“La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica” di Maria Paola Zanoboni

Dott.ssa Maria Paola Zanoboni, Lei è autrice del libro La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica edito da Jouvence. La peste è stata spesso protagonista della storia: quali sono state le principali epidemie di peste?
La vita al tempo della peste. Misure restrittive, quarantena, crisi economica, Maria Paola ZanoboniTra le epidemie dell’antichità va sicuramente ricordata la peste di Atene (430/429 avanti Cristo, forse si trattò di tifo), descritta da Tucidide e poi da Lucrezio, che ebbe un peso non trascurabile nel determinare la sconfitta di Atene nella guerra contro Sparta. Morì di peste anche Pericle.

Va poi almeno citata la così detta “peste Antonina” (160-180 d.C.), che fu in realtà un’epidemia di vaiolo), descritta da Galeno. Risultò determinante nel dare il colpo di grazia all’Impero Romano, di cui annientò l’economia decimando fra il 10 e il 30% della popolazione (dai 5 ai 30 milioni di individui). Anche in questo caso ne fu vittima il vertice supremo dell’impero, cioè Marco Aurelio.

Lo stesso effetto ebbe sull’Impero d’Oriente la “peste di Giustiniano” (541-542 d.C.) descritta da Procopio di Cesarea e da Paolo Diacono, che colpì soprattutto Costantinopoli e l’Impero Bizantino, estendendosi poi alla penisola italiana (anni ‘60/’70 del VI sec.).

Per l’epoca medievale le conseguenze più gravi, dovute agli effetti demografici dell’epidemia (che falcidiò 1/3 della popolazione europea) si verificarono nella seconda metà del XIV secolo (pestilenza del 1347/48 narrata dal Boccaccio), dando origine alla “crisi del ‘300”, le cui ripercussioni perdurarono fino alla metà del secolo successivo.

Altre pestilenze importanti che sconvolsero molte città della Penisola (tra cui Milano e Roma) si verificarono negli anni ’20 del ‘500, portate dagli eserciti durante le “guerre d’Italia”; negli anni ’70 del ‘500 (Palermo, Milano, Genova, Venezia, Mantova, Trentino), diffusa dai pellegrini che andavano a Roma per il giubileo del 1575. Tra queste la “peste di San Carlo”, durante la quale l’Arcivescovo di Milano assunse di fatto il governo della città.

Altre epidemie importanti si verificarono in molte città italiane (Milano, Bergamo, Firenze, Venezia, Bologna), tra il 1629 e il 1631, ancora una volta in concomitanza col passaggio degli eserciti. Se quella di Milano è la più nota perché narrata dal Manzoni, gli effetti furono devastanti anche a Bergamo, Venezia, Bologna, Firenze e in Toscana, come i cronisti locali e i carteggi delle magistrature sanitarie hanno messo in evidenza.

Nel 1656/57 invece, oltre a Genova e alla Liguria che ne furono colpite in modo drammatico, le epidemie interessarono soprattutto l’Italia Centro-Meridionale e in modo particolare Napoli e Roma.

Vanno infine ricordate l’epidemia di Londra (1665) e quella di Marsiglia (1720).

La pestilenza del 1348 costituì la prima epidemia di questo tipo in Europa dall’epoca delle invasioni barbariche: in che modo essa rappresentò un momento fondamentale di cesura nell’assetto economico europeo?
La peste tornò in Europa dopo circa 6 secoli (era scomparsa intorno all’VIII), trovando la popolazione del tutto impreparata, per cui il crollo demografico fu enorme (circa 1/3 della popolazione europea, ovvero 30 milioni di persone su 100 milioni, perirono nella seconda metà del ‘300). I mutamenti profondi sotto ogni aspetto della vita economica, sociale, politica e culturale che ne derivarono, non furono dovuti soltanto all’epidemia, ma al ciclo infernale di eventi climatici (siccità, alluvioni, terremoti) e carestie, innescatosi dalla fine del ‘200, che aveva contribuito ad affamare e ad indebolire le difese immunitarie di una popolazione cresciuta troppo rispetto alle risorse disponibili. Questo stato di cose, di cui scrittori contemporanei come Giovanni Boccaccio e Matteo Villani erano già pienamente consapevoli, aveva creato i presupposti perché l’epidemia di peste diventasse ancora più devastante. Si trattò cioè di una crisi malthusiana che decimando una popolazione ormai priva di mezzi di sussistenza, produsse mutamenti drastici in ogni settore e sull’assetto del territorio, portando nel lungo periodo anche conseguenze positive di ripresa economica e mutamenti sociali.

