“Latino: una lingua immortale” a cura di Roberto Spataro

Prof. Roberto Spataro, Lei ha curato l’edizione del libro Latino: una lingua immortale, pubblicato da Editrice LAS. Nella Costituzione Apostolica “Veterum Sapientia”, San Giovanni XXIII definiva il latino «una lingua nobile e concisa, ricca e armoniosa, piena di maestà e dignità, chiara e sempre pregna di significati»: che importanza riveste, il latino, per la vita della Chiesa?
Latino: una lingua immortale, Roberto SpataroLa Chiesa ha sempre tenuto in grande considerazione la lingua latina. Nella Costituzione Apostolica da Lei ricordata, il Pontefice asserì giustamente che un’istituzione universale ha la necessità di utilizzare una lingua universale, per lo meno per determinati atti, come possono essere le edizioni tipiche dei libri liturgici, successivamente tradotti nelle lingue nazionali, o insegnamenti particolarmente importanti del Magistero pontificio. Che bello il latino dei documenti del Concilio Vaticano II o del Messale Romano del 1962 e di quello rinnovato da San Paolo VI! Inoltre, una parte copiosa della “memoria” ecclesiale ci è stata consegnata in lingua latina, come le opere dei Padri latini o grandi teologi del passato o le iscrizioni che si ritrovano nelle chiese cattedrali. In altre parole, il latino è una lingua che favorisce la comunione, in senso sincronico e diacronico. Se la Chiesa la dimenticasse, sarebbe pericolosamente afflitta da una sorta di “Alzheimer” teologico-spirituale. San Giovanni XXIII, riprendendo la definizione di un suo predecessore, grande estimatore, come tutti i Papi, della lingua latina, esalta alcune caratteristiche peculiari di questo idioma. Per esempio, la sua concisione che consente di esprimere in modo perspicuo e inequivocabile le verità del dogma, o la sua armoniosità che la rende adatta alla preghiera pubblica della Chiesa e al canto gregoriano. Insomma, tra il latino e la vita della Chiesa c’è simpatia, anzi amore reciproco!

In che modo la Chiesa preserva la lingua latina?
Principalmente attraverso l’insegnamento di questa lingua ai futuri sacerdoti. Il Codice di diritto canonico dichiara esplicitamente che ai seminaristi occorre dare la possibilità di “callere” la lingua latina, cioè di possederla realmente e avere familiarità con essa. Purtroppo, attualmente, l’insegnamento del latino nella formazione sacerdotale necessita di un rinnovamento metodologico perché i risultati che si ottengono al presente sono scadenti. Inoltre, la Chiesa, che è amica della cultura, guarda con simpatia a tutte le iniziative e le istituzioni che promuovono la conoscenza di questa lingua. Basti pensare che il Papa San Paolo VI ha fondato una specie di “università del latino”, ossia il Pontificium Institutum Altioris Latinitatis, e che Benedetto XVI ha istituito la Pontificia Academia Latinitatis. Né possiamo dimenticare che presso la Santa Sede, opera un valido collegium di scrittori latini che redigono molti documenti pontifici in lingua latina, contribuendo in tal modo a renderla sempre viva e attuale. Mi permetta di aggiungere qualche parola sul Pontificium Institutum Altioris Latinitatis dove ho il privilegio di prestare il mio servizio. I nostri studenti provengono da tutto il mondo e, conclusi i loro studi, diventano a loro volta docenti di latino e greco nelle istituzioni educative ecclesiastiche e, più in genere, nella formazione sacerdotale e laicale, a volte in modo eccellente, come quei nostri ex-allievi che fanno parte delle commissioni nazionali per la traduzione della Sacra Scrittura e dei libri liturgici nelle lingue locali. Inoltre, si prende a cuore l’affermazione, di squisito gusto patristico, contenuta nella Veterum Sapientia: la cultura letteraria greco-romana è stata una praeparatio evangelica. Studiarne i nessi significa rendere l’evangelizzazione dei nostri giorni ancorata al modello vincente della prima inculturazione. Per questo motivo, Papa Francesco ha menzionato la nostra Facoltà nella costituzione apostolica Veritatis Gaudium. Vorremmo incrementare il numero dei nostri allievi ma siamo spesso ostacolati dalla mancanza di borse di studio per i giovani sacerdoti provenienti dalle Chiese giovani e vivacissime del continente africano.

Che debito ha, la cultura occidentale, nei confronti del latino?
Enorme! Per secoli e secoli, fino grosso modo al XVIII secolo, academia, forum, ecclesia, ossia scienza, diritto, religione si sono espressi in latino. Propongo qualche esempio: il diritto è nato a Roma e i fondamenti delle legislazioni odierne affondano le loro radici nel vocabolario latino; le letterature nazionali sono in gran parte ricezione dei generi letterari dell’antica letteratura latina. Grande è il debito delle scienze fisico-matematiche verso il latino. Persino le opere di Alessandro Volta sulla scoperta dell’elettricità – solo per addurre un esempio tra molti – sono state scritte in latino. Il latino è stato l’ossatura della formazione culturale delle élites intellettuali che, nel bene e nel male, hanno orientato le scelte socio-politiche dei popoli dell’Europa dai Pirenei agli Urali. Il latino è nel dna della civiltà occidentale. Per questo anche oggi la cultura occidentale mostra sempre rispetto per questa lingua anche se i sistemi scolastico-universitari non traducono questo debito in scelte formative appropriate. C’è un episodio, solo apparentemente banale, che mi piace ricordare. Quando Primo Levi fu liberato dai campi d’internamento, alla fine della seconda guerra mondiale, affamato, vagava per le vie di Cracovia alla ricerca di cibo. Nessuno riusciva a comunicare con lui per indicargli la strada per raggiungere una mensa per i poveri. Solo quando incontrò un sacerdote, rivolgendosi a lui in latino, pur se con un comprensibile errore, chiestogli “ubi est mensa pauperorum, reverendissime Pater?”, ottenne la risposta agognata e poté sfamarsi. Lo ricorda lui stesso nelle sue memorie. Lingua di tutti e per tutti, il latino, è stato ed è ancora e ancora di più potrà essere strumento comunicativo di pace e solidarietà, i più nobili ideali che la civiltà occidentale ha diffuso nel mondo.

