“La vita fuorilegge. Storia filosofica del Far West” di Tommaso Gazzolo

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Prof. Tommaso Gazzolo, Lei è autore del libro La vita fuorilegge. Storia filosofica del Far West, edito da Salerno: cos’era, la legge, nel West?
La vita fuorilegge. Storia filosofica del Far West, Tommaso GazzoloDopo aver scritto questo libro, non sono più sicuro di sapere la risposta. Provo a spiegarmi. Da una parte, oggi sappiamo – grazie al lavoro di storici particolarmente scrupolosi – che quello che noi chiamiamo Far West fu qualcosa di molto diverso rispetto a come il cinema e la letteratura lo hanno rappresentato. Esistono, in altri termini, specifici problemi, nel West, che hanno a che vedere essenzialmente con la necessità di adattare il diritto delle ex colonie dell’Est ai nuovi territori. Ma questi problemi riguardano questioni concrete come il caos dei diritti di proprietà, la difficoltà di assicurare la regolare registrazione degli atti di acquisto e vendita delle terre, la scarsa preparazione – almeno all’inizio – dei funzionari pubblici, il proliferare di falsificazioni e frodi, etc. In breve: più che dei “pistoleri”, dovremmo preoccuparci dei diritti di proprietà, se volessimo indagare il modo in cui la “colonizzazione” dell’Ovest avvenne. Dall’altra parte, però, quando l’America ha sentito il bisogno di narrare la propria storia, di legittimare se stessa attraverso il suo passato, tra la storia e la leggenda ha scelto – per dirla come in un film di Ford – la leggenda. È qui che si comincia a opporre il West “selvaggio”, wild, violento, senza legge (lawless), a ciò che invece sarebbe dell’ordine della legalità, della “civiltà”, rappresentato dall’Est. La legge diventa allora ciò che deve essere per la prima volta imposto in uno spazio uncivilized. Se non ho una risposta chiara da dare, è perché non penso che storia e leggenda debbano contrapporsi come se la “verità” storica fosse sempre e comunque da preferire, come se “leggenda” fosse sinonimo di menzogna o di favola. In realtà, la “leggenda” è parte costitutiva della storia stessa del West. E la favola, in fondo, non è che un modo della verità di raccontarsi. Quindi tra questi due aspetti non credo si debba “scegliere”. Il che è come dire: in filigrana, dietro i problemi, spesso molto “tecnici”, dell’adattamento del common law ai nuovi territori, dobbiamo riuscire a scorgere una questione più profonda, che riguarda l’ “origine” della legge, il suo rapporto con la violenza, il modo in cui essa si impone per la prima volta – ed il West, in fondo, è per l’America il terreno in cui interrogare questa origine.

Come era strutturata l’amministrazione della giustizia nel West?
Anche qui, ci sarebbe in parte da recuperare il discorso di prima, circa il rapporto tra verità e leggenda. Sicuramente, come accennavo, siamo molto lontani, nella realtà, dal modo in cui tendiamo a immaginarci il West: linciaggi, impiccagioni senza processo, giudici che condannano alla forca senza processo, e così via. Il che non significa che nulla sia vero, e la giustizia ebbe diverse difficoltà sia per quanto riguarda il reclutamento del personale che l’organizzazione dei processi. Direi, cercando di semplificare, che certamente ad Ovest si presentarono una serie di problemi inediti: non tutti i giudici, ad esempio, avevano una preparazione all’altezza dei compiti affidati loro e spesso erano impreparati a fornire corrette istruzioni alle giurie per decidere i casi; i nuovi territori erano vastissimi e mal collegati, con la conseguenza che i giudici, nel percorrere il loro circuit per tenere le udienze, dovevano compiere viaggi lunghi e complicati; l’applicazione del common law – disposta per quasi tutti i nuovi Stati – presentava parecchi problemi sia per la difficoltà di conoscere le leggi vigenti che per la necessità di “adattare” le vecchie leggi alle esigenze della società di frontiera. Aggiungo anche che i territori non avevano una identica organizzazione dell’amministrazione giudiziaria: se una Superior Court era, infatti, presente obbligatoriamente in ciascuno di essi, il potere di stabilire eventualmente altri livelli di giurisdizione era stato lasciato alle legislature locali, e soltanto dopo il 1836 si cominciò un’opera per uniformare il sistema. Va però anche ricordato come l’ “americanizzazione” del common law procedette, in definitiva, spedita, e nei nuovi territori furono ovviamente da subito garantiti i diritti al processo con giuria, l’habeas corpus, etc., con la collaborazione di una classe forense che fu da subito di alto livello – l’Ovest rappresentava un’attrattiva per i giovani avvocati dell’Est. Dopodiché, talvolta realtà e leggenda finiscono per confondersi: la “legge ad Ovest del Pecos”, il “giudice” Roy Bean, è ovviamente realmente esistito, ed ha tenuto udienze e condannato nel suo saloon, in uno sperduto angolo del deserto di Chihuahua, Texas. Non so se abbia pronunciato quelle sue frasi leggendarie come “prima impiccateli, poi li processeremo”, o – quando si trovò a dover giudicare un irlandese accusato dell’omicidio di un operaio cinese – “poiché nel codice non trovo nulla riguardo all’uccisione di un cinese, dichiaro quest’uomo innocente”. Ma, ripeto, nel West, tra la realtà e la leggenda, prevale la leggenda.