Tra le sue conseguenze immediate l’aumento dei salari (dovuto alla drastica contrazione della manodopera) e quello dei prezzi dei generi alimentari, causato dalla riduzione ad incolto di vaste aree un tempo coltivate; la scomparsa di interi villaggi falcidiati dall’epidemia; la rovina dei proprietari terrieri, che non avevano più convenienza ad assumere braccianti che chiedevano compensi molto più alti per produrre derrate la cui domanda era drasticamente diminuita. Nel settore “industriale”, la tradizionale manifattura laniera venne affiancata dal boom di quella serica, che richiedeva un impiego di operai molto inferiore.

Il crollo demografico successivo alla peste aveva causato, in Italia e in Europa, un capovolgimento della condizione dei ceti più umili. Da una situazione di estrema precarietà occupazionale e salariale, erano passati ad una condizione di forza, che li metteva in grado, non solo di chiedere retribuzioni più alte, ma anche di avanzare pretese (riduzione della giornata lavorativa, una più marcata presenza ai vertici delle organizzazioni corporative e quindi dei governi cittadini), garantendosi la rappresentanza politica. Lo scontro tra queste esigenze e quelle dei ceti fino a quel momento dominanti, produsse, in Italia e in Europa, negli ultimi decenni del trecento, una serie di rivolte, che non furono “tumulti per il pane”, ma vennero motivate da richieste salariali, questioni di rappresentanza politica, ragioni fiscali (imposte eccessive e dubbi sulla buona gestione delle finanze pubbliche). Emblematici il tumulto dei Ciompi fiorentini (1378) e senesi (1371), e la rivolta dei lavoratori inglesi del 1381, dovuta alle imposizioni fiscali e alla politica di contenimento dei salari tentata da Edoardo III.

Quali analogie è possibile riscontrare tra le epidemie di peste della storia e l’attuale emergenza sanitaria?
Le epidemie di peste coinvolsero ovunque tutti i possibili aspetti della vita economica, politica e sociale, con analogie impressionanti comuni a tutte le epoche della storia: dalla psicosi collettiva, alla caccia ai potenziali untori (singoli o intere comunità), alla negazione delle prime avvisaglie del contagio per timore degli effetti economici che avrebbero innescato; alle devastanti conseguenze sul commercio e sull’economia, aggravate dalle misure restrittive; ai tentativi dei governi di sanare il deficit con prestiti, emissione di titoli del debito pubblico, nuove tasse, e di soccorrere con sussidi i disoccupati; agli assalti ai forni per paura della quarantena. Le misure preventive, poi, erano assolutamente identiche a quelle attuali [cfr. più oltre].

Crisi economiche gravissime accompagnarono le pestilenze ovunque e in ogni epoca, in Italia e in Europa. Spesso precedevano l’epidemia, creando l’ambiente adatto alla diffusione del contagio, e venivano aggravate dalle misure di contenimento degli spostamenti di uomini e merci, che danneggiavano contemporaneamente il commercio e le casse statali (per il mancato introito dei dazi).

Di fronte al tracollo delle proprie attività la gente preferendo “morire di peste che di fame”, chiedeva a gran voce la “restituzione del commercio”, che i governi cittadini concedevano con molta cautela, trascorso un notevole lasso di tempo dalla fine del contagio. Anche allora i “libri dei morti” in cui venivano conteggiati i decessi, fungevano da parametro di riferimento.

