tra “cultura alta” e “cultura popolare”, l’accentuazione dei caratteri frammentari e non sistematici delle in­terpretazioni filosofiche e delle scienze sociali e della stessa frammentarietà delle relazioni sociali.

Infine, un ulteriore paradigma da segnalare è quello che considera la città (e più in generale i fenomeni territoriali, o addirittura ogni aspetto della realtà) come un assemblaggio, ovvero un intreccio di reti e di relazioni puntuali, che vengono a formare delle entità; queste ultime si fissano allo spazio geografico mediante continui processi di stabilizzazio­ne e destabilizzazione, che tuttavia non danno luogo a strutture organizzate in forma gerarchica, ma solo a complessi di relazioni “orizzontali”.

Di quali strumenti e metodi si serve la sociologia urbana?
Nell’ultimo capitolo si illustra come a lungo la sociologia urbana sia stata influenzata, a partire dall’Ottocento, dalle concezioni positiviste della scienza, servendosi di strumenti di misurazione dei rapporti causa-effetto con lo scopo di scoprire leggi universali. Il secolo scorso è stato contraddistinto, invece, dalle teorie “di medio raggio”, con validità ristretta nel tempo, oltre che nello spazio. Come spieghiamo, non ci convince affatto la separazione tra strumenti quantitativi e qualitativi che ha a lungo dominato il dibattito metodologico. Pensiamo infatti che anche le tecniche di indagine più innovative (ad esempio visuali) e interattive (come nei processi partecipativi) possano essere ibridate allo scopo di fornire misurazioni di vario tipo. Questo è tanto più evidente quando ci addentriamo nell’universo degli strumenti digitali per la consultazione delle persone, nel passaggio dall’intervistatore in carne e ossa ai sistemi web/tablet/smartphone assisted.

Quale rapporto esiste tra società e spazio?
Il punto di vista che adottiamo nel nostro libro è quello di una sociologia urbana spazialista, vale a dire di un’analisi dei fenomeni urbani nella quale la dimensione spaziale è introdotta non unicamente come una cornice delle interazioni sociali, ma come un fattore attivo che opera in esse, pur senza alcuna forma di determinismo. Accogliamo l’idea che i diversi elementi dello spazio rappresentino degli “attanti”, che interagiscono con gli attori sociali in vario modo: come risorsa e vincolo all’azione, come medium dell’azione stessa, come suo effetto che, a sua volta, modella le opportunità delle azioni successive. D’altra parte, lo spazio opera contemporaneamente su differenti registri, tra loro strettamente intrecciati: non solo quello materiale (bio-fisico), ma anche quello simbolico e culturale.

Gli elementi sociali e quelli non-umani seguono traiettorie evolutive distinte, ma ciascun tipo di elementi influenza l’altro in modo rilevante. Per questo l’analisi sociologica non può fare a meno di confrontarsi con approcci scientifici di varia natura, anche se mantiene una sua specificità, all’interno del campo interdisciplinare degli “Studi Urbani” o di altri campi paralleli, come le “Scienze Regionali”.

Quali sfide pone l’urbanesimo contemporaneo?
Data l’enorme concentrazione di popolazione e di risorse nelle aree urbane di ogni continente, la città si confronta oggi con sfide fondamentali per tutta l’umanità. La prima di esse è quella che consiste nel riequilibrio dei rapporti tra le società mondiali e la natura, tenendo anche conto della mediazione rappresentata dallo sviluppo delle tecnologie e dalle modificazioni – spesso fonte di rischi – che l’uomo opera sull’ambiente. Uno sforzo in tale direzione è ormai indispensabile, ma implica al tempo stesso una profonda trasformazione dei meccanismi attuali dello sviluppo sempre più dominati da un capitalismo finanziario che va a vantaggio di pochi ed emargina ampie parti della popolazione mondiale. Per questo la ricerca di modalità di sviluppo sostenibili da un punto di vista ambientale non può essere disgiunta da un’azione politica contro le diseguaglianze ed ogni forma di discriminazione e di emarginazione.

Queste sfide non solo avranno le città e le metropoli come scenario privilegiato, anche se non esclusivo; esse daranno anche luogo ad azioni propriamente “urbane”, in quanto modellate sulle problematiche e le opportunità che la città propone, sulle situazioni che in essa si generano e il loro esito aprirà la via a nuovi modi di essere della città.

