“Le 100 parole dei musei” di Massimo Negri e Giovanna Marini

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Dott. Massimo Negri, Lei è autore con Giovanna Marini del libro Le 100 parole dei musei edito da Marsilio, una vera e propria guida ragionata alla vita quotidiana di un museo: come avete selezionato le 102 voci di cui si compone il libro?
Le 100 parole dei musei, Massimo Negri, Giovanna MariniIl libro è indirizzato in primis a chi lavora per i musei, con i musei e nei musei. Per, con, in: tre avverbi che hanno lo scopo di chiarire la varietà degli attori sulla scena museale. Sapendo che, ovviamente, i grandi protagonisti sono sempre i visitatori. Ne discende che la scelta ha cercato di contemperare esigenze e punti di vista diversi. Ad esempio, abbiamo tenuto costantemente presente il segmento di pubblico costituito dagli studenti dei diversi corsi di museologia, per questo abbiamo anche elencato un centinaio di “termini utili” che, a volte, sono sinonimi di voci (per esempio “visitatori” anziché “pubblico”) o declinazioni delle parole a cui abbiamo dedicato una spiegazione. Si trovano qui anche termini ai quali sarebbe stato ridondante dedicare una voce poiché ne sono già stati scandagliati i possibili significati in diverse parti del libro. Infine sono presenti anche alcune espressioni gergali di uso corrente nell’ambito museale.

In conclusione: avrebbero potuto essere di più, ma lo scopo era di realizzare un libro maneggevole e di introduzione ai vari temi. Per gli approfondimenti la letteratura è oggi molto più vasta anche solo di cinque anni fa, soprattutto quella in lingua inglese. “101” sarebbe stato forse più efficace in termini di marketing per l’inevitabile riferimento disneyano, ma alla fine è andata così, e non abbiamo avuto grandi obiezioni da parte degli esperti a cui abbiamo sottoposto il manoscritto prima del “visto si stampi”.

Il dizionario comprende voci apparentemente secondarie o poco importanti, come accrochage o pluriball: quali sono le sfide e le difficoltà principali della vita museale?
Non sono né secondarie né poco importanti in quanto si incontrano frequentemente nella vita dei musei, ma anche di gallerie, mondo dell’antiquariato e del collezionismo, per non dire della logistica. Inoltre penso possa essere interessante sapere di più di termini, come pluriball, che riguardano la vita di tutti (e quindi anche delle professioni museali o vicine ai musei) e dei quali molti non sanno l’origine. Suscitare curiosità è una delle strategie fondamentali della comunicazione in genere e di quella museale in particolare, dunque anche in un libro come questo introdurre elementi di curiosità può essere utile per rendere più “vivace” la lettura. Essendo un reference non è un testo che necessariamente si legge dalla prima all’ultima pagina, quindi punti di attrazione che suscitino curiosità di saperne di più e che moltiplichino le occasioni di consultazione sono necessari. In inglese si dice to hook the attention, una espressione che ben rende l’idea. Infine per il termine accrochage va detto che esso è stato utilizzato per lunghissimo tempo e se oggi è un poco in disuso non significa che vada ignorato, non fosse altro che per ragioni storiche. Inoltre è l’occasione per illustrare un processo essenziale nella realizzazione di esposizioni.

Le sfide e le difficoltà possono essere, come in ogni altro settore, distinte in due campi: quelle di ordine generale condivise con molte altri tipologie di istituzioni culturali (ad esempio: problemi finanziari, burocrazia, sottodimensionamento del personale, mancanza di una autonomia gestionale), e quelle riconducibili alle peculiarità del museo. Queste ultime sono pure molteplici, a cominciare dalla manutenzione delle sedi per finire con la difficoltà di competere sul mercato dell’offerta culturale, soprattutto per i musei medio piccoli. Ma dovendo semplificare, a nostro avviso, la questione principale è il tema del “linguaggio” del museo, cioè del modo di comunicare all’interno dell’ambiente espositivo. È il punto di forza del museo che offre una esperienza unica rispetto ad altre organizzazioni culturali, ma può essere anche il suo punto di debolezza se manca di capacità di coinvolgimento e di fascinazione, oltre che – ed è indispensabile ricordarlo – di un messaggio, di un contenuto. Checché se ne dica il museo ha anche la missione di ”far pensare”. Diverse voci del nostro libro sono dedicate a questi aspetti essenziali per la “vitalità” oltre che per la vita del museo.

