Land grabbing e land concentration. I predatori della terra tra neocolonialismo e crisi migratorie, Maria Gemma Grillotti Di Giacomo, Pierluigi De FeliceProf.ssa Maria Gemma Grillotti, Lei ha curato con Pierluigi De Felice l’edizione del libro Land grabbing e land concentration. I predatori della terra tra neocolonialismo e crisi migratorie edito da FrancoAngeli: cosa si intende col termine «land grabbing»?
Il land grabbing o accaparramento di terre fertili, è stato definito dagli stessi rappresentanti di organizzazioni e istituzioni internazionali (ONU, FAO, ILC, IFAD) con termini molto pesanti: neocolonialismo, rifeudalizzazione, saccheggio fondiario, neoimperialismo perché presenta i caratteri esasperati della sopraffazione, tipici di alcune fasi critiche della storia umana quale quella attuale. L’iniqua acquisizione di terre viene infatti perpetrata da parte di gruppi, enti, aziende multinazionali, governi e singoli imprenditori ai danni delle comunità rurali più deboli, che sopravvivono con i frutti dell’agricoltura di sussistenza, praticata su fazzoletti di terra sottratti loro dagli stessi governi locali. Il saccheggio fondiario è attuato con espropri e confische ovunque e sempre accompagnati da ribellioni cruente: rivolte sociali, lotte contadine e migrazioni di massa. Fenomeni che agitano la società contemporanea e che si ripresentano dopo ogni periodo involutivo, caratterizzato prima da una crisi economica globale e poi dalla riscoperta del “bene rifugio terra”, processo cui abbiamo assistito a partire dagli anni 2000.

Quali sono le dimensioni del land grabbing?
In considerazione della “delicatezza” del fenomeno, che implica responsabilità di organismi pubblici e privati, le stime non sempre sono concordi anche se sono sempre allarmanti; tutte segnalano infatti che le trattative di compravendita coinvolgono centinaia di gruppi investitori e una dozzina di governi. Secondo la World Bank solo tra il 2008 e il 2009 sarebbero stati affittati o venduti circa 56 milioni di ettari di terra coltivabile, mentre l’International Law Commission (ILC) ritiene che dal 2001 al 2010 l’accaparramento fondiario abbia sottratto ai Paesi più poveri circa 80 milioni di ettari. Ancora più pessimistica la stima Land Matrix, la più accreditata fonte di monitoraggio del fenomeno, contava già nel 2012 ben 227 milioni di ettari oggetto di transazioni per accaparramento mentre oggi, secondo la stessa fonte, i soli primi dieci Paesi investitori supererebbero i 40 milioni di ettari.

Quali paesi ne sono maggiormente colpiti e quali sono i paesi predatori?
Le rotte del land grabbing intrecciano paralleli e meridiani non soltanto seguendo la prevedibile e scontata direzione nord-sud del mondo (Europa/USA verso Africa e America Latina), ma anche in direzione sud-sud dai Paesi emergenti a quelli tecnologicamente più arretrati ricchi di terre materie prime (Medio Oriente/India verso Africa e Asia) e nord-nord (USA verso Est Europa), quando addirittura non disegnano un percorso inverso sud-nord del mondo perché dai Paesi emergenti (Cina e Sud Africa) muovono verso quelli ancora in attesa di sviluppo del vecchio continente (Est Europa) o quando gli stessi Paesi in via di sviluppo vengono utilizzati come base logistica da società e gruppi finanziari per mascherare le loro operazioni di accaparramento (Filippine e Madagascar verso Africa e America Latina). La rete degli investimenti finanziari risulta dunque sempre e volutamente intricata e confusa, in modo da rendere più complessa la ricostruzione del percorso dei capitali, sicché tra i paesi preda (targhet) e i paesi predatori (investitor) troviamo molti paesi ombra che al tempo stesso sono preda e predatori perché accolgono le sedi societarie degli investitori.