Come si struttura il rapporto tra sviluppo, sostenibilità urbana e questione ambientale?
L’Intergovernmental Panel on Climate Change, il principale organismo accreditato a livello internazionale per lo studio sui cambiamenti climatici, ha di recente tracciato scenari as­sai preoccupanti per il futuro della vita sulla Terra; anche se il dibattito sulla velocità delle trasformazioni in corso e su quan­to possano essere attendibili le previsioni dell’IPCC è acceso e controverso, è certamente vero che l’attuale modello di sviluppo che caratterizza le società – sia quelle del Nord del mondo sia quelle del Sud – risulta insostenibile, tanto da minac­ciare le basi stesse della vita sul pianeta.

La costruzione di una società più attenta all’ambiente richiede mutamenti di larga portata che coinvolgono campi assai differenti tra loro e che non riguardano soltanto aspetti puramente ambientali; essa presuppone, ad esempio, cambiamenti negli stili di vita, negli usi, nelle abitudini e investe ambiti che spaziano dalla cultura al cibo, dai trasporti alla giustizia socia­le. Per questi motivi, un aspetto di particolare rilievo, al centro di questa riflessione, è la dimensione progressivamente urbana del problema: il ruolo delle città appare, infatti, sempre più cruciale per svariati fattori (tra questi: crescente tasso di urbanizzazione a livello mondiale; città come principali vittime del cambiamento climatico, dei ‘disastri’, delle pandemie; natura strategica delle città come siti per la formulazione di piani per limitare o combattere la riduzione delle risorse; città come spazi per la gover­nance del cambiamento climatico ed energetico; ecc.).

Quale ruolo per le politiche culturali?
La cultura è oggi diffusamente considerata un motore dello svilup­po urbano: il settore culturale e l’industria creativa sono infatti sempre più ambiti strategici su cui le città investono per la propria crescita economica.

In tale quadro, anche il ruolo della città si amplia e si trasforma. Oggi la città, oltre a essere luogo privilegiato di produzione e di consumo culturale, tende a divenire essa stessa un prodotto culturale che circola e compete sul merca­to, che attrae capitali e produce profitti. Questo fenomeno investe la città in tutte le sue dimensioni: nella sua accezione di complesso di edifici oggetto di promozione immobiliare; come luogo di produzione di servizi; come mar­chio che attira nuovi residenti, turisti, businessmen, creativi o nuovi capitali e nuove attività economiche.

È importante sottolineare come nella prospettiva della sociologia urbana qualsiasi azione intrapresa per imprimere una certa direzione allo sviluppo della città (quindi anche le politiche culturali) sia, in maniera più o meno diretta, volta a modificare l’ambiente so­ciale in cui vivono gli abitanti. Questa affermazione apre la strada a riflessioni di natura politica estremamente importanti dal momento che la risposta, al di là della retorica, non è affatto scontata, e dovrebbe essere ancora una volta riportata al centro di un dibattito politico equilibrato circa le direzioni che si intendono dare allo sviluppo della città, operazione che implica appunto il superamento di molti luoghi comuni circa il concetto di cultura e di politiche culturali.

In che modo la città costituisce un laboratorio sociale e politico?
In quattro modi, fondamentalmente: il rapporto tra città e politica viene da noi sintetizzato attraverso quattro verbi. Il primo è “votare”, e il richiamo va dalla agorà della polis greca ai laboratori urbani politici dei nostri giorni come luoghi di democrazia rappresentativa, in cui eletti ed elettori si muovono e agiscono secondo logiche in continua trasformazione, ma sostanzialmente contraddistinte da una crisi sempre crescente dei meccanismi della rappresentanza elettorale. Il secondo e il terzo verbo sono “partecipare” e “decidere”, perché negli ultimi decenni molte città sparse nel mondo sono state straordinari laboratori di democrazia partecipativa e deliberativa, con numerose esperienze pilota che hanno aiutato tanto gli eletti quanto gli elettori a trovare nuovo senso politico, molto più che partitico. L’attenzione in queste esperienze viene riportata sui processi attraverso cui si prendono le decisioni, così come sui soggetti che vengono tradizionalmente esclusi da tali iter decisionali. Il quarto verbo è “contribuire” e fa riferimento a un quarto tipo di democrazia, contributiva appunto, in cui i processi di rigenerazione delle città vengono ideati, pattuiti e gestiti alla pari attraverso nuove ed inedite alleanze tra soggetti pubblici, privati e del terzo settore. Questo è possibile perché il dibattito è passato da un gioco fra gli attori della città sul binomio pubblico/privato al tema dei beni comuni e delle azioni di interesse generale: molto attuale, ci sembra di poter affermare, in tempi di pandemia.

Daniela Ciaffi è professoressa associata di Sociologia urbana al Politecnico di Torino, Silvia Crivello è professoressa associata di Sociologia del territorio al Politecnico di Torino, Alfredo Mela sociologo urbano, è stato professore ordinario al Politecnico di Torino

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