Professoresse Feci e Schettini, avete curato l’edizione del libro La violenza contro le donne nella storia edito da Viella: la violenza contro le donne è sempre esistita?
La violenza contro le donne nella storia, Simona Feci, Laura SchettiniSimona Feci: «La storia mostra che la violenza è un fenomeno connaturato all’esperienza delle relazioni di individui e gruppi nel mondo occidentale, quello di cui noi ci occupiamo. Anche la violenza contro le donne, dunque, ne fa parte. Tuttavia questo persistenza nel tempo pone più domande all* storic* che risposte, perché appurare il verificarsi di atti brutali (nel passato come nel presente) non porta con sé la loro decifrabilità e interpretazione. Per questo motivo abbiamo avviato un’indagine collettiva, i cui risultati sono raccolti nei contributi del volume. Il saggio introduttivo e i 13 casi di studio esaminano in profondità specifici contesti in cui la violenza si manifesta, la riportano ai modelli e alle forme che assumono lì, cioè in un luogo e in un tempo dati, le relazioni tra uomini e donne, indagano il confine plastico tra uso lecito o illecito della forza nell’ambito domestico e in quello pubblico, i discorsi e le rappresentazioni che vi si accompagnano.»

Laura Schettini:«Certamente la violenza contro le donne ha una storia secolare, ma questo non vuol dire che sia un fenomeno “naturale” e immutabile nel tempo. Gli studi storici, così come quelli antropologici, legano la violenza alle società che si basano sulla diseguaglianza tra uomini e donne, come la nostra. Nel corso del tempo e a seconda delle aree, però, la violenza maschile è variata nelle forme, così come è mutato anche il modo di concepirla e definirla. Ad esempio, quello che oggi noi identifichiamo come violenza domestica e familiare, fino a meno di un secolo fa era considerato uso legittimo della forza da parte del marito capofamiglia. Allo stesso tempo, in passato la violenza maritale era molto comune, ma in generale meno brutale di oggi. Dunque, la storia ci insegna che non si può isolare la questione della violenza maschile contro le donne dal resto delle relazioni sociali e che, quindi, per comprendere le forme in cui si è manifestata bisogna tenere in considerazione i contesti e le identità sociali dei soggetti coinvolti.»

Qual era la condizione femminile nella prima età moderna?
Certamente le donne che sono vissute tra il Cinquecento e l’Ottocento hanno sperimentato forme specifiche di subalternità ai uomini, per cui asimmetrie e vere e proprie disuguaglianze intervenivano in tutti i campi dell’esperienza. Possiamo tranquillamente definire quel mondo come «patriarcale», basato cioè su un principio di supremazia maschile, rappresentato nella sfera domestica dal potere del padre di famiglia, consolidato e legittimato dai sistemi della cultura, del diritto e della religione. Dunque le donne erano escluse dalla sfera politica e giuridica, limitate nella loro capacità di agire in ambito patrimoniale e civile, nell’accesso alla istruzione, nella disposizione di sé, pensate soprattutto in relazione ai ruoli familiari che rivestivano e non nella loro individualità. Come moltissimi studi di storia delle donne e della famiglia hanno ormai ben chiarito, non dobbiamo pensare che il potere del pater familias fosse cieco e tirannico, cioè esercitato indiscriminatamente. Infatti, proprio perché era il principio che ordinava le società e le comunità del passato, il potere del padre era oggetto di riflessioni che ne variavano e consolidavano la validità (pensiamo alle considerazioni di Jean Bodin sul potere pubblico e su quello domestico) e di una applicazione regolata tanto dal diritto quanto dai governi. In questo quadro, se erano riconosciute ai padri di famiglia la responsabilità sul nucleo dei coresidenti (moglie, figli e figlie, personale di servizio e in apprendistato), la potestà di definire l’indirizzo di condotta di tutti i componenti e una correlata prerogativa disciplinare (ius corrigendi), che prevedeva anche il ricorso alla forza e alla coercizione, le istituzioni pubbliche e le comunità intervenivano per sanzionare gli eccessi e offrire protezione alle vittime della violenza maschile.

