“Labirinti. Funzione e destrezza soggettiva tra scontato e cogito” di Rosario Rito

Labirinti. Funzione e destrezza soggettiva tra scontato e cogito, Rosario RitoLabirinti. Funzione e destrezza soggettiva tra scontato e cogito
di Rosario Rito

Nella sua nuova opera, Rosario Rito svolge con lucida consapevolezza un’intima riflessione intorno ai propri limiti e lo fa grazie alla ricchezza di un patrimonio interiore e di vita a cui ciascuno può attingere a piene mani nonostante – sottolinea, come a schermirsene, e con ciò alimentando ulteriormente la benevolenza dei lettori – non «sia un letterato, filosofo o psicanalista. Ho soltanto la licenza media, che, oltretutto, ho conseguito presso l’A.I.A.S. Associazione Italiana Assistenza Spastici di Cosenza.»

Il titolo si ispira a un documentario della RAI, della cui realizzazione egli fu testimone in prima persona. Ricorda Rito: «Negli anni Sessanta e Settanta, non era come adesso. Per noi esistevano solo gli istituti, gli orfanotrofi, i quali, a mio modesto parere, anche se erano dei veri ghetti per i cosiddetti ‘Ammalati’, ’Mutilatini’, ‘Handicappati’ e chi più ne ha più ne metta».

L’Autore ripercorre con la memoria la lunga teoria di istituti nei quali ha trascorso la sua infanzia e adolescenza, pur se supportato sempre dall’amore e dalla presenza dei familiari. Un dolce ricordo va a figure carismatiche, come i coniugi Alfonso e Lina D’Amato o don Angelo Sabatino, che ne hanno accompagnato la crescita.

«Nonostante tutti gli ortopedici fossero della convinzione che non avrei mai potuto camminare, all’età di undici anni, grazie alla tenace pazienza di una terapista di nome Liliana, dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna, riuscii a fare i primi passi, oltre che frequentare la scuola.»

Rito sa bene che la difficoltà del vivere «non riguarda solo quelli come me, bensì ognuno di noi, giacché, come tutti siamo soggetti all’accettazione degli altri, nessuno è immune dal sentirsi o vedersi diverso da coloro che lo circondano. Tutti viviamo nella nostra emarginazione, perché tutti siamo soggetti a incomprensioni e soprusi.» E tuttavia è necessario «credere in se stessi e, tramite questo, trovare la giusta forza interiore nel saper andare avanti e non abbandonarsi mai alla sorte tracciata dagli altri».

L’Autore si interroga su cosa sia la cosiddetta normalità e che parte ne abbiano l’Autonomia soggettiva domandandosi: «la propria autosufficienza si basa realmente sull’agilità e scioltezza nei nostri movimenti o si conquista» grazie alla «caparbietà di trovare il modo o sistema su come superare una nostra limitazione o impossibilità di poter fare»?

È vero che «grazie agli oggetti e alle nuove tecnologie, noi possiamo fare più cose e con maggior velocità rispetto al passato», ma ciò «ci ha portato sempre più a non saper distinguere la Funzione oggettiva dalla Destrezza soggettiva», facendoci dimenticare che «nulla può essere sostituibile alla presenza e sensorialità umana. Non siamo materia ma spiritualità altalenante», chiosa l’Autore.

Rito sfida ciascuno di noi: proviamo «a prendere da terra una matita con le dita dei piedi.» E porta l’esempio di Christy Brown, uno dei maggiori scrittori, pittori e poeti irlandesi del XX secolo, che imparò a fare del suo piede sinistro un raffinato strumento artistico o Amulf Erich Stegmann, che, nonostante avesse perso l’uso delle braccia e delle mani in seguito a una grave poliomielite, «riuscì a realizzare degli splendidi lavori a olio su tela, dimostrando molta sicurezza nell’uso del pennello e della spatola. Anche nella tecnica dell’acquerello era molto bravo e non è tutto. Grazie alla propria volontà e forza di credere nel proprio Io, diventò anche molto esperto nel realizzare disegni su pietra, linoleografie, xilografie e ciò che è veramente incredibile fu che riuscì a realizzare tutto questo tenendo la penna, la matita o un bulino tra denti e labbra»!

Per Rito, «il nostro significato o senso del vivere sta nell’avere delle idee od obiettivi chiari su cosa fare o realizzare.» Ciò è ancor più vero se si nasce «con una disabilità o con qualche parte del corpo mancante»: «la propria volontà e caparbietà di credere in un se stesso ci può condurre non solo a realizzare se stessi, dandoci prova che nulla dipende dalle nostre apparenti limitazioni, ma nella volontà di trovare il sistema o modo di poter raggiungere un determinato obiettivo».

Eppure, «è meglio nascere in certe condizioni che ritrovarsi da un giorno all’altro con qualche disabilità o arto mancante». Ammette Rito: «Io sono nato spastico e, credetemi, nonostante i miei fallimenti, dispiaceri e sensi di solitudine, sono fortunato. Sembra assurdo, ma una cosa è raggiungere, conquistare, realizzare, custodire, un’altra è perdere tutto, compresa la tua ragion d’esistere.» Serve allora «il coraggio di ricominciare da zero.» Ed ecco gli esempi edificanti di chi, con immane sforzo, lo ha fatto: Luca Bucchi nel mondo dell’arte e Giusy Versace nello sport, le cui storie sono decisamente da leggere e meditare, parola dopo parola.

Rito non evita di riflettere «sul lungo e travagliato percorso lessicale che durante i secoli si è compiuto per definire le difficoltà o limitazioni oggettive e pratiche della persona. Ammalati, Handicappati, Disabili, Diversamente abili e così via.» E conclude: «Nessuna agilità motoria, anche quella più sciolta, sarebbe in grado di realizzare una persona, se non siamo noi stessi a comprendere ciò che siamo, cosa desideriamo e, principalmente, che […], come la Malattia si cura, la Disabilità si educa.»

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