Qual è la dimensione geopolitica del land grabbing?
Dobbiamo leggere la dimensione geopolitica del land grabbing attraverso gli effetti economico-sociali e ambientali che interessano tutti i paesi della terra e l’intero spazio planetario. Sappiamo che il fenomeno si estende dall’Africa al Messico, dall’Australia all’Indonesia e al Laos, dall’Argentina al Madagascar, alla Malesia con investimenti fondiari a prezzi irrisori (meno di 1 dollaro l’ettaro) da parte non solo dei Paesi occidentali, ma anche degli stati più ricchi del Medio Oriente (Qatar, Bahrain, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita) e di alcuni Stati emergenti come Cina, India, Russia e Corea del Sud, acquirenti tra i più solleciti (la sola Cina ha acquistato oltre 3 milioni di ettari, molti dei quali ricchi anche di risorse minerarie). Anche se per giustificare i loro accordi finanziari gli investitori affermano farisaicamente di voler salvaguardare l’ambiente naturale, producendo biomasse per l’energia rinnovabile, il risultato di tante transazioni è la povertà generata dall’alienazione delle terre all’agricoltura famigliare di sussisten­za e l’al­lon­tanamento coatto dai territori d’origine di interi gruppi umani costretti ad emigrare. La sostenibilità delle nuove formule di sfruttamento agricolo è poi palesemente contraddetta dalla vastità delle superfici predate e scandalosamente mai messe a coltura, più dei 4/5 del totale predato, con valori di superficie coltivata (SAC) sul totale acquisito che, in alcuni casi, non raggiungono nemmeno l’1% (Liechtenstein, Korea, Djibouti, Emirati Arabi), come pure dalla scelta degli ordinamenti monocolturali (canna da zucchero, jatropha, olio di palma) tipici dell’economia di piantagione, che accelera i cambiamenti climatici in atto, sfruttando e abbandonando i terreni desertificati dall’aggressività dei mezzi meccanici e chimici. Accade persino che le produzioni di intere regioni messe a coltura per ottenere biomas­se vengano abbandonate senza essere raccolte, perché i costi del trasporto e della trasformazione delle colture in biocombustibili superano il ricavo atteso (caso Tanzania). Come compensazione all’esproprio, in alcuni casi gli investitori stessi offrono alle comunità rurali, che si mobilitano per contrastare l’accaparramento, la temporanea occupazione nella costruzione di infrastrutture viarie, utili soprattutto ai nuovi proprietari terrieri per il trasporto delle loro produzioni agroindustriali. Decisamente allarmanti sono pertanto gli effetti geopolitici di questo fenomeno ancora sconosciuto al grande pubblico.

Quali sono i profili giuridici del land grabbing?
In molti Paesi in via di sviluppo il diritto che regola la proprietà fondiaria è spesso molto controverso, fondato com’è più sulla consuetudine dell’utilizzazione delle terre, che su documenti scritti. Spesso non solo mancano registri ufficiali, ma lo stesso possesso fondiario su basa sulla disponibilità di acqua per irrigare i terreni assegnati per le colture necessarie all’autoconsumo. Ciò spiega la facilità con cui molti governi, antidemocratici e corrotti, dei Paesi più poveri riescono a sottrarre, nazionalizzare e vendere le terre dei villaggi già utilizzate dalle comunità rurali locali. Molti giuristi sottolineano che, dal punto di vista legale, il land grabbing deve essere analizzato e affrontato a diversi livelli di regolamentazione normativa, da quello internazionale a quello locale. Il fenomeno rappresenta infatti per un verso uno dei più gravi effetti negativi dello squilibrio politico-economico tra i diversi Stati del mondo e per altro verso può essere perpetrato solo in forza del codice giuridico vigente nelle singole nazioni e regioni. Sono dunque gli stessi governanti degli Stati preda che autorizzano espropri e cedono risorse vitali agli “investitori”/predatori stranieri. Lo squilibrio di potere tra governanti e governati, che agisce a livello locale, esautora di fatto valore, peso e importanza delle linee di indirizzo che regolano il diritto internazionale (Voluntary Guidelines on Tenure of Land, Fisheries and Forests adottate dal Committee for World Food Security nel 2012 in seno alla FAO). 

