Professoressa De Romanis, Lei è autrice del libro L’austerità fa crescere. Quando il rigore è la soluzione edito da Marsilio: un panegirico delle politiche di austerity tanto vituperate?
L'austerità fa crescere. Quando il rigore è la soluzione Veronica De RomanisPer poter dare un giudizio sulle politiche di austerità, è necessario prima di tutto capire cosa si intende per austerità, visto che oramai questo termine è diventato sinonimo di recessione, inuguaglianza e sottomissione ai diktat di Bruxelles. L’austerità non è una misura di politica economica imposta dagli altri, dall’Europa o dalla Germania, ma è il risultato di scelte di politica economica effettuate dai governi nazionali che l’hanno resa inevitabile. Prendiamo il caso della Grecia, un paese che per molto tempo ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità.  Negli anni duemila l’economia registrava un tasso di crescita superiore alla media dell’area dell’euro, finanziava il proprio sviluppo con soldi presi a prestito ma produceva molto poco di quello che consumava. Il settore pubblico, in particolare, si espandeva a ritmi sostenuti, tanto che in un solo biennio, dal 2007 al 2009, la spesa pubblica è salita dal 46,9% al 54%.  In un decennio, dal 1999 al 2009, il rapporto debito-Pil è aumentato dal 98% al 109%. E’ chiaro che un simile modello non poteva essere a lungo sostenibile. E, infatti, con lo scoppio della crisi internazionale e con il precipitare della situazione in Grecia, gli investitori internazionali smisero di fidarsi e di finanziare il paese. La situazione precipita in poco tempo: la liquidità residua non è sufficiente neanche per garantire l’erogazione dei servizi pubblici fondamentali come scuole e ospedali. Con l’acceso ai mercati chiuso, al premier Papandreou non resta che rivolgersi ai partner europei per chiedere soccorso. Prima, però, dovrà ammettere pubblicamente che il paese aveva truccato i conti e che il disavanzo non ammontava al 3% del Pil come dichiarato nei documenti ufficiali bensì al 15%.

Era la prima volta che un paese dell’area dell’euro si trovava in una situazione di possibile default, una tale eventualità non era stata prevista dai Trattati: non era, quindi, chiaro come e quando intervenire. Peraltro, la menzogna sui conti aveva complicato ancor di più le trattive. L’accordo fu trovato nel maggio del 2010: 110 miliardi di aiuti, di cui il 30% dal Fondo Monetario Internazionale chiamato ad intervenire per mettere a disposizione il proprio know how. In cambio, i partner chiesero degli impegni precisi e, quindi, la sottoscrizione di un Protocollo di Intesa che prevedeva un piano di consolidamento fiscale e una serie di riforme strutturali volte a mettere il paese nelle condizioni di poter rimborsare il debito. Queste condizioni sono state chiamate “austerità”. Ma senza condizionalità l’aiuto sarebbe diventato un trasferimento, peraltro vietato dai Trattati (no bail-out clause) e inoltre, nessun paese avrebbe avuto la forza politica per far approvare dal proprio parlamento un aiuto che, di fatto, sarebbe stato un assegno in bianco. Va ricordato che la Grecia non è certo l’unico paese a cui sono state chieste condizionalità in cambio di prestiti: rigore e riforme sono stati chiesti a tutti i governi che hanno fatto ricorso agli aiuti europei. Peraltro, non è neanche il paese che ha dovuto fare il consolidamento fiscale maggiore: l’Irlanda ha ridotto il disavanzo pubblico di quasi il doppio – circa 12 punti percentuali -, la Lituania di 8,2 punti percentuali e la Lettonia di 7,8 punti percentuali. E, tuttavia, queste tre economie hanno registrato un incremento – e non una contrazione -, della ricchezza per abitante.  Questo perché l’effetto sulla crescita dipende dal modo in cui le politiche di austerità sono implementate.