Il libro prende in esame anche la condizione femminile nell’Italia post-unitaria.
Il XIX secolo e soprattutto la sua seconda metà rappresentano uno snodo cruciale. Infatti, a partire dall’Ottocento compare e si articola un discorso pubblico sulla violenza maschile contro le donne. Se, fino a quel momento, la trattazione e la discussione erano state appannaggio solo dei giuristi e dei magistrati, interessati a definire i profili penali della violenza, le formulazioni nei codici e l’applicazione in sede giudiziaria, ora la violenza diventa un tema intorno a cui si mobilitano l’opinione pubblica, la stampa, l’associazionismo femminile, il mondo politico. Questo determina da una parte una crescente coscienza sociale del fenomeno, dall’altra la consapevolezza che la «violenza» contro le donne è un fenomeno molto complesso e ben più grande della sola violenza sessuale, a cui fino a quel momento si era prestata esclusivamente attenzione. È importante sottolineare come siano stati il pensiero femminile e, soprattutto, le riflessioni nate sulla scia del secondo femminismo ad aver portato ad acquisizioni fondamentali per l’inquadramento del fenomeno quali il legame tra violenza e diseguaglianza, la natura prevalentemente familiari delle aggressioni, la trasversalità (in termini di classe, religione, cultura).

Quando nasce il primo Centro contro la violenza sulle donne?
In Italia il primo Centro contro la violenza sulle donne nasce a Roma nel 1976, quando il Movimento di Liberazione della Donna (MLD) decide di offrire una sponda alle donne vittime di violenza e uno strumento a tutte le donne della città. Nel libro, se ne occupa diffusamente il saggio di Beatrice Pisa e quindi non anticipiamo molto, ma è interessante notare come quella prima esperienza fosse molto diversa da ciò che, dieci o vent’anni più tardi, sarebbero diventati i centri antiviolenza. Al tempo stesso, ci sono tratti comuni a tutte queste esperienze: l’intenzione di sostenere la donna “vittima” a tutto tondo, intervenendo su molti piani contemporaneamente, ma anche la scoperta che gran parte della violenza si registra tra le mura domestiche, è largamente diffusa e non conosce differenze di classe e cultura.

Quando compaiono le prime proposte di legge in materia di violenza sulle donne in Italia?
Sin dagli esordi della costruzione scritta di norme, il diritto si occupa dell’esercizio legittimo e illegittimo della forza. Se, invece, siamo interessati/e a individuare quando si è riconosciuta l’esistenza di un tipo specifico di violenza che era indirizzata contro le donne, possiamo dire che esistono almeno due fasi diverse di intervento legislativo. La prima, più antica, data dal diritto romano e ha riguardato i reati e le offese sessuali. Infatti, per molti secoli la principale forma di violenza contro le donne sanzionata è stata lo stupro e, successivamente, l’aggressione sessuale in genere. Questo ha a che vedere con l’importanza data dalla cultura occidentale alla sfera sessuale femminile, alla capacità riproduttiva delle donne e quindi al controllo di essa attraverso la tutela e il controllo dell’esclusività maschile. Le violenze quindi erano sanzionate non come offesa alla persona, ma come attentato a un bene familiare e comunitario, la capacità riproduttiva delle donne. Una seconda fase di intervento legislativo sulla violenza contro le donne è più recente e ha allargato il perimetro di ciò che è definito violenza, includendo anche comportamenti fino a poco tempo prima considerati legittimi (basti pensare ai maltrattamenti maritali o allo stupro coniugale) e arricchendo di sfumature il senso della «violenza». Inoltre, si è operato un mutamento radicale, affermando definitivamente che il bene offeso che il diritto tutela sono il corpo e l’integrità delle donne, e non beni pubblici come l’onore familiare, la morale o il buon costume. In tal senso, certamente il Novecento è stato un secolo spartiacque: in questo lasso di tempo abbiamo il tramonto dello ius corrigendi, la messa a punto di interventi contro la violenza familiare, la riforma della legge contro la violenza sessuale (1996) che finalmente la iscrive tra i reati contro la persona, l’abolizione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore (1981), ma anche le nuove norme in materia di stalking.