Quando scoppiava un’epidemia di peste il sistema degli Uffici di Sanità della Penisola (tra loro collegati da missive che consentivano un monitoraggio continuo) faceva immediatamente scattare l’allarme, provvedendo a mettere in quarantena la città o il villaggio colpito e causando l’interruzione di ogni rapporto di comunicazione e di scambio. L’area interessata veniva così a trovarsi nel più completo isolamento, con il conseguente arresto dei traffici e il collasso totale di ogni attività commerciale e manifatturiera. Un rallentamento di tutte le attività vitali si impossessava delle città all’arrivo della pestilenza: botteghe chiuse, strade deserte, silenzio irreale interrotto soltanto dal rumore dei carri che trasportavano i morti. Ovunque gli effetti sull’economia e sull’occupazione erano devastanti.

Per rimpinguare i bilanci distrutti dalle spese per l’emergenza sanitaria, i metodi dei governi, dal ‘300 in poi, furono sempre gli stessi: imposte indirette, contribuzioni straordinarie, prestiti forzosi, emissione di titoli del debito pubblico, nuove tasse.

Altra analogia con l’attuale emergenza sanitaria: l’istituzione dei lazzaretti (prima metà del ‘400), finalizzati alla cura, e soprattutto all’isolamento, dei malati contagiosi [cfr. più oltre].

Quali misure preventive vennero adottate per prevenire il contagio e la crisi economica?
Le principali analogie con la situazione attuale vanno individuate nelle misure restrittive. È sconcertante come, nonostante i progressi nelle discipline mediche, gli strumenti di prevenzione disponibili ai nostri giorni siano gli stessi elaborati nel ‘300, a partire dal Nord della Penisola (Gian Galeazzo Visconti ne fu uno dei principali ideatori), recepiti tardi dal resto dell’Europa (tardissimo dall’Inghilterra, che li mise in pratica solo alla fine del ‘500, su consiglio dei medici padovani presenti a Londra), e adottati con successo fino al 1720, quando l’ultimo cordone sanitario (a Marsiglia) debellò quasi del tutto il morbo dal Vecchio Continente. I provvedimenti adottati in continuazione, a partire dal ‘300 fino all’inizio del ‘700, sono sostanzialmente identici a quelli contenuti nel primo decreto Mattarella del 23 febbraio 2020: divieto di accesso e di uscita dalle città colpite, stretta sorveglianza sui movimenti di merci e persone, cordoni sanitari, isolamento, quarantena (inventata a Ragusa nel 1377) e “quarantena generale” (ovvero lockdown con modalità identiche a quelle attuali); divieto di assembramento e di ritrovo, chiusura delle attività commerciali (eccetto alimentari e farmacie), delle taverne (in particolare nelle ore serali e notturne), delle scuole, dei luoghi di pubblico intrattenimento; cancellazione delle manifestazioni di ogni tipo, comprese le fiere e i mercati; divieto di partecipare a cerimonie religiose, processioni, funerali; “bollette e fedi di sanità” (=passaporti che consentivano la circolazione di persone e merci attestando la provenienza da luoghi non contagiati).

Tra queste disposizioni veniva comunemente adottata, soprattutto a partire dal ‘500, la quarantena generale (identica al lockdown), ovvero la reclusione in casa di tutta la popolazione per un determinato periodo di tempo. I reclusi erano rifocillati a spese dello stato se indigenti, oppure veniva concesso solo al capofamiglia di uscire di casa, la mattina, per procurarsi i viveri. La gente mal sopportava tale situazione, e cercava con ogni sotterfugio di continuare i propri commerci, come descrivono ampiamente i carteggi delle magistrature sanitarie.