Come ha ricordato il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi: “Non tutti i programmi di austerità sortiscono lo stesso effetto sull’economia”. Tali effetti dipendono in gran parte dal modo in cui il programma viene implementato. Secondo il presidente dell’Istituto di Francoforte, da una parte c’è un’austerità “buona” che ha un impatto espansivo sull’economia e prevede meno tasse, una ricomposizione della spesa verso investimenti e infrastrutture, ed è sostenuta da un piano di riforme strutturali. Dall’altra parte, c’è quella “cattiva” che, invece, è recessiva perché aumenta (molto) le tasse, e riduce (poco) la spesa corrente (per intenderci, il comparto che finanzia la macchina dello stato e va dagli stipendi dei dipendenti pubblici ai costi per le auto blu). Il problema è che questa austerità “cattiva” tende a prevalere, perché politicamente meno impegnativa: un tratto di penna è sufficiente per innalzare le tasse, mentre diminuire le spese significa esporsi a lunghe e sfibranti negoziazioni con centri di interesse organizzati e influenti, un’operazione che comporta una inevitabile perdita di consenso – almeno nell’immediato.

Come risponde Lei ai pregiudizi sull’austerity?
Con i numeri. I paesi che nell’ultimo quinquennio hanno implementato l’austerità “buona” e quindi hanno tagliato la spesa improduttiva oggi crescono: la Spagna oltre il 3%, l’Irlanda oltre il 5%, l’Inghilterra oltre il 2%. Quelli che invece, come l’Italia e la Francia, non lo hanno fatto e anzi l’hanno aumentata, oggi sono i fanalini di coda e crescono meno della media dell’euro.
Peraltro, l‘esperienza dimostra che con politiche di rigore non è vero che si perdono le elezioni. L’austerità – quella “buona” – non ha, impedito ai leader che l’hanno seguita di vincere le elezioni, ad esempio, tre volte in Lituania e due volte nel Regno Unito. Oppure di ottenere la maggioranza dei voti: come Pedro Pasos Coelho in Portogallo e Mariano Rajoy in Spagna. Il premier spagnolo, in particolare, è arrivato primo in ben due tornate elettorali, oggi è di nuovo alla guida del paese eppure continua a dichiarare di voler proseguire con il rigore di bilancio. L’esempio più recente è quello di Emmanuel Macron, che ha vinto promettendo rigore economico e 60 miliardi di tagli alla spesa pubblica nei prossimi anni.

Le sue tesi sembrano venir confermate dall’esempio di molti paesi europei che si sono lasciati alle spalle la crisi.
Come detto poc’anzi, i paesi che hanno messo in atto politiche di austerità “buona” e implementato un programma di riforme strutturali crescono più della media dell’area dell’euro.  Certo, in alcuni casi, molto resta ancora da fare. Per esempio, in Spagna la disoccupazione è ancora altissima ma in calo: in soli tre anni è scesa di circa 7 punti percentuali, dal 26% del 2013 al 19% del 2016. A conti fatti, l’austerità di Mariano Rajoy sta dando i suoi frutti. E gli elettori sembrano confermarlo con la loro fiducia: i sondaggi rilevano che, se si tornasse al voto, il premier sfiorerebbe il quaranta per cento dei consensi. Eppure, egli continua a ripetere che non bisogna smontare i progressi fatti, a cominciare da quelli sulle finanze pubbliche. Il consolidamento fiscale deve, a suo avviso, proseguire per portare il disavanzo dall’attuale 3,9 per cento al 3,1 per cento, l’obiettivo concordato con Bruxelles. In definitiva, il caso spagnolo dimostra che continuando a promettere misure di rigore si può essere rieletti. Ma non solo. Si può, nel contempo, riuscire ad arginare l’avanzata di movimenti di grande impatto popolare come Podemos. Questa forza anti sistema che sembrava destinata a dominare la scena sta perdendo consensi perché con le sue promesse di tornare a far crescere il disavanzo e il debito non è riuscito a convincere gli elettori.