Quale bilancio si può trarre delle politiche europee di contrasto della violenza di genere?
Le politiche europee di contrasto della violenza di genere hanno avuto innanzitutto il merito di raccogliere decenni di elaborazione dei femminismi e delle organizzazioni delle donne e questo ha fatto sì che si presentino per certi aspetti come elaborazioni molto avanzate. Purtroppo l’Italia non ha recepito del tutto i frutti di queste elaborazioni, spesso perdendo delle occasioni importanti. Nel libro, del tema si occupa con grande competenza Maria Grazia Rossilli. Ma l’elemento che ci sembra utile richiamare è che queste politiche hanno sottolineato l’importanza della prevenzione e dell’intervento in ambito educativo e, soprattutto, hanno individuato nel processo di rafforzamento delle donne (a livello occupazionale, economico, sociale e politico) uno dei fattori cruciali per il contrasto della violenza e il mezzo più efficace, sul lungo termine, per neutralizzarne le manifestazioni. Inoltre, la legislazione europea ha ampiamente attirato l’attenzione su una delle questioni più spinose relative alla storia della violenza: i processi di vittimizzazione secondaria a cui le donne che hanno subito violenza sono sottoposte nelle aule dei tribunalie in altri ambiti (comunicazione, relazioni sociali), laddove vengono ancora ripetutamente colpevolizzate, la loro vita e reputazione discusse e sottoposte a giudizio, la loro affidabilità messa in discussione. È, questo, un aspetto fondamentale della storia e del presente della violenza esercitata sulle donne, su cui nel suo contributo l’avvocata Ilaria Boiano scrive cose molto illuminanti.

Come viene raccontato dai media italiani il femminicidio?
Prima di tutto è utile sottolineare che la comunicazione pubblica sulla violenza, sia mediatica sia politica, va progressivamente aumentando e questo è tanto il portato di maggiori sensibilità e consapevolezza sociale nei riguardi del tema, quanto le genera e alimenta. Tuttavia, il modo in cui le violenze e in particolare i femminicidi vengono raccontati risponde troppo spesso a un’ottica emergenziale e soprattutto, come ce lo descrive molto bene Cristina Gamberi, assume solo una prospettiva particolare, che mette a fuoco le donne, lasciando del tutto in ombra gli autori, cioè gli uomini. Anche quando gli articoli o i servizi hanno un contenuto diverso, la parola «emergenza» torna insistentemente, proponendo l’associazione dei ricorrenti femminicidi, maltrattamenti e stupri a uno stato di pericolo incalzante, che stravolge il normale andamento delle cose. Secondo una definizione condivisa nelle scienze sociali, le emergenze sociali si identificherebbero proprio con «situazioni improvvise di difficoltà o di pericolo, a carattere tendenzialmente transitorio (anche se non sempre di breve durata)» [Alessandro Pizzorusso  sull’Enciclopedia delle scienze sociali Treccani]. Questa cornice interpretativa, ricorrente nella comunicazione pubblica, non è innocua.

In primo luogo perché trascura l’ordinarietà della violenza, il suo essere connaturata a determinate relazioni sociali tra uomini e donne che hanno una storia secolare, per iscriverla invece in una dimensione di crisi, di perdita di controllo degli uomini. Non a caso parole molto ricorrenti nel lessico giornalistico sono “raptus”, “eccesso di passione”, “passione malata”, “follia”. In questo modo si sposta, più o meno consapevolmente, la violenza dalla sua causa originaria: la diseguaglianza di potere tra uomini e donne che noi, storicamente e culturalmente, abbiamo posto a fondamento dell’organizzazione familiare e sociale. Inoltre, queste narrazioni della violenza continuano a puntare i riflettori sulle donne: ci dicono quello che hanno sopportato e quanto, come vivevano e si vestivano, quando hanno denunciato e che intenzioni avevano, le rappresentano in immagini che le congelano come vittime fragili. Gli uomini non sono mai raccontati, rappresentati, discussi. Proprio per questo, se continuiamo a mancare di indagare anche i nessi tra mascolinità e violenza, tra uomini e potere, difficilmente riusciremo a creare una cultura e dei modelli veramente efficaci contro la violenza.