La vera storia della Repubblica delle banane. 1954: la CIA in Guatemala, Francesco SerinoDott. Francesco Serino, Lei è autore del libro La vera storia della Repubblica delle banane. 1954: la CIA in Guatemala edito da Mursia: quando e come nasce l’espressione repubblica delle banane?
Ufficialmente, è stata usata per la prima volta dallo scrittore statunitense William S. Porter, curioso quanto controverso personaggio meglio conosciuto con lo pseudonimo di O. Henry, noto per i suoi racconti ricchi di giochi di parole. Accusato di appropriazione indebita dal governo federale, alla fine dell’Ottocento riparò in Honduras per sfuggire all’arresto. Conobbe la realtà del luogo, che gli ispirò la scrittura della sua prima raccolta di 19 brevi storie. È in una di queste, L’Ammiraglio, ambientata nell’immaginario piccolo Stato centroamericano di Anchuria, che O. Henry utilizza l’espressione “repubblica delle banane”. Lo scrittore vi descrive l’economia del Paese come basata essenzialmente sull’esportazione di questo frutto, e naturalmente non tardano ad interessarsi ai politici locali alcune spregiudicate compagnie americane. L’ingerenza negli affari interni in qualche modo si istituzionalizza e la corruzione diviene una merce di scambio. Il risultato è che in poco tempo le compagnie ottengono il monopolio nella produzione e commercializzazione delle banane.

Il racconto di O. Henry è un formidabile premonitore storico. Qualche anno dopo l’uscita del suo libro, infatti, in Honduras vi fu un colpo di Stato. Mercenari al soldo della Hubbard-Zemurray Company, compagnia bananiera USA in espansione, rovesciarono il governo e consegnarono il potere a Manuel Bonilla, vecchio leader della borghesia rientrato dall’esilio in USA. Il presidente della compagnia, Samuel Zemurray, in seguito confiderà di aver avuto sempre un debole per quel Paese, dove era più economico comprare un deputato che un mulo. Lo stesso Zemurray, anni dopo, diverrà il principale azionista della United Fruit Company, che dopo la Grande Depressione rilancerà sul piano commerciale fino a farla diventare la maggiore industria di frutta tropicale del mondo.

Il Guatemala del 1954 rappresenta l’evoluzione direi “hollywoodiana” della crisi honduregna d’inizio secolo, e rimane a tutt’oggi un evento simbolo dello strapotere privato e della sua trasversale connivenza con le istituzioni. Non a caso, a rilanciare l’espressione “repubblica delle banane” è stato un film di Woody Allen degli anni Settanta, e da allora è divenuta sinonimo di corruzione e più in generale di cronica instabilità politica caratterizzante i Paesi centroamericani e caraibici.

In che modo la United Fruit Company ha condizionato la vita politica del Guatemala?
È una domanda complessa, che si lega inevitabilmente alla nascita del big business statunitense a cavallo tra Otto e Novecento. In generale, il big business è rappresentante di un modello economico-industriale che protende necessariamente i suoi ingranaggi a 360°. Ha bisogno cioè dell’orizzontalità, con processi di acquisizione della concorrenza, ma soprattutto della verticalità, per il controllo diretto della filiera produttiva. È per questo che la politica è così importante per le multinazionali. Ma c’è di più: in Guatemala, come in altri Paesi vicini, per tutta la prima metà del Novecento la UFC ha agito da monopolista in svariati settori, dai trasporti alle comunicazioni. In pratica, agiva come un’enorme azienda di Stato o, più precisamente, come uno Stato nello Stato. La politica, nell’ottica dei regimi militari al potere in tutta la Regione, si serviva dell’impresa e delle sue infrastrutture per la gestione di servizi essenziali, e l’impresa ne ricavava lauti favori. Era una sorta di bisogno reciproco. In questo senso, tutto il processo di intimidazioni successivo alla Rivoluzione guatemalteca del ’44, sfociato poi nel golpe, tese essenzialmente a ristabilire lo status quo ante.