Quale valutazione etica è possibile dare del land grabbing?
Se si esamina lo sconcertante processo di trasformazione vissuto dalla società contemporanea negli ultimi decenni è facile valutare il land grabbing sotto il profilo etico; abbiamo infatti assistito all’inversione di un rapporto fondamentale: siamo passati “dall’economia al servizio della politica ad una politica al servizio dell’economia”. Non più produzioni e servizi economici per migliorare la vita e i rapporti tra le società e le comunità umane, ma scelte e programmi politici a favore di concentrazioni di capitali e scambi finanziari. Per questo il land grabbing viene a giusto titolo definito neocolonialismo: punta infatti al controllo economico delle risorse indispensabili alla vita (terra e acqua), servendosi delle istituzioni politiche più deboli sul piano governativo e democratico. Sarebbe necessario riuscire ad operare in maniera sinergica a scala planetaria per coniugare le abbondanti risorse naturali, ancora poco o affatto sfruttate di alcuni Paesi del mondo, con le risorse scientifiche e tecnologiche di cui sono, invece, ricchi altri Paesi del mondo; mettere in atto cioè un sistema di scambi più equilibrato e decisamente contrapposto alla logica di mercato e all’interesse dell’attuale prevaricante dominio economico di alcuni gruppi e/o singoli individui. Non è più né eticamente né razionalmente accettabile ritenere di poter affamare le popolazioni del “Sud del mondo” impedendo al tempo stesso la loro fuga dai territori derubati.

In che modo il fenomeno della land concentration si manifesta nell’Unione europea?
Lo stesso Parlamento europeo, attraverso studi e risoluzioni, ha recentemente preso coscienza del grave fenomeno di accaparramento fondiario in atto ed ha iniziato ad affrontarlo denunciandone i rischi e stigmatizzandone gli obiettivi (Gazzetta ufficiale U.e.18-10-2017 C 350/5). Le istituzioni comunitarie sono state costrette a levare un grido di allarme perché, nonostante da almeno due decenni le nuove direttive della PAC incentivino l’agricoltura di qualità e le produzioni tipiche locali, in tutte le campagne del vecchio continente si aggrava il processo di esasperato monopolio fondiario con la nascita di imprese agricole superiori anche a decine di migliaia di ettari. La land concentration ha portato il 3% delle aziende europee a gestire il 52% dell’intera superficie agricola, compromettendo le unità produttive a conduzione famigliare e tutta la filiera agroalimentare ad esse strettamente connessa. A muovere le transazioni fondiarie sono interessi prevalentemente e/o esclusivamente finanziari, poco o niente affatto agronomici, che rischiano di minare lo stesso diritto fondamentale di accesso alla terra e alla proprietà privata, valori riconosciuti dalla Carta Europea dei Diritti e accolti in tutti gli Stati membri. La concentrazione delle terre fertili si traduce inoltre nella omologazione degli spazi agricoli non soltanto sul piano funzionale e gestionale, ma anche e soprattutto a livello paesaggistico e territoriale. Le imprese di maggiori dimensioni, dell’ordine anche di decine di migliaia di ettari, prediligono infatti le monocolture annuali, che favoriscono l’abbattimento dei costi di esercizio e ottimizzano le rese massimizzando i profitti, ma svuotano di presenze operative e residenziali le campagne in cui operano (agricoltura unattended).