Come mai nel nostro Paese il rigore non ha prodotto crescita e risanamento dei conti pubblici?
In realtà, nel nostro Paese negli ultimi tre anni di austerità non c’è stata proprio traccia. E, anche in questo caso, sono i numeri a parlare. Un modo per calcolare il grado di austerità della politica fiscale di un’economia è quello di misurare la variazione – rispetto all’anno precedente – del saldo primario strutturale, ossia del saldo di bilancio al netto degli interessi sul debito e corretto per gli effetti ciclici. Dall’analisi dei dati si evince che durante il governo Monti, il surplus primario strutturale è aumentato dall’1% al 3,7%, per effetto del pesante consolidamento fiscale affettato. Alla fine del governo Renzi, nel 2016, il surplus era già tornato al 2,5% a dimostrazione che la politica fiscale è stata espansiva: basterebbe osservare il debito pubblico che non ha fatto altro che aumentare –  dal 129% del 2013 al 133 del 2016 – e la spesa pubblica, cresciuta di quasi 10 miliardi. Quello che è stato tagliato, invece, sono gli investimenti fissi lordi, la parte più produttiva della spesa pubblica: per circa tre miliardi di euro. L’Italia, peraltro, è il paese che ha ottenuto da Bruxelles maggiore flessibilità di bilancio, ossia spesa pubblica aggiuntiva rispetto agli obiettivi concordati in sede europea da finanziare in disavanzo: circa 20 miliardi di euro che però sono stati utilizzati prevalentemente per la spesa corrente, con un impatto limitato sul tasso di sviluppo a riprova che, per crescere, non basta spendere, ma bisogna spendere bene.

Il nostro Paese dovrebbe spendere in formazione per i giovani, in un sistema duale di alternanza scuola-lavoro come quello tedesco. E ancora, per le politiche attive del lavoro: l’Italia spende un decimo di quello che spende la Germania e infatti tre giovani su quattro trovano lavoro grazie alle conoscenze, tre volte la media europea, e non grazie ai centri per l’impiego. Infine, la spesa pubblica dovrebbe servire a facilitare l’entrata delle donne nel mercato del lavoro. Se ne parla poco, eppure se il tasso di occupazione femminile fosse in linea con la media dell’area dell’euro (rispettivamente 47% e 60%) il nostro Pil pro capite, ossia la ricchezza per abitante, aumenterebbe di circa un punto percentuale. Le risorse potrebbe essere recuperate con una incisiva azione di spending review, mancata in questi anni (forse anche perché siamo l’unico paese che affida questo delicato compito ai Commissari tecnici invece che al Ministro dell’Economia e delle Finanze): per esempio, andrebbero ridotte le deduzioni e detrazioni fiscali (le cosiddette tax expenditures), una giungla di oltre 700 voci, moltiplicate e sovrapposte negli anni. Eppure, molto poco si è fatto in questi anni perché ciò significherebbe andare a toccare privilegi e trattamenti di favore per specifiche categorie di contribuenti

In definitiva, seguire politiche di rigore, arrestare la corsa del debito, e quindi mettere ordine nelle finanze pubbliche, è fondamentale sotto molteplici aspetti: per lo sviluppo, per l’occupazione – di oggi e di domani –, per contare in Europa, ma anche per rendere maggiormente trasparente l’azione di governo. Quando le spese sono finanziate con tagli ad altre voci di spesa o con aumenti delle tasse è facile per i cittadini valutare la bontà dell’intervento: il rapporto tra i costi e i benefici è diretto e facilmente quantificabile I politici “anti-austerità”, all’opposto, preferiscono finanziare la spesa in disavanzo, perché ciò consente loro di intestarsi i vantaggi nell’immediato, in base alla logica – sempre valida – “più spese più consenso”, spostando gli oneri al futuro. L’austerità, dunque, dovrebbe essere considerata alla stregua di una vera e propria “riforma”, probabilmente la più importante, perché, impedisce questo iniquo trasferimento di responsabilità nel tempo. Se praticata come consuetudine di buona amministrazione e cultura di governo – e non solo vissuta come emergenza – è preziosa per i cittadini. E’ dimostrazione di etica pubblica, di serietà nelle scelte di governo. Significa dire la verità sulle condizioni reali del paese e occuparsi dei più deboli, le vere vittime della propaganda e del conformismo. Dunque, non è una politica miope e ingiusta, bensì una scelta che coniuga al meglio responsabilità e solidarietà.

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