La versione di Fenoglio, Gianrico Carofiglio, trama, recensione

Trama

Il maresciallo dei carabinieri Pietro Fenoglio, nel pieno della sua mezza età, segue una lunga sessione di fisioterapia in seguito a un’operazione all’anca. Condivide il tempo dedicato ai suoi esercizi con Bruna, fisioterapista verso cui prova una timida attrazione di stampo adolescenziale, e il giovane Giulio, un ragazzo poco più che ventenne in riabilitazione dopo un brutto incidente stradale. Il carabiniere e il ragazzo danno presto il via a un dialogo profondo che li spingerà a raccontarsi l’un l’altro fino allo sbocciare di un’amicizia composta, che si nutre dei racconti di Fenoglio.

Recensione

La versione di Fenoglio, l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio, pubblicato da Einaudi il 19 febbraio 2019 e subito balzato in vetta alle classifiche dei libri più venduti, è un romanzo bizzarro, che comincia in sordina e termina all’improvviso lasciando il lettore con un senso di indeterminatezza che indispettisce più che soddisfare.

La scrittura di Carofiglio è sempre solida e scorrevole, con una bella fluidità di narrazione che rende molto semplice immedesimarsi nel protagonista e guardare il mondo coi suoi occhi. Potremmo definirlo un punto di vista assolutamente perfetto che rischia però di rimanere superficiale rispetto a una vicenda così normale e quotidiana che, scevra da colpi di scena e climax narrativi, lascia qualche dubbio sulle motivazioni del racconto e sulla profondità dei personaggi secondari.

A differenza del maresciallo Fenoglio, infatti, Bruna e Giulio risultano due parziali sconosciuti, appena scalfiti dall’interesse del nostro punto di vista narrativo ma mai veramente approfonditi. Anche durante i lunghi dialoghi tra Giulio e il maresciallo, l’interlocutore del nostro protagonista risulta così anonimo da apparire semplicemente accennato, tinteggiato con una mancanza d’accuratezza nascosta solo in parte da quella cortina di timidezza che rimane l’unico tratto caratteriale distintivo di questo personaggio.

Insomma, Bruna e Giulio esistono solo in funzione delle narrazioni di Fenoglio, e non riescono a scrollarsi di dosso il ruolo di fantocci accomodati allo scopo di fare da controparte alle elucubrazioni del maresciallo sull’età, le donne, la vita, se stesso e il passato.

Fenoglio, del resto, non fa altro che parlare di sé, impedendo a questi due gregari qualsiasi guizzo che possa renderli interessanti.

In questo contesto il maresciallo non incontra alcuna difficoltà, non deve superare nessuna prova, non fa assolutamente nulla a parte riabilitare la sua anca malata e raccontare di sé e del suo passato. Nonostante sia attratto da Bruna, non compie alcuno slancio nei suoi confronti eppure verso la fine della narrazione ottiene il suo numero di telefono; si trova ad avere a che fare con un ragazzo tranquillo, reduce da un grave incidente d’auto ma assolutamente lontano da qualsiasi tipo di ribellione giovanile, figlio di uno stereotipo borghese degli anni ‘80 e a sua volta stereotipato, che si limita a dire due banalissime parole su di sé e poi a supplicare il maresciallo di raccontare ancora un’altra storia.

Anche le indagini di Fenoglio, se vogliamo dirla tutta, non sono poi così complesse o appassionanti, né presentano alcuna resistenza o seria prova per le doti investigative del maresciallo. Si tratta di storie banali e aderenti all’ordinario, che sicuramente costituiscono un interessante trattato narrativo sulle indagini forensi e sulle metodologie delle forze di polizia, ma non fanno brillare il personaggio per doti diverse dalla sua parlantina.

Il romanzo, come accennato all’inizio, comincia e finisce senza alcun preavviso, lasciandoci con la sgradevole impressione di aver fatto i guardoni nella vita di qualcun altro durante un momento non particolarmente degno di nota, o di aver passato un tempo indefinibile a una festa a parlare con uno di quei conoscenti che, in quelle rare occasioni in cui li incontriamo, ci stordiscono con le loro chiacchiere.

Va comunque spezzata una lancia in favore di Carofiglio: il suo Fenoglio è sì un cinquantenne egocentrico e chiacchierone, ma ha fascino da vendere. Si arriva all’ultima pagina in un lampo, e a quel punto ci si rammarica sinceramente per questo non finale privo di qualsiasi emozione. Avremmo disperatamente voluto veder fare qualcosa, qualsiasi cosa a questo carabiniere così interessante e a cui l’autore non dà occasione di sorprenderci.

Ambra Stancampiano