Qual è la storia della United Fruit Company (UFC)?
All’inizio del Novecento quella delle banane era un’industria in enorme espansione. Il frutto aveva un grandissimo successo negli Stati Uniti, e soprattutto costava pochissimo. Il banano era poi una pianta facile da coltivare e ad alta redditività, il frutto era resistente, facile da stoccare e trasportare, insomma, perfetto per l’esportazione.

La storia della UFC ha inizio nel 1870 con la vendita da parte del capitano Lorenzo Dow Baker, per 2 dollari ciascuno, di 160 caschi di banane provenienti dalla Giamaica. A lui si unirono altri imprenditori del New England e grazie ad una serie di importanti acquisizioni nel giro di un trentennio si trovò a controllare oltre l’80% del mercato USA. A cercare di limitarne il potere arrivò anche una sentenza dell’antitrust USA, che costrinse l’azienda a rivendere il pacchetto azionario di una compagnia acquistata alcuni anni prima.

Alla fine del 1940 la UFC possedeva il 25% delle terre coltivabili del Centroamerica (quasi mezzo milione di ettari nel solo Guatemala), oltre 70 mila capi di bestiame, 2 mila 400 chilometri di linee ferroviarie, reti telefoniche e telegrafiche, radio, tutte le linee di navigazione (con una flotta di 65 navi refrigerate) e impianti praticamente in ogni porto dei Caraibi.

La maggiore disponibilità di risorse che la Seconda guerra mondiale aveva liberato generarono poi un clima commerciale più aperto, così che gli investimenti USA nell’area raddoppiarono in pochi anni, arrivando alla quota stratosferica di 254 milioni di dollari all’inizio del 1950, metà dei quali

con destinazione il Guatemala. I guadagni della United Fruit ero straordinari. Al netto delle spese, nel 1948 le banane costavano all’azienda circa 3,5 cents al chilo, a fronte di un prezzo di vendita al dettaglio di quasi 40 cents. Ciò, le consentì anche di produrre grandi campagne pubblicitarie per “influenzare” l’opinione pubblica americana in favore dei propri interessi.

In Guatemala la UFC aveva in concessione i due più importanti porti commerciali, Puerto Barrios e Champerico, e negli anni Cinquanta avviò poi un altro sistema di commercializzazione. Anziché acquistare nuove terre, infatti, iniziò a comperare frutta direttamente dai piccoli produttori, naturalmente al prezzo che essa stessa imponeva. La compagnia gestiva praticamente l’intero sistemo fluviale del Guatemala, avendo così libero arbitrio sull’intero sistema di irrigazione. Naturalmente, i piccoli produttori si videro costretti a vendere la propria merce.

Il futuro segretario di Stato USA John Foster Dulles era a conoscenza di questa situazione perché figurava tra i principali azionisti della compagnia; suo fratello Allen (futuro capo della CIA) era poi membro del consiglio di amministrazione dell’ufficio legale della UFC, diretto dalla società Sullivan & Cromwell di New York, dove pure Foster Dulles era stato socio. John Moors Cabot, segretario aggiunto per gli affari interamericani, anche lui azionista, era il fratello di un ex presidente della compagnia, mentre il direttore per le pubbliche relazioni della compagnia bananiera, Edmund Whitman, era il marito di Anne, segretaria particolare del presidente Eisenhower. È un quadro piuttosto chiaro.