Che nesso esiste tra fenomeni migratori e land grabbing?
Acqua e terra sono risorse indispensabili alla vita e quando vengono sottratte alle comunità umane, che da esse traggono la loro sussistenza, le uniche opzioni possibili sono per loro la fuga dai loro Paesi o la morte per fame, per annegamento, per suicidio. Anche senza voler stabilire un rapporto di causa-effetto tra land grabbing e migrazioni forzate, dobbiamo osservare che le rotte dei migranti, dal continente africano verso i Paesi europei, seguono tracciati che ricalcano, nel verso opposto, le stesse direzioni dei capitali che dal vecchio continente vengono spostati nei Paesi africani per essere investiti nell’accaparramento delle terre ricche di risorse naturali. Dobbiamo perciò chiederci come sia possibile ritenere “sostenibile e salutare”, sottrarre terre all’autoconsumo per destinarle all’agricoltura di piantagione, a colture diverse da quelle alimentari o addirittura al solo, scandaloso investimento finanziario (l’82% dei terreni acquistati è lasciato incolto). Dobbiamo anche domandarci quanto convenga trapiantare, sulle terre della policoltura famigliare di sussistenza, il modello produttivo dell’agricoltura di speculazione che, adottando monocolture industriali su centinaia di migliaia di ettari, desertifica i suoli esponendoli all’erosione e favorisce i cambia­menti climatici, generando quei flussi migratori definiti “ambientali ed economici”. Organizzazioni e Associazioni internazionali, prime tra tutte l’ONU (UN, 2008, 2017) e la FAO (2016), hanno messo in guardia dal rischio di aggravare le già precarie situazioni economico-sociali nei Paesi e nelle aree in cui l’agricoltura famigliare assicura il magro autoconsumo indispensabile alla sopravvivenza. Per evitare espulsioni e migrazioni coatte e al tempo stesso per arginare le reazioni di rifiuto nei confronti dei “diversi”, oggi fin troppo evidenti nei Paesi di “accoglienza”, dobbiamo razionalmente riconoscere che “aiutarli a casa loro” – secondo l’espressione cara a quanti chiudono i confini– equivale in prima battuta a non saccheggiare le risorse naturali dei loro Paesi di origine.

Quali soluzioni sono possibili per contrastare l’accaparramento fondiario?
C’è un itinerario che può aiutarci a superare l’indigenza delle popolazioni più povere del pianeta, a spegnere i flussi migratori coatti e al tempo stesso a rendere sostenibili le pratiche agricole e lo sfruttamento delle risorse naturali. E la strada da intraprendere, come già ammonivano gli autori classici, non passa mai attraverso i latifondi e le monocolture annuali (Plinio il Vecchio minus serere et melius arare); l’agricoltura famigliare può garantire derrate alimentari capillarmente diffuse in tutti i Paesi e le regioni del mondo, perciò meglio distribuite e più in grado di far fronte alle esigenze alimentari di tutte e di ciascuna comunità umana oltre che più sostenibili, perché direttamente ancorate ai molteplici, peculiari ambienti naturali. Ripartire dal rispetto e dal potenziamento di quell’agricoltura a conduzione diretta, che capillarmente organizza e tutela gli spazi coltivati, assicurando alle singole comunità umane autonomia e sopravvivenza, è pertanto la strada obbligata per la sostenibilità e la coesione sociale. Azione da avviare con urgenza è pertanto insegnare alle comunità locali come valorizzare le loro tradizioni colturali (si veda il Progetto GIAHS della FAO) e come ottimizzare l’uso delle risorse indispensabili alla loro sopravvivenza; risorse di cui il loro territorio è spesso talmente ricco da sollecitare gli appetiti degli “investitori” stranieri. L’azione tuttavia non è semplice perché necessita di accordi bilaterali con i governi locali e perché impone di adottare una nuova ottica culturale per promuovere il ruolo della donna e la solidarietà tra le diverse classi sociali. La donna protagonista indiscussa del rapporto Alimentazione-Agricoltura-Ambiente deve poter svolgere la sua insostituibile funzione che, purtroppo, ancora oggi si esprime con forme contraddittorie a volte esaltanti (imprenditrici e innovatrici nell’agricoltura multifunzionale dei Paesi occidentali) e altre pesantemente mortificanti (manodopera a basso costo) nelle campagne sia dei Paesi in Via di Sviluppo, dove non sono loro concessi né il possesso né la gestione della terra, sia nelle regioni dei Paesi industrializzati, dove immigrano come braccianti agricole e sono ridotte addirittura in stato di schiavitù.