Per far rispettare le misure restrittive si ricorse, soprattutto a partire dal ‘500, a vere e proprie forme di dittatura sanitaria. La principale venne instaurata a Palermo nel 1575 dal medico e deputato alla sanità Giovanni Filippo Ingrassia, che non esitò a disseminare di forche le vie cittadine per convincere la gente ad obbedire. I Provveditori di Sanità erano dotati di amplissime facoltà: potevano ordinare il rogo delle merci e delle navi infette e condannare a morte chiunque fosse stato sospettato di aver diffuso, anche in modo involontario, il contagio; la facoltà di arrestare gli inquisiti e di sottoporli a tortura. Ovunque si minacciava di giustiziare davanti alla porta di casa chi non avesse rispettato la quarantena, e molte condanne venivano eseguite. Persino i Cappuccini incaricati nel 1576 e nel 1630 di gestire il Lazzaretto di Milano non ebbero scrupoli ad adottare tali metodi.

Un’altra misura fondamentale, adottata sistematicamente a partire dall’inizio del ‘500 in poi, fu la chiusura delle scuole per tutto il periodo dell’epidemia, perché, come si affermava in una missiva sanitaria fiorentina del 1630, le scuole sono come serre in cui si coltivano le pianticelle più giovani, e non è giusto condannare a morte i virgulti da proteggere.

Quali teorie vennero sviluppate sulla diffusione della pestilenza e a quali rimedi si ricorse contro la peste?
Le teorie sulla diffusione della peste si possono ricondurre sostanzialmente a due correnti di pensiero: quelle filosofiche, che individuavano nei “miasmi” e nell’avvelenamento dell’aria i vettori della diffusione. E quelle empiriche – elaborate per la prima volta dal medico Gerolamo Fracastoro verso la metà del ‘500, ma già presenti fin dall’epoca del Boccaccio – che, basandosi sull’osservazione e sull’esperienza, individuavano nel contatto con persone, animali e merci infette la causa del contagio.

Già nel ‘300 si aveva un’idea abbastanza precisa di quali merci fossero altamente pericolose nel diffondere il morbo (primi fra tutti i tessuti di lana, le pellicce, le piume), e vennero approntati precisi protocolli di quarantena delle merci provenienti da località sospette, e di sanificazione di case e suppellettili una volta terminata l’epidemia. Tecnici specializzati (i “nectatores domorum”) fin dalla fine del ‘300 venivano assunti a spese pubbliche per svolgere questa funzione nelle principali città italiane. Il disinfettante privilegiato era l’aceto (che effettivamente tiene lontani alcuni insetti, e quindi le pulci, vettore della peste bubbonica), con cui si lavava le mani e sanificava le monete anche San Carlo Borromeo.

I rimedi farmacologici erano del tutto fantasiosi e dannosi, concretandosi per lo più in sostanze altamente velenose (preparati contenenti arsenico, stagno, mercurio) che acceleravano la morte anziché scongiurarla. Unica pratica curativa relativamente valida quella chirurgica con l’incisione del bubbone, che alleviava il dolore, e qualche volta accelerava la guarigione.

Quale psicosi collettiva si sviluppò in seguito alle epidemie?
Fin dal ‘300 vennero messe sotto accusa determinate categorie (poveri, mendicanti, vagabondi, a più riprese espulsi dalle città, stranieri, Ebrei) accusate di diffondere il contagio per la loro vita errabonda o le loro condizioni di indigenza. Gli Ebrei in particolare erano già oggetto di persecuzioni dal ‘200, presi di mira da una campagna denigratoria che li vedeva come cospiratori contro il cattolicesimo. Soprattutto nelle città tedesche, francesi, svizzere e nella Penisola Iberica le persecuzioni contro gli Ebrei furono terribili (molto meno in quelle italiane), nonostante la severa condanna delle autorità civili e religiose (e del Papa in primo luogo).

La vera e propria “caccia agli untori” (categoria di persone accusate di diffondere volutamente la peste per interessi personali) di cui parla Manzoni nella “Storia della colonna infame”, è invece testimoniata per la prima volta soltanto nel ‘600.