Che ruolo ha svolto il latino dopo la fine della civiltà romana?
Intorno al VI secolo, proprio quando il latino ha cessato di essere una lingua parlata da tutti e sono nate le prime forme delle lingue romanze, il latino “classico” che noi conosciamo si è fissato nelle sue strutture morfologiche e sintattiche, senza essere più soggetto a cambiamenti, a differenze delle lingue parlate soggette a incessanti mutamenti. In tal modo il latino è diventato “immortale” e come tale ha continuato ad essere ampiamente utilizzato, come ricordavo precedentemente, in vari ambiti, da quello politico- diplomatico a quello dei viaggiatori, da quello medico a quello poetico. Il latino ha così unito persone appartenenti a popoli diversi e, soprattutto grazie agli Umanisti e – aggiungerei – ai Gesuiti, è diventato la lingua di una respublica litterarum in cui sono stati espressi pensieri nobili ed elevati sull’uomo, sulla società, su Dio. C’è un immenso patrimonio letterario espresso in lingua latina, dalla fine della civiltà romana, a oggi che attende di essere esplorato e conosciuto: abbiamo tante cose da imparare dagli scrittori latini dall’alto Medioevo fino ai nostri giorni.

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Latino: una lingua immortale
  • Spataro, Roberto (Autore)

In che modo il latino ha dimostrato di sapersi adattare all’evoluzione della storia?
Le sue intrinseche proprietà di sonorità e concisione, di ricchezza lessicale e di dignità maestosa, hanno reso il latino uno strumento linguistico valido per esprimere anche le nuove realtà che la scienza e la tecnologia hanno introdotto nella convivenza umana. Ed è nato così quello che viene definito dagli studiosi il “neolatino”, una lingua adoperata in modo vivo anche oggi, e oserei dire più di ieri, da persone colte che scrivono e parlano in latino. Il latino ha accompagnato inoltre lo sviluppo delle lingue romanze, n’è stato una madre premurosa e sollecita. Nel rispondere vorrei accennare anche ad un altro fenomeno. In latino sono stati espressi concetti fondamentali che appartengono a un patrimonio etico universale. In questo senso, la crescita della coscienza morale riecheggia sempre la lingua latina, una lingua umile dinanzi alle res novae alle quali offre discretamente la sua compagnia e la sua amicizia perché verba e virtutes illuminino il cammino dell’uomo e dei popoli nella storia.

Quali limiti incontrano le attuali modalità di insegnamento del latino?
Direi che esistono fondamentalmente due metodi per insegnare il latino. Il primo, quello grammaticale, che consiste essenzialmente nell’apprendimento di regole grammaticali astratte per poi applicarle in traduzioni, è stato introdotto tutto sommato solo recentemente dall’Altertumswissenschaft della filologia tedesca al principio del secolo XIX. Purtroppo è piuttosto arido e faticoso e, soprattutto, raramente conduce lo studente allo scopo precipuo dello studio del latino che è la lettura degli autori. Il secondo metodo, che corrisponde ai risultati di una recente disciplina definita Second Language Acquisition, è induttivo: parte dai testi e soprattutto dall’uso attivo della lingua per arrivare alla grammatica e così abilitare alla lettura degli autori: usus e doctrina. Questo metodo, se ben applicato, è “vincente”, risulta più gradevole, pur essendo impegnativo. Era il metodo usato dagli umanisti, dai gesuiti, dai salesiani della prima generazione. Oggi, alla luce della glottodidattica e delle neuroscienze, si sta diffondendo con grande successo in molti paesi del mondo, avvalendosi di una strumentazione didattica varia e tecnologicamente all’avanguardia.

Roberto Spataro, nato nel 1965, salesiano e sacerdote, laureato in Lettere Classiche e in Teologia Dogmatica, già Preside della Sezione inglese della facoltà di Teologia dell’Università Pontificia Salesiana a Gerusalemme, è Professore ordinario di Lingua e Letteratura greca presso la Facoltà di Lettere della stessa Università Salesiana a Roma. Le sue pubblicazioni vertono soprattutto nell’ambito della patristica e della storia della chiesa. Collabora con la casa editrice “Città Nuova” per la pubblicazione delle Opere di Origene. Ha scritto numerosi articoli in latino di cui promuove l’uso attivo. Nel 2012 è stato nominato da Papa Benedetto XVI Segretario della Pontificia Academia Latinitatis. È membro dell’Academia Latinitati fovendae.

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