Quali ritiene, tra quelli presenti nel libro, i termini più significativi per chi opera in ambito museografico e museologico?
Non semplice rispondere da autori a questa domanda. Con Arthur Miller si potrebbe dire: “All my sons” sono tutti figli miei (nostri, in questo caso). Sicuramente nel libro sono stati trattati termini indispensabili come: museo, allestimento, architettura museale, diorama, exhibit, visita, inventario, professioni museali…Accanto ad altri che possono sembrare più generici o apparentemente “distanti”: bookshop, podcasting, vetrina, cornice. Infine ce ne sono di più tecnici come: facility report, registrar, tassidermia, lux…. Sicuramente sono tutti utili. Del resto il libro scaturisce dalla esperienza pluriennale del Master in Museologia Europea della università IULM di Milano (oggi anche in una nuova versione: Online Master in Museology New Media and Museum Communication). Giovanna Marini che era tra gli iscritti alla prima edizione ha testato l’indice del libro con altri alumni del suo corso, che hanno anche contribuito alla redazione di alcune delle voci.

Quali sono i principali temi del dibattito museografico e museologico contemporaneo?
Certamente l’aspetto “sociale” della attività museale. C’è una diffusa preoccupazione che il museo diventi “irrilevante” in termini di capacità di attrarre e soprattutto capacità di contribuire al formarsi una opinione pubblica consapevole in generale. Sembra che il museo senta una enorme responsabilità sociale di fronte a tutti i temi chiave del mondo contemporaneo: cambiamenti climatici, convivenza civile, razzismo, grandi flussi migratori. Questo indipendentemente dalla natura delle collezioni, dalla storia della istituzione e dal contesto. In un certo senso emerge sempre di più una visione quasi salvifica del ruolo del museo nella società moderna, soprattutto in quella occidentale. Lo stesso recente dibattito in senso alla organizzazione mondiale dei professionisti museali (ICOM, affiliata all’UNESCO) a proposito di una possibile nuova definizione di museo si è arenato, pur dopo una lunga gestazione, in occasione della ultima Assemblea Generale di Kyoto, quando la definizione proposta (ispirata a una visione molto “militante” del museo) è stata respinta a larga maggioranza. Da un lato è emersa la rivendicazione della definizione più precisa di cosa sia un museo oggi, dall’altro si è posto il problema della identità del museo nel mondo globalizzato. A noi pare che le questioni della efficacia comunicativa della esposizione e della missione educativa lungo tutto l’arco della vita restino ambiti nei quali, per quanto tradizionali, ci sia ancora moltissimo da fare cercando di stare al passo con la rapidissima evoluzione dei linguaggi. Il museo non è una scuola, né una biblioteca o un magazzino di oggetti, o ancora un circolo culturale o un centro sociale. Ha le sue specificità che ne fanno una istituzione unica, speciale, diciamo pure inimitabile, è questo il punto di forza su cui fare leva per il miglioramento. Un approccio declamatorio appiattisce il ruolo del museo e alla lunga può renderlo “afono” nella arena pubblica.

Ma non dobbiamo dimenticare che il dibattito è una cosa e le pratiche sono un’altra. Se muoviamo lo sguardo verso le concrete realizzazioni negli allestimenti e nelle infrastrutture comunicative del museo possiamo rilevare con chiarezza alcune tendenze prevalenti che stanno via via dando forma ai nuovi ambienti museali del XXI secolo, o almeno di questi primi decenni del 2000.

Teatralizzazione, immersività, alta qualità della esperienza sia visiva che multisensoriale, interazione, grafica ad alta intensità comunicativa sono sicuramente connotati comuni alle pratiche museali di nuova generazione. Sul piano delle architettura e della pianificazione degli spazi, il museo è sempre più uno spazio pubblico multifunzionale: dove la esposizione permanente è il fattore identitario ed il “motore” delle attività, ma essa non è più il solo elemento di attrazione e, a volte, e neppure quello quantitativamente dominante (pur restando tale dal punto di vista qualitativo). Questo a prescindere dall’aspetto monumentale o dalle forme sorprendenti che sono un esito collegato all’opera delle archistar e quindi conosciuto nel mondo, ma non rappresentativo del tessuto connettivo delle migliaia di musei dei diversi paesi. Il museo resta inoltre un ingrediente fondamentale dei processi di rigenerazione urbana, come già avvenuto dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, indipendentemente dalla celebrità delle firme coinvolte. Va anche detto che l’aspetto autoriale, un tempo riservato alle architetture, si va estendendo anche agli allestimenti che sono sempre più spesso disegnati da studi specializzati, con una loro precisa cifra comunicativa, riconoscibile all’occhio più esperto. A questo proposito va rilevato che la metodologia dell’exhibition design è molto cambiata negli ultimi venti anni, il “gesto creativo” del singolo è molto meno importante a favore di un’integrazione crescente tra le diverse competenze chiamate in causa: basti pensare al contributo di scenografi e autori multimediali nella costruzione dell’ambiente museale. Questo richiede inevitabilmente uno sforzo da parte della componente curatoriale nel saper elaborare il proprio patrimonio di conoscenza in maniera utile allo sviluppo dei diversi ambiti progettuali. Quando questa visione globale e integrata del metodo progettuale è ben orientata, l’efficacia del risultato è immediatamente percepibile. Il visitatore “sente” la qualità, anche se non ha contezza delle complessità progettuali e delle difficoltà curatoriali insite nelle diverse tipologie di collezione.

In un mondo sempre più digitale, quale ruolo per il museo?
Non c’è alcuna concorrenza o conflitto tra la dimensione digitale e quella cosiddetta “fisica” del museo. Grazie al digitale e al web, oggi abbiamo accesso a collezioni che solo fino a pochissimo anni fa non avremmo MAI potuto consultare nella loro interezza. Il Victoria & Albert ha messo in rete oltre un milione di oggetti, una esperienza formidabile. Persone che non potranno mai andarci per i più diversi motivi ora hanno accesso a questo patrimonio. Inoltre le tecnologie digitali all’interno del museo possono integrarsi benissimo anche con gli allestimenti più tradizionali, sia in termini informativi sia di suggestione emotiva. Le installazioni multimediali, gli ambienti immersivi, l’interattività non sono più inaccessibili in termini di costi e di competenze necessarie. C’è anche una vastissima casistica per le diverse situazioni-tipo (natura delle collezioni, caratteristiche degli spazi ecc.). Quindi non manca il materiale per l’ispirazione. Del resto, per esemplificare e semplificare, la sola idea di poter ascoltare al cellulare un brano musicale o un testo che ci è suggerito da qualche misterioso processo mentale proprio mentre osserviamo un reperto risorgimentale o una epigrafe romana, oppure mentre passeggiamo in una galleria di dipinti, è una esperienza mai sperimentata prima, e che arricchisce l’esperienza museale, di per sé già unica e irripetibile.

Come in tutte le cose anche qui è una questione di misura. Va comunque messo in conto un elemento costantemente sperimentale, che dipende dal rapido avvicendarsi di nuove tecnologie e dai mutamenti antropologici che queste determinano, al di là dello specifico del museo.

Quale futuro, a Suo avviso, per i musei?
Come sempre accade al volgere di un secolo, molte pubblicazioni hanno affrontato questo tema in anni recenti, specialmente in occasione di convegni o seminari. Sinceramente non ho alcuna previsione plausibile. È già impegnativo stare al passo con i cambiamenti in atto e le tendenze emergenti, ammesso che non si tratti di singoli episodi che presi singolarmente non “fanno tendenza”. Dunque me la caverò con un richiamo al passato: il museo, tra tutte le istituzioni culturali, è tra le più giovani. Convenzionalmente l’apertura simbolica del Louvre alla cittadinanza il 10/8/1793 viene assunta come data di nascita del museo moderno, democratico e “pubblico”, anche se i precedenti sono numerosi e risalenti a secoli precedenti. Resta il fatto che a paragone delle biblioteche, degli archivi, dei teatri – per non dire della scuola – i musei (nella accezione del termine condivisa nel nostro tempo) sono solo all’inizio della loro storia. È ovvio quindi che saranno interessati da molti cambiamenti, anche radicali e strettamente interdipendenti da tutto l’insieme dei processi sociali. Dal punto di vista metodologico mi pare piuttosto sterile considerare la storia contemporanea dei musei limitandosi allo specifico del settore. Contaminazioni, instabilità, ricerca continua di nuovi linguaggi, ansia identitaria sono questioni vive per i musei di oggi e di domani.

Accontentiamoci: il dopodomani è “sulle ginocchia degli Dei”.

Massimo Negri è direttore scientifico della European Museum Academy Foundation. Ha fondato il Master in Museologia Europea dell’Università IULM di Milano e il Master online Museology New Media and Museum Communication dello stesso ateneo. È autore di La grande rivoluzione dei musei europei (2016).

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