Come era organizzato il sistema sanitario medievale?
Accanto ai luminari privati, esistevano fin dal ‘200, sia nelle grandi città, sia nelle località più piccole, medici condotti retribuiti a spese del comune, col compito di curare gli ammalati poveri. I centri urbani con maggiori disponibilità talvolta assumevano per questo incarico luminari di grido. I medici condotti avevano gli stessi obblighi degli attuali professionisti ASL: reperibilità e divieto di allontanarsi dal luogo a cui erano stati assegnati se non dietro autorizzazione dei maggiorenti cittadini che avrebbero procurato loro un sostituto, e per un periodo non superiore ai due o tre giorni al mese.

Le retribuzioni non erano alte, e i comuni procrastinavano i pagamenti anche di anni. Accanto all’incarico pubblico, il medico poteva svolgere la professione privata, anche in questo caso con grossi rischi: molti pazienti tardavano a pagare, o non pagavano affatto per cui i medici si premunivano chiedendo pegni per riuscire poi a ottenere il compenso.

Venivano assunti a spese del comune anche i chirurghi, soprattutto in tempo di peste.

Durante le epidemie erano i chirurghi (e i barbieri), molto più dei fisici, a provvedere all’assistenza agli infermi e a sobbarcarsi le mansioni più onerose e pericolose. Per evitare che fuggissero in preda alla paura, venivano spesso costretti a presentare un fideiussore che si impegnava finanziariamente a garantire che il chirurgo compisse il proprio dovere con serietà, rispettando i patti. A rendere più onerosa la loro condizione, era il fatto che venivano obbligati a rimanere in quarantena, senza alcun contatto con le persone sane, non solo durante l’epidemia, ma per un lungo periodo. successivo. A Vercelli nel 1466 e nel 1485, i due chirurghi assunti dal comune si impegnarono a rimanere segregati in casa per un periodo di almeno un mese dal termine del contagio.

Anche i barbieri (cerusici), specializzati nel medicare le ferite, venivano assunti dai comuni soprattutto in periodi di guerra.

Come funzionavano gli ospedali?
L’ospedale medievale fu inizialmente un organismo dalle funzioni generiche e difficilmente definibili: il termine non indicava un’istituzione finalizzata alla cura degli infermi, ma un luogo destinato prevalentemente all’ospitalità. La sua funzione principale consisteva nell’accoglienza ai pellegrini, ai poveri e ai vagabondi. Per questo motivo spesso tali istituzioni si trovavano lungo le strade che portavano verso le grandi mete della Cristianità: Roma, Gerusalemme, Santiago di Compostella, all’interno delle città, o fuori le mura; nel XII secolo furono spesso gestiti dagli ordini ospedalieri cavallereschi. I malati non vi erano accolti in quanto tali, ma perché spesso era lo stato di malattia a determinare quello di bisogno, e quindi la necessità di essere accolti e curati. La malattia rappresentava soltanto uno degli aspetti della povertà. Il momento strettamente terapeutico non ricopriva un ruolo determinante negli ospedali medievali, il cui scopo primario consisteva nel fornire agli ospiti vitto, alloggio e assistenza spirituale.

Di conseguenza, l’intervento di medici e operatori sanitari era casuale e discontinuo, e legato solo a necessità contingenti, in quanto l’attività nosocomiale non veniva contemplata nelle funzioni degli ospedali, e la disponibilità continua di un medico o di un chirurgo avrebbe comportato una spesa eccessiva per enti che spesso non erano in grado neppure di assicurare il pane quotidiano ai loro assistiti. Tra il XIV e il XV secolo, le condizioni di alcuni istituti erano infatti così disastrose che i degenti si vedevano costretti a mendicare.