Come nacque e si sviluppò il colpo di stato ordito dagli USA in Guatemala?
La decisione di muovere contro il governo del Guatemala risale agli inizi degli anni Cinquanta. Nel 1944, libere elezioni avevano portato al potere della piccola Repubblica (che all’epoca contava circa 3 milioni di abitanti) una classe dirigente sinceramente democratica che, ironia della sorte, riconosceva in Franklin D. Roosevelt uno dei simboli progressisti per loro più influenti. Il governo, oltre ad attuare riforme in praticamente ogni settore pubblico, progettò e mise in atto una Legge agraria di vasta portata, la seconda in America Latina dopo quella messicana, che evidentemente compromise l’eccesso di libertà di cui godeva la UFC. Nel 1952, quando ancora i decreti di esproprio che avrebbero colpito le aree incolte detenute dalla compagnia non erano partiti, Truman approvò un colpo di mano nel Paese, preparato dalla CIA, secondo le linee tracciate in un’operazione dal nome in codice “Operazione Fortuna”. Il golpe, a causa di una soffiata, fu abortito, ma l’anno successivo, con il beneplacito del Dipartimento di Stato ne fu organizzato un altro, l’inequivocabile “Operazione Successo”. Materialmente, fu riunito un gruppo di mercenari capeggiati dal tenente colonnello Carlos Castillo Armas, un nazionalista spalleggiato dagli USA da alcuni anni in esilio in Honduras e al quale la CIA aveva promesso la guida del nuovo esecutivo. La tecnica fu semplice: per legittimare l’avanzata dei cosiddetti ribelli, gli Stati Uniti utilizzarono la scusa del “comunismo internazionale”, che secondo la fortunata espressione del segretario di Stato J.F. Dulles, rappresentava quel «cuneo rosso» centroamericano che andava assolutamente estirpato. Tale visione fu prontamente presentata anche nei consessi internazionali di OSA (l’Organizzazione degli Stati Americani) e ONU – a cui in ultima istanza si era appellato il governo Árbenz –, dove gli Stati Uniti attuarono uno scabroso gioco di falsificazione e minacce incrociate agli alleati, affinché votassero favorevolmente la risoluzione anticomunista. Il segretario generale delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjöld, rimase talmente contrariato dalle macchinazioni americane che minacciò le dimissioni pensando che il ruolo stesso dell’Organizzazione fosse stato minato alla base.

In Guatemala, un ruolo di primo piano fu svolto dall’ambasciatore USA John E. Peurifoy, dettto Il Macellaio a causa del suo comportamento non proprio irreprensibile durante il precedente incarico in Grecia, all’epoca in balìa di una sanguinosa guerra civile.

Sul campo, nel giugno del 1954, i “ribelli” entrarono nella capitale dal loro accampamento in Honduras, mentre uomini dei servizi segreti USA convincevano il presidente Árbenz a rimettere il mandato nelle mani di un suo fidato generale, assicurandolo sul compromesso appena raggiunto. Ma, chiaramente, si trattò di un tranello. Ben oleata dalla propaganda americana, alle successive elezioni la maggioranza della popolazione votò per Armas, il “liberatore”. In circa due anni, il suo governo promulgò oltre cinquecento decreti, che in pratica smantellarono ogni ricordo democratico, portando il Paese indietro di almeno cinquant’anni.

Quali conseguenze ebbe il golpe?
Il presidente Armas, una volta esaurita la funzione di ristabilire l’ordine precedente la Rivoluzione, fu misteriosamente assassinato. Fu sostituito da una serie di capi militari, che hanno sottomesso il popolo del Guatemala fino almeno alla metà degli anni Novanta, quando cioè è iniziato il processo di pace. In circa quarant’anni di dittature, in un Paese che vent’anni fa contava circa 12 milioni di abitanti, si erano registrati oltre 240 mila omicidi, alcune decine di migliaia di desaparecidos e oltre 1 milione di rifugiati. E negli ultimi venticinque anni, purtroppo, la situazione non pare esser cambiata di molto. Il Guatemala è ai primi posti al mondo per tasso di omicidi e, purtroppo, uno in cui si registrano più suicidi. È il destino dei piccoli Paesi latinoamericani. Da due secoli schiacciati dalla Dottrina Monroe, continueranno ad essere vittime della forza economica e culturale degli Stati Uniti. Il Guatemala dei “dieci anni democratici” stava provando ad uscire da questo vicolo cieco.

Quanto sono attuali vicende come quella del colpo di stato del 1954 in Guatemala?
La particolarità del colpo di Stato del ‘54 fu l’utilizzo assolutamente moderno della propaganda. Il potere della UFC, infatti, andava ben oