“Le avventure intellettuali di Umberto Eco” di Stefano Traini

Prof. Stefano Traini, Lei è autore del libro Le avventure intellettuali di Umberto Eco edito da La nave di Teseo: quale vastità di interessi ha abbracciato la produzione intellettuale dello studioso?
Le avventure intellettuali di Umberto Eco, Stefano TrainiUmberto Eco ha toccato e percorso diversi campi del sapere, dalla filosofia alla semiotica, dall’estetica alla massmediologia, dalla letteratura ad altre forme artistiche. Si è occupato di musica, di cinema, di fumetti e di molto altro. Peraltro ha considerato i vari campi del sapere sempre in connessione tra loro e mai come aree isolate da affrontare volta per volta. Non è un caso che nella sua Autobiografia intellettuale si definisca come uno storico della cultura, uno storico delle idee (e certamente uno storico della filosofia). Da questo punto di vista è stato di una curiosità insaziabile e la sua cultura enciclopedica è diventata la sua cifra. Una cifra che rende arduo il lavoro di chi vuole provare a ricostruire il suo pensiero. Jacques Le Goff disse che ad affrontare l’opera di Eco vengono le vertigini e viene a mancare la terra sotto ai piedi. Nel mio libro ho fatto delle scelte e ho individuato delle linee direttrici: il suo lavoro di tesi, la fase pre-semiotica, il lungo periodo semiotico, i suoi romanzi, le sue teorie sui media e le comunicazioni di massa.

Nella sua Autobiografia intellettuale Eco si definiva uno «storico della filosofia»: come si è espresso il suo interesse per la filosofia?
Eco si laurea in Filosofia a Torino, dove segue le lezioni di Augusto Guzzo, Nicola Abbagnano, Norberto Bobbio, Carlo Mazzantini. Qui Luigi Pareyson diventa il suo relatore per la tesi sull’estetica in Tommaso d’Aquino. La sua passione per la filosofia si consolida in quegli anni e rimarrà costante per tutta la vita. Anche la sua semiotica ha una forte matrice filosofica: è una sorta di filosofia dei linguaggi. Eco dava molta importanza alle semiotiche applicate, alle analisi dei testi, ma pensava che al di sopra di queste ci dovesse essere una semiotica generale con una forte vocazione filosofica, in grado di elaborare concetti e categorie da usare nelle analisi. La separazione tra una semiotica filosofica e una semiotica applicata è un tratto caratteristico del pensiero di Eco, non rintracciabile per esempio nella semiotica strutturale di ambito francese. Negli anni Sessanta Eco ha una grande infatuazione per lo strutturalismo e per le metodologie di analisi dei testi, ma anche per via dell’influenza di Peirce rientra presto nell’alveo di una semiotica molto filosofica.

In che modo la passione per il Medioevo accompagna l’intera vita di Umberto Eco?
Nella sua Autobiografia intellettuale Eco racconta che il suo interesse per il Medioevo nasce già al liceo grazie a un professore straordinario che gli fa amare Tommaso d’Aquino. All’Università è fondamentale l’incontro con Carlo Mazzantini, e la tesi di laurea sull’estetica medievale è un’occasione unica per immergersi nel medioevo con viaggi, letture, studi specifici. Qualche anno dopo la tesi scrive un saggio dal titolo “Sviluppo dell’estetica medievale”. Nel 1973 pubblica un lungo e bellissimo studio sulle miniature e sul commento di Beato di Lièbana all’Apocalisse di Giovanni per l’editore Franco Maria Ricci. Così quando decide di scrivere il suo primo romanzo, Il nome della rosa, può utilizzare i suoi archivi di “medievalista in ibernazione”, come avrebbe detto in seguito. Nel 2013 sono stati raccolti i suoi scritti sul Medioevo in un volume di più di mille pagine (Scritti sul pensiero medievale), segno che la sua produzione saggistica sul medioevo è stata costante e copiosa.

Quale approccio adotta Eco alle sue passioni pre-semiotiche, l’arte – e in particolare le avanguardie – e i media e le comunicazioni di massa?
L’arte e le comunicazioni di massa sono per Eco, negli anni Sessanta, due punti estremi di una stessa linea di linguaggi e la sfida sta nel cercare una sorta di “punto di fusione”, un modo per tenerli insieme. Il punto di fusione sta nel metodo. Da un lato Eco è interessato alle avanguardie artistiche e trova che la caratteristica che contraddistingue le nuove manifestazioni dell’arte sia l’«apertura», che si può tradurre in una sorta di libertà interpretativa lasciata al destinatario. Questo vale nel campo delle arti visive, nel campo della musica, dell’architettura e della letteratura, ma questa apertura artistica, dice Eco, è una sorta di “metafora epistemologica” perché si adegua a modelli che sono anche scientifici. L’apertura viene vista come una sorta di matrice culturale molto trasversale, insomma. Dall’altro lato Eco osserva e studia il campo delle comunicazioni di massa, frequentato all’epoca da sociologici “apocalittici” e da intellettuali “integrati” ai quali il nostro suggerisce di mettere da parte atteggiamenti emotivi di repulsione o di adesione nei confronti della civiltà di massa e di studiare scientificamente le forme dei messaggi, le modalità della ricezione, i contesti di produzione. Sia nell’ambito dell’arte sia nell’ambito delle comunicazioni di massa Eco propone di studiare le forme della comunicazione, gli schemi invarianti, i modelli: si sta aprendo la strada dello strutturalismo.

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Cosa rappresenta per Eco l’incontro con lo strutturalismo?
È un incontro importantissimo. Eco è attratto dall’aspetto metodologico dello strutturalismo: si analizzano dei testi, se ne ricava un modello invariante, poi si usa questo modello per analizzare altri testi e capire analogie, diversità, trasformazioni. In linguistica c’è la lezione di Saussure e di Hjelmslev, in antropologia ci sono le ricerche di Lévi-Strauss, in narratologia c’è la grande lezione di Propp, poi ci sono Lacan e molti altri. Eco è contro uno strutturalismo ontologico e a favore di uno strutturalismo metodologico: lo spiega bene nel suo libro La struttura assente del 1968. Nei primi anni Settanta fonda una rivista di semiotica che chiama Versus, evocando una categoria tipica della linguistica strutturale. Nello strutturalismo Eco vede un modo per mettere ordine, per descrivere, per analizzare. In seguito, come ho già detto, prevarrà la sua anima filosofica, e in questo ha avuto un ruolo importante Charles Sanders Peirce.

Quale influenza ha avuto su di lui il filosofo americano Charles Sanders Peirce?
Non dobbiamo dimenticare che Eco ha avuto il suo imprinting da Luigi Pareyson, che con la sua teoria della formatività propone di superare l’idealismo crociano occupandosi delle forme artistiche e quindi dell’interpretazione. Pareyson dice che c’è un testo artistico che ha una sua forma, ma c’è anche un’attività interpretativa che è assolutamente rilevante. Peirce è interessato al modo in cui noi rendiamo conto della realtà attraverso dei segni. Ha la grande intuizione della semiosi illimitata: c’è una realtà, che lui chiama Oggetto Dinamico, ci sono dei segni con cui noi rappresentiamo questa realtà, ma per conoscere i segni dobbiamo ricorrere ad altri segni che lui chiama Interpretanti. Questo processo potenzialmente illimitato della conoscenza affascina Eco, che del resto aveva teorizzato l’opera aperta, e soprattutto gli permette di riprendere l’idea di interpretazione di Pareyson e di ridefinirla in modo più preciso. Così nasce la semiotica interpretativa di Umberto Eco, al centro della quale c’è il rapporto collaborativo tra il testo e il suo destinatario.

In un suo intervento al Salone del Libro di Torino del 2011, Eco ebbe ad affermare: «Io odio Il nome della Rosa e spero che anche voi lo odiate»: cosa rappresenta per il semiologo il romanzo Il nome della rosa?
Mi pare una boutade: una delle sue, per colpire il pubblico del salone del Libro di Torino! In questo era un maestro. Forse in alcuni momenti soffriva nel vedersi troppo identificato con una sola opera, ma non credo che odiasse Il nome della rosa, un romanzo straordinario che con i suoi diversi livelli di lettura è in grado ancora oggi di appassionare varie fasce di pubblico. Nel Nome della rosa c’è l’indagine, l’arguzia filosofica, l’approfondimento storico, l’umanità dei personaggi, l’ordine perfetto della trama, il fascino della biblioteca, lo spazio asfittico dell’abbazia, lo scontro tra intelligenze e passioni. Ci sono tantissimi ingredienti combinati in modo perfetto.

Quali collegamenti mantengono con la sua attività scientifica i sette romanzi scritti dal 1980 al 2015?
Ci sono temi che ricorrono. Nel Nome della rosa ci sono le abduzioni del monaco-detective, che Eco stava studiando occupandosi di Peirce. Nel Pendolo di Foucault ci sono le derive interpretative dei complottisti, proprio mentre Eco nella sua attività scientifica stava studiando i limiti dell’interpretazione. Nell’Isola del giorno prima c’è il tema della categorizzazione dei concetti, che Eco stava affrontando in semiotica attraverso una rilettura di Kant attraverso Peirce. La misteriosa fiamma della regina Loana, il suo romanzo più autobiografico, tocca il tema della memoria e della soggettività, su cui Eco riflette con attenzione nella sua attività filosofica. Quindi sì, i collegamenti ci sono e sembra che Eco nei romanzi riproponga temi scientifici sotto altra forma, in un altro livello di pertinenza. Ma vorrei dire che al di là di tutto, dai romanzi di Eco traspare il suo piacere di narrare, di raccontare: un gusto fabulatorio che caratterizza anche la sua scrittura saggistica.

Quali sono le principali linee teoriche dei suoi studi sui media e le comunicazioni di massa?
Individuerei quattro punti. Innanzitutto l’attenzione al pubblico e alle forme della ricezione: mentre per molti anni la sociologia aveva considerato il pubblico come un conglomerato passivo di fronte ai media, Eco – anche attraverso la spinta decisiva di Paolo Fabbri – cambia paradigma e suggerisce di valutare ciò che fa il pubblico di fronte ai messaggi. Il pubblico non è un bersaglio passivo della comunicazione, ma ha i suoi filtri culturali e le sue tattiche: questa è la prima grande lezione di Eco in questo ambito. In secondo luogo, Eco insiste molto sul fatto che i media non riproducono in modo neutro e oggettivo la realtà ma la ricostruiscono con i propri mezzi e le proprie strategie: in saggi ancora oggi attualissimi Eco mostra come la cosiddetta tv-verità, con le telecamere che entrano persino nei tribunali, sia in realtà una tv della non-verità. In terzo luogo, colpisce l’attenzione di Eco nei confronti dell’intermedialità: in diverse occasioni rileva la necessità di mettere a confronto diverse fonti, diversi media, diversi canali per ricostruire le varie angolazioni di una notizia. Infine, resta esemplare ancora oggi la tensione etica: tutti ricordiamo l’Umberto Eco che analizza con lucidità il populismo mediatico, il sensazionalismo, insomma certe derive tipiche della società contemporanea e dei mezzi di comunicazione di massa.

È possibile trovare una chiave di lettura unica per il pensiero composito di Eco?
Ce ne sono sicuramente diverse ma io segnalerei l’attenzione costante per l’«altro», che nel pensiero di Eco prende la forma del fruitore del testo estetico, del destinatario di una comunicazione, del pubblico televisivo, del lettore-modello che deve interpretare un testo, o più in generale del “prossimo” da cui prende le mosse per elaborare la sua etica laica (come disse al cardinale Martini in un interessante scambio epistolare). Per Eco è centrale l’altro. Poi segnalerei l’atteggiamento che lo ha davvero caratterizzato in tutta la sua attività intellettuale: quello dello scetticismo, o meglio della diffidenza. Pur affrontando i suoi temi con grande serietà, manteneva sempre una sorta di distacco quasi programmatico rispetto all’oggetto di osservazione, di qualunque cosa si trattasse. Diceva che questo atteggiamento dipendeva dalle sue origini alessandrine! Peraltro la diffidenza stimola l’ironia, che Eco ha sempre praticato come una sorta di arma di difesa.

Stefano Traini insegna Semiotica nella Facoltà di Scienze della comunicazione dell’Università di Teramo. Tra le sue pubblicazioni: Le due vie della semiotica (2006), Semiotica della comunicazione pubblicitaria (2008), Le basi della semiotica (2013).

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