Soltanto fra il XIII e il XIV secolo, l’autorità laica cominciò ad introdursi nell’ambito dell’assistenza ospedaliera, facendone un caposaldo nel controllo del pauperismo, percepito ormai come una potenziale minaccia per la comunità, e quindi come una piaga sociale. L’esperienza aveva insegnato, infatti, che le epidemie (prima ancora della peste, la lebbra) colpivano per primi i poveri e i mendicanti, e si diffondevano ovunque mediante il loro vagabondaggio.

A finanziare gli ospedali, nella nuova forma che andarono assumendo a partire dal XIII secolo, furono le comunità cittadine attraverso lasciti e donazioni. Il prodotto finale della complessa evoluzione delle strutture che aveva caratterizzato gli ospedali della Penisola tra il XIII e il XV secolo, riscosse gli elogi di Lutero: “gli ospedali sono provvisti di tutto ciò che è necessario, sono ben costruiti, vi si mangia e beve bene e vi si è serviti con sollecitudine; i medici sono abili, i letti e la mobilia puliti e ben tenuti”.

Completamente diversa la struttura e la funzione dei “lazzaretti”, la cui costruzione, avvenuta nelle principali città italiane a partire dal XV secolo, rappresentò una novità fondamentale nel campo delle strutture assistenziali e sanitarie. Se infatti l’ospedale medievale aveva soprattutto la funzione di offrire ospitalità a poveri, viandanti e vagabondi, sani o malati, ma non contagiosi, in una struttura in cui il momento terapeutico non costituiva lo scopo primario, il lazzaretto era invece destinato al ricovero temporaneo di malati altamente contagiosi, con esito previsto in tempi brevi e con un tipo di organizzazione assai più simile a quella dei moderni ospedali.

Quale ruolo svolgevano speziali e medicine nel medioevo?
La pratica farmaceutica rappresentava soltanto l’aspetto più importante delle svariate occupazioni degli speziali: dalla produzione degli articoli più diversi (dolciumi, cosmetici, candele), al commercio delle spezie a livello internazionale. Della loro corporazione potevano far parte perciò anche fabbricanti di candele, droghieri, pasticceri.

Sul piano del prestigio sociale la professione dello speziale può essere considerata intermedia tra occupazioni intellettuali quale quella del medico o del notaio, e attività appartenenti ai settori del commercio e dell’artigianato. Pur non richiedendo infatti un elitario corso di studi universitari, ma soltanto alcuni anni di apprendistato in bottega, l’esercizio dell’attività implicava un grosso patrimonio di conoscenze e una professionalità che godeva di un notevole riconoscimento.

Gli statuti corporativi di tutte le città italiane ed europee erano particolarmente preoccupati di tutelare la qualità dei farmaci e di garantirne l’accesso a chiunque (cittadini e stranieri), anche nei giorni festivi e nelle ore notturne. Ovunque erano previste farmacie di turno che vendevano medicinali a chi ne aveva bisogno con urgenza.

Le trattazioni medievali distinguevano i farmaci in due categorie: quelli “semplici”, costituiti da erbe, polveri minerali e spezie, e quelli composti, come elettuari, unguenti, sciroppi e ogni medicinale composto artificialmente. Tra la fine del XV e il XVI secolo, grazie anche alla scoperta del Nuovo Mondo e all’introduzione in Europa di sostanze fino a quel momento sconosciute, si verificò una rivoluzione epocale che portò a un cambiamento completo nella produzione di svariati tipi di medicamenti: la “medicina dei semplici”, basata sull’utilizzazione e sulla combinazione delle sostanze come esistono in natura, e senza alcuna manipolazione, veniva affiancata dalla farmacologia, basata invece sul tentativo di isolare, o almeno di concentrare, il principio attivo attraverso procedimenti come distillazioni, infusioni, sublimazioni. La farmacologia conferiva una netta svolta alla medicina, trasformandola da scienza filosofica e descrittiva in disciplina sperimentale in cui la chimica veniva posta a fondamento delle pratiche mediche.

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