Le chiavi della prosperità. Gli atteggiamenti mentali che generano sviluppo, Matteo MariniProf. Matteo Marini, Lei è autore del libro Le chiavi della prosperità. Gli atteggiamenti mentali che generano sviluppo edito da EGEA: che cos’è la mentalità sociale e quale importanza assume per lo sviluppo economico?
La mentalità sociale è l’insieme di convinzioni, atteggiamenti e preferenze prevalenti in una certa popolazione che condivide la stessa lingua, la stessa localizzazione geografica e la stessa epoca storica. Questi elementi servono a percepire la realtà e a reagire in un certo modo standard agli shock che provengono dall’ambente esterno. Essi sono tramandati di generazione in generazione, attraverso l’educazione da parte degli anziani e l’esempio dei coetanei, e ci spingono ad adeguarci ai comportamenti prevalenti in quella determinata società.

Anche l’attività economica è condizionata dalla mentalità sociale prevalente: la propensione al consumo o al risparmio, per esempio, la propensione ad investire questo risparmio o a lasciarlo in banca, che richiede a sua volta propensione all’innovazione e al rischio, sono tutti atteggiamenti che hanno ricadute materiali sul livello di reddito pro capite di un paese. La quantità di risorse materiali possedute è importante, ma altrettanto se non più importante è l’uso che facciamo di queste risorse, vale a dire se le incrementiamo o le dissipiamo. Questo libro cerca di spostare il dibattito: dalla distribuzione del reddito prodotto, a come se ne possa produrre di più, ovvero ai modi per raggiungere la prosperità. La novità è che non lo fa in termini retorici, ma portando a sostegno i risultati della ricerca scientifica internazionale. Con un linguaggio semplice e alla portata di tutti.

Da dove nasce la mentalità sociale?
La mentalità sociale nasce dalla sedimentazione degli usi e costumi di una popolazione in concetti, proverbi, modi di pensare e di agire. Secondo la scuola francese di storia Les Annales, dopo che la popolazione di un certo ambiente naturale ha sviluppato le tecniche di produzione per la realizzazione dei beni materiali, e dopo che questi beni vengono scambiati attraverso relazioni sociali regolate da leggi e istituzioni, la stessa popolazione dà un senso a questo insieme di azioni e comportamenti abitudinari attraverso un insieme di convinzioni che chiamiamo mentalità (vedi definizione precedente). Questa narrazione viene tramandata alle generazioni successive affinché si mantenga vivo il senso delle istituzioni, delle motivazioni che fortificano l’attaccamento e la lealtà alla comunità in questione.

L’imprinting realizzato nella socializzazione primaria è così forte che porta ad automatizzare non soltanto il linguaggio, ma anche la mimica e il linguaggio del corpo. Infatti, se ci fate caso, quando guardiamo un film straniero siamo in grado di capirne la nazionalità non soltanto dagli aspetti fisici (paesaggio, urbanistica, arredamenti) ma anche dalla mimica degli attori.

L’errore che si fece in passato e che sta riemergendo oggi è quello di attribuire queste reazioni spontanee di ogni popolazione al suo corredo cromosomico, al suo DNA. Oggi sono in voga modi di dire completamente sbagliati, quali: «Noi italiani abbiamo il senso del bello nel nostro DNA». Oppure: «I brasiliani hanno la musica nel loro DNA». È questa confusione che ci porta piano piano a diventare razzisti, associando gli stereotipi comportamentali etnici al corredo genetico di una popolazione, mentre è scientificamente dimostrato che questa convinzione sia errata: la qualità del corredo cromosomico è variabile all’interno di ogni gruppo etnico molto di più di quanto non vari tra i diversi gruppi. In altre parole le differenze cromosomiche valgono a livello individuale, ma non a livello collettivo, di gruppi etnici.

Quali sono le principali spiegazioni, vere e false, dello sviluppo?
La più diffusa ma erronea spiegazione dello sviluppo è che i paesi prosperi siano quelli ricchi di risorse naturali. Questo era vero in passato. Dalla rivoluzione industriale in poi è il progresso tecnico che, attraverso l’aumento della produttività del lavoro, rende possibile una specie di miracolo dei pani e dei pesci: produrre di più con la stessa quantità di risorse. A seguito dell’aumento di produttività in agricoltura la popolazione mondiale è aumentata di 14 volte, passando da 1⁄2 miliardo a 7 miliardi di persone. In passato, prima della rivoluzione industriale, la popolazione era rimasta costantemente fissa sul 1⁄2 miliardo di persone per migliaia di anni, così come il suo livello di reddito pro capite.

Ciò che ha reso possibile la diffusione di questo progresso tecnico è il ruolo dei mercati. I benefici dello scambio, e in particolare del commercio internazionale, sono pressoché ignorati dall’opinione pubblica perché controintuitivi. Non si vedono. Normalmente percepiamo la ricchezza di un paese come qualcosa di fisso, e riteniamo che nello scambio ci sia sempre qualcuno che ci guadagna e qualcun altro che ci perde. Invece è facile dimostrare che nella maggior parte degli scambi entrambi i protagonisti ci guadagnano. Nel libro dedico alcune pagine a spiegare questo punto con un semplice esercizio numerico. Ma poi porto a sostegno anche i dati statistici effettivi, che dimostrano come, grazie al commercio internazionale, la povertà nel mondo si sia drasticamente ridotta: la quota di popolazione con redditi inferiori a 2 dollari al giorno pro capite era pari a 3⁄4 della popolazione mondiale nel 1950. Oggi solo 1 persona su 10 al mondo vive con redditi così bassi. Anche la distanza tra paesi ricchi e paesi poveri è diminuita dal 1950 ad oggi, mentre tutti i mass media continuano a ripetere che è aumentata. E’ vero che all’interno di ciascun paese la forbice tra individui ricchi e individui poveri si è ampliata, ma questo è una conseguenza inevitabile della crescita economica. Inizialmente, chi corre di più (gli imprenditori innovatori) acquisisce un vantaggio dal resto della popolazione. Con il tempo però, grazie alla diffusione delle innovazioni e alle politiche di redistribuzione sociale, queste differenze tendono a scomparire.

Quali condizioni non economiche favoriscono lo sviluppo?
Questo è un punto particolarmente importante de Le chiavi della prosperità. I benefici del mercato, a cui ho appena accennato, si realizzano solo se esiste uno Stato di diritto – vale a dire il principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge – che sanziona coloro i quali usano metodi violenti e truffaldini negli scambi di mercato. In condizioni sociali ostili, i mutui benefici del mercato non si realizzano, perché il profitto è ottenuto a scapito di qualcun altro, le vittime della violenza e della truffa per l’appunto. Uno dei problemi del Mezzogiorno d’Italia e della mancata convergenza economica con le regioni del Nord, è proprio la presenza della criminalità organizzata, che con la sua azione parassitaria rappresenta uno svantaggio competitivo. Un altro esempio di condizione non economica è l’efficienza/inefficienza della pubblica amministrazione. Nessun investitore straniero è tanto pazzo da investire laddove deve pagare una tassa aggiuntiva (il pizzo) e per di più usufruire di servizi pubblici inefficienti.

Ma di nuovo, anche in questi aspetti non economici, è la mentalità sociale il fattore esplicativo principale. Come spiega bene il premio Nobel Oliver Williamson, l’imprenditore si dovrebbe occupare solo di prezzi e tecniche. Sono questi i principali indicatori di cosa produrre e di come produrlo. Tuttavia egli deve anche rispettare la legge nell’implementazione dei processi produttivi. Il livello al quale la legge viene rispettata dipende però dagli usi e costumi della popolazione locale. L’Italia è diventata un laboratorio mondiale per studiare il rendimento delle istituzioni proprio perché, a dispetto dell’uniformità delle leggi esistenti su tutto il territorio nazionale, ha tassi di applicazione della legge e di efficacia della pubblica amministrazione che sono alquanto diversi tra il Nord e il Sud del paese. Al Sud, l’imprenditore che usualmente ricorre al lavoro nero e infrange la legge, ha un vantaggio comparato rispetto a chi la rispetta. La scelta di sfruttare la manodopera locale o immigrata, piuttosto che di investire in produttività, ha conseguenze negative sui livelli di prosperità dell’economia locale.

Quale mentalità è funzionale allo sviluppo?
Siamo giunti al punto cruciale del libro. Quali sono gli atteggiamenti che generano sviluppo? recita il sottotitolo del libro. La ricerca internazionale su questi temi ha dimostrato che i paesi più ricchi e meglio governati al mondo sono quelli del Nord Europa. E che la popolazione di questi paesi ha anche una mentalità più moderna e dunque più funzionale al raggiungimento e al mantenimento della prosperità. Gli atteggiamenti correlati positivamente con elevati livelli di prosperità sono risultati, in ordine di importanza: 1) l’etica del lavoro 2) una moderata propensione al rischio 3) la fiducia generalizzata verso gli altri 4) l’affidabilità di magistratura e 3 forze dell’ordine nell’applicazione della legge 5) la propensione alla concorrenza 6) un’educazione familiare ispirata all’indipendenza e alla responsabilità 7) la propensione alla privatizzazione dell’attività economica e 8) la convinzione di poter determinare la propria vita.

Quest’insieme di atteggiamenti è il frutto dell’evoluzione umana, di ripetuti tentativi ed errori che hanno portato a selezionare questi e non altri atteggiamenti come tradizioni della modernità. Il fatto che essi si ritrovino empiricamente con maggiore frequenza tra gli intervistati delle popolazioni più ricche e meglio governate della terra, dimostra che la prosperità non è una manna caduta dal cielo, come una ricca dotazione di risorse naturali, ma la conseguenza di una particolare etica, che chiamiamo etica dello sviluppo.

Come evolve la mentalità sociale?
Se la mentalità è l’ultima a formarsi nella catena di azioni umane che contraddistingue il processo di civilizzazione, essa è però la prima ad accorgersi quando qualcosa non va, e ad interrogarsi sui motivi dell’insoddisfazione. Dice il politologo Bernard Lewis: «Quando la gente realizza che le cose non vanno per il verso giusto può porsi due domande. La prima è: “dove abbiamo sbagliato?” E quindi correre ai ripari. La seconda: “chi ci ha fatto questo?” Quest’ultima domanda conduce alle teorie cospirative e alla paranoia, che scatenano le faide senza fine.» Purtroppo il mondo sembra avere imboccato quest’ultima strada, a giudicare dai consensi rivolti ai partiti nazionalisti.

Questo libro invece si chiede se sia possibile invertire la rotta, e promuovere strategie che intenzionalmente promuovano il cambio di mentalità a favore delle tradizioni della modernità. Il compito non è facile, visto che la demografia gioca a sfavore: i dati della ricerca scientifica dimostrano che le giovani generazioni dei paesi emergenti vogliono modernizzarsi e hanno come modello gli stili di vita dei paesi industrialmente avanzati, ma le giovani generazioni dei paesi arretrati non dichiarano un’analoga volontà; i loro sistemi di valore non sono significativamente diversi da quelli dei loro genitori. Il problema è che i tassi di natalità nei paesi arretrati sono molto maggiori di quelli dei paesi emergenti e dei paesi avanzati. Dunque la demografia gioca a sfavore del progresso e della modernità.

Quali sono gli agenti del cambiamento?
La promozione intenzionale delle tradizioni della modernità non può che avvenire tramite gli stessi agenti che sono preposti alla trasmissione della mentalità sociale, vale a dire: 1) la famiglia 2) le religioni 3) la scuola 4) le imprese 5) i mass media e 6) i leader politici.

Per ognuno di questi agenti il libro analizza il loro contributo specifico al cambiamento di mentalità in senso progressivo. Si tratta di veicolare gli atteggiamenti funzionali alla prosperità che abbiamo prima richiamato e sintetizzato nella formula etica dello sviluppo. A titolo di esempio, ricordo qui soltanto il ruolo che le imprese impegnate nella responsabilità sociale stanno avendo. Ha richiamato l’attenzione dei media, recentemente, un manifesto delle principali multinazionali americane che dichiarano di voler vincolare la massimizzazione del profitto al perseguimento di obiettivi sociali e di difesa dell’ambiente.

Matteo B. Marini è ordinario di Teorie dello sviluppo economico presso l’Università della Calabria a Rende (Cosenza). È stato uno dei primi economisti italiani a occuparsi di «cultura & sviluppo» attraverso una serie di soggiorni di studio in qualità di Fulbright Visiting Scholar presso le Università del Kentucky (1991), dell’Illinois (1996) e di Pittsburgh (2002). Ha fatto parte del comitato scientifico del Cultural Change Institute della Fletcher School of Law and Diplomacy di Boston dal 2009 al 2011. Tra le sue pubblicazioni su questo tema si ricordano Le risorse immateriali. I fattori culturali dello sviluppo economico (a cura di, 2002) e Le buone abitudini. L’approccio culturale ai problemi dello sviluppo (2016).