Quali sono i caratteri tipici della figura del fuorilegge americano?
Il fuorilegge è, in quanto tale, una costruzione letteraria, diciamo pure del folklore. Mi spiego. Jesse James, Billy the Kid, Butch Cassidy, Wesley Hardin furono, nella realtà, “banditi” molto diversi tra loro, appartenenti a contesti sociali ed economici sostanzialmente non paragonabili. Difficile pertanto trovare punti in comune tra un fuorilegge come il missouriano Jesse James, la cui figura non si capisce se non nel contesto della sconfitta dei sudisti nella guerra civile americana, ed un bandito bambino e brufoloso come Billy che invece vive e opera nel contesto della guerra del bestiame della Contea di Lincoln, nel New Mexico. Eppure, quando ascoltiamo le “ballate”, le canzoni su di loro, le loro vite finiscono tutte per assomigliarsi. Essere un fuorilegge significa, infatti, rappresentare qualcosa – ed è la leggenda popolare che fornisce le regole di questa rappresentazione. Ora, diversi studiosi si sono occupati di individuare le caratteristiche proprie dell’American outlaw-hero. Ne ricordo, brevemente, alcune. A cominciare, direi, dal tema di “Robin Hood”: il fuorilegge ruba ai ricchi per dare ai poveri, ripara i torti, vendica le ingiustizie subite. Egli si identifica sempre con il common people, si oppone a un sistema economico, legale e sociale identificato come oppressivo e ingiusto. Il suo primo “crimine”, ciò che lo ha posto per la prima volta contro la legge, è dipeso da una offesa, da una provocazione, da un’ingiustizia subita a opera di un esponente di quel sistema oppressivo. Secondo aspetto: il fuorilegge ha sempre un buon cuore, in fondo, è gentile ed onesto con gli amici, ha un suo proprio codice d’onore. Di un assassino spietato come Billy il Kid si può pertanto raccontare, nelle ballate “And of all the wild outlaws that met a bad end, / None so quick with a pistol or true to a friend”. Altra caratteristica fondamentale, nei racconti del West, è il tema del tradimento, il cosiddetto Judas element: il fuorilegge non muore che per mano di un suo ex compagno o di un traditore. Esemplare la morte di Jesse James, il 3 aprile 1882, «per mano del codardo Robert Ford», come recita la celebre ballata; l’amico, membro della banda, gli sparò alle spalle mentre Jesse, si narra, si era voltato per raddrizzare un quadro appeso al muro di casa sua. Ancora: la morte del fuorilegge è sempre motivo, o perlomeno cosí si racconta, di un grande lutto presso la sua gente, e di un culto della sua personalità. A ciò si accompagna spesso un ulteriore elemento, dato dalla capacità del fuorilegge di sopravvivere alla sua stessa morte: nessuno ha mai la certezza che egli sia davvero morto. Sono tantissimi i racconti in cui si dice che Billy the Kid, in realtà, non è morto per mano dell’amico Pat Garrett, o che Buth Cassidy e Sundance Kid sarebbero sopravvissuti alla sparatoria in Bolivia in cui, in realtà, furono assassinati. Direi pertanto che si tratta realmente di “caratteri”, ossia di tratti che in fondo non si possono mutare, che il soggetto può soltanto “assumere” come un destino – anche se, va detto, i due termini dovrebbero essere distinti, perché nel coincidere interamente con il proprio “carattere” il fuorilegge trova anche la propria “innocenza”, ma qui bisognerebbe rileggere anzitutto le riflessioni di Walter Benjamin sul tema, cosa che non ho potuto fare nello spazio limitato del libro.

Che legame esiste, nella cultura americana, tra legge e modo di vita?
Questa è la domanda a partire dalla quale ho iniziato a interessarmi del western, e in particolare della figura dei fuorilegge. È, insomma, una delle domande che considero centrali, per quanto nel libro si possa leggere soltanto “tra le righe”. Provo a spiegarmi, anche se necessariamente in modo un po’ sbrigativo. Per noi europei, in fondo il rapporto con la legge, con la legge che ci è imposta, è sempre pensato a partire dalla questione dell’obbedienza. In altri termini, davanti alla legge la nostra domanda è: devo obbedirle? Sono obbligato? Il potere che pretende di comandarmi è legittimato a farlo? La domanda, in definitiva, è: perché obbedire? Questo non significa che tutte queste questioni non siano passata anche alla tradizione – filosofica e politica – americana. Ma, credo, l’americano, in quanto diviene tale liberandosi dall’europeo che pure è stato, ha spesso con la legge tutto un altro rapporto, un altro modo di considerarla. L’ho ritrovato ad esempio in Thoreau, che pure è uno degli autori più attenti a fare una riflessione sul problema della disobbedienza civile, sulla necessità di non obbedire a una legge, a un governo ingiusto. Ma Thoreau, se lo si legge con attenzione, non la farà funzionare, ad esempio, che spingendola in una direzione tutta particolare, quando comincia a chiedersi: come essere un uomo libero, onesto, come vivere in modo da essere «un buon vicino» tanto quanto un «cattivo suddito»? Come, cioè, inventare un modo di vita che mi consenta di non avere nulla a che fare con il governo, con le sue leggi? La stessa “disobbedienza”, allora, è la risposta a una domanda diversa da quella tipicamente europea; essa, infatti, viene pensata e articolata a partire dalla questione di come vivere, come farsi una vita che sia, nel caso di Thoreau, «vivere come un salmone o come uno scoiattolo, come una biscia o come un’ape». La questione non è mai se devo e che cosa devo rispetto alla legge (obbedirle o no, riconoscerla o no); è tutt’altra: riguarda il come, come farmi un modo di vita, way of life, che mi consenta di costituirmi come un soggetto indipendente, libero, autonomo, che non incontri la legge che di rado, il meno possibile. Quando parliamo di un american way of life, del fatto che gli americani hanno inventato direi qualcosa che chiamiamo “modo-di-vita”, credo che dovremo intendere questo, all’interno di questa tradizione che Thoreau rispecchia: il fatto che il rapporto con la legge, con il potere, non è più pensato a partire dalla domanda sull’obbedienza, ma dalla questione di come farsi una vita che abbia il meno a che fare possibile con la legge. Kerouac dirà la stessa cosa: way-of-life non significa dotarsi di un “modello” normativo, di un insieme di regole, di norme da seguire, ma indica un modus vivendi, un «sapere come essere felici, sani e reali». Ho citato Kerouac non a caso, nella misura in cui – nel libro provo ad accennarvi – il fuorilegge del racconto western in fondo non è che il primo di una serie di figure di questo “modo di vita” che arrivano sino al beat, all’interno di una tradizione tutta americana. Del resto, la famosa frase di Bob Dylan “bisogna essere onesti per vivere al di fuori della legge”, credo vada letta esattamente in questo senso.

Quando e come nasce la leggenda del fuorilegge?
Storicamente, direi che nasce a partire dalla seconda metà del XIX secolo – grazie soprattutto alla stampa dell’Est e ad ai romanzi da pochi soldi (dime novels) che cominciarono a diffondersi dagli anni ’60. Ma sono certamente i giornalisti, a caccia di notizie per i lettori dell’Est, che danno l’inizio – Wesley Hardin, Jesse James, sono da subito protagonisti di avventure romanzate da vendere alla gente di città, alle signore della buona borghesia, e così via. Direi che sono meccanismi che ormai conosciamo. Detto questo, è chiaro che sarebbe interessante cercare di capire il perché – in quel momento storico – la leggenda e le gesta di questi banditi trovino così fortuna presso il pubblico dell’Est, quale funzione – politica, sociale – svolga, che tipo di messaggi ideologici veicoli. Queste cose sono state ovviamente studiate dagli specialisti – non solo americani, il bel libro di Bruno Cartosio uscito qualche anno spiega bene alcuni punti essenziali. Se dovessi provare a fare una considerazione di ordine generale, direi questo: la leggenda del fuorilegge, storicamente, ha svolto una funzione essenzialmente “reazionaria”, su diversi livelli. È servita, anzitutto, a “neutralizzare” i conflitti propri della fase di capitalismo industriale che l’America stava attraversando in quel momento, spostando la rappresentazione della “violenza” ad Ovest (e quindi dando l’immagine: l’Est industriale pacifico e ordinato, l’Ovest selvaggio violento e privo di ordine). Direi che ha anche “moralizzato” il problema della violenza – la presenza della violenza all’interno della società, cioè, viene fatta dipendere dall’immoralità di singoli individui, e non dalle condizioni economiche e sociali della società stessa. Certo, ha anche fornito quella letteratura d’avventura e d’evasione che il pubblico borghese ha particolarmente amato anche in Europa. Trovo però interessante una cosa. Quella stessa leggenda, che ha svolto specifiche funzioni nel modo in cui l’America di quegli anni ha rappresentato se stessa – è il mito della frontiera, dell’espansionismo, della “civilizzazione” –, contiene anche le possibilità di de-costruire, di “smontare” quella stessa rappresentazione che pure ha reso possibile. Lo si vede già nei western di Peckinpah, e, oggi, in quelli di Tarantino. Io ho cercato di riprendere questa contro-funzione, per così dire, su un diverso piano, chiedendo se la figura del fuorilegge – che è storicamente servita a legittimare l’imposizione della legge nei nuovi territori conquistati – non possa in realtà finire per funzionare come ciò che mette in crisi quella imposizione stessa.

Che rapporto esiste tra l’uomo e la donna nei miti del West?
Questo è un tema difficilissimo, se non altro perché le cose, apparentemente, sono chiarissime: la tradizione western è profondamente misogina. Come ha detto una volta Susan Armitage, “è come se le leggi della demografia non valessero più dopo il Mississippi: tutta la terra a Ovest di esso è abitata da soli uomini”. Il West ha abolito le donne, insomma. Le ragioni sono diverse, e non saprei neppure, in poche righe, indicarle tutte. Mi interessa però la struttura di queste operazione di “abolizione”. Nel libro ho ricordato una bellissima recensione di André Bazin del film di Howard Hughes, del 1943, Il mio corpo ti scalderà: «Due uomini, Billy the Kid (Jack Buetel) e Doc Holliday (Walter Huston) dormono con la stessa donna ma amano lo stesso cavallo». Cosa vuol dire? Allora, qui c’è Jane Russell, bellissima, insolente, provocante: la locandina del film, che fu censurata, la mostrava sdraiata su un giaciglio di paglia che fissava lo spettatore tenendo tra le mani una pistola e mostrando, attraverso la camicetta slacciata, il seno. Poi guardi il film, e le cose però cominciano a non tornare: i due rivali – Billy the Kid e Doc Holliday – vanno sí a letto con la stessa donna, ma in realtà è per lo stesso cavallo che rivaleggiano, ed è intorno questa rivalità che essi stringono un’amicizia che suscita la gelosia di Pat Garrett verso Doc Holliday. La donna, allora, non funziona, qui, che come ciò che consente di far passare il desiderio – una volta che lo si sia de-sessualizzato (poiché il sesso, apparentemente, viene limitato al rapporto uomo/donna) – all’interno delle relazioni tra gli uomini. È questo il punto: una donna, in ogni western che si rispetti, c’è sempre, e l’eroe ci va sistematicamente a letto. Ma la sua funzione è di fare in modo che il vero desiderio sessuale, che è sempre per un altro uomo, sia de-sessualizzato, e dislocato sul versante dell’amicizia “virile”. La donna, in quanto oggetto del sesso, insomma, è ciò che consente di far circolare nel film sempre e soltanto il desiderio per l’altro maschio, ma in forma di “amicizia” («Non ti riconosco piú, Doc. Ti metti contro un amico»). Nel film, tutto diventa un gioco di triangolazioni continue: Billy e Doc non si possono amare che attraverso il cavallo che si contendono, e Pat Garrett non può amare Doc che attraverso l’amicizia con Billy. Ed è un gioco in cui la donna è esclusa, anche se in realtà deve prenderne parte. Se dico che però è difficile rispondere alla domanda, è perché bisognerebbe in fondo studiare bene come questa “abolizione” della donna funzioni concretamente. Motivi “misogini” possono assolvere a funzioni diverse – legittimare il patriarcato, ad esempio, una certa ripartizione dei “ruoli” nella famiglia, nella società, e così via. Sicuramente direi che una delle funzioni principali che svolge nel West è quella di de-sessualizzare il rapporto omosessuale che costituisce la base dei legami sociali che il western inscena (in termini semplici: scopo una donna per poter amare un uomo). Ma credo ne svolga anche altre – e proprio per questo anche il rapporto uomo/donna, nella tradizione western, resta aperto alla sua possibile decostruzione.

Tommaso Gazzolo (1984) è professore associato di Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Sassari. È autore di diverse monografie scientifiche e saggi dedicati al concetto di diritto, ed alla rilettura dei “classici” della tradizione filosofico-giuridica. Di recente, ha curato la pubblicazione di H. Kelsen, Che cos’è la dottrina pura del diritto?, La Nave di Teseo, 2022, e, insieme a Stefano Pietropaoli, il volume collettaneo Il corvo bianco. Carl Schmitt davanti al nazismo, Quodlibet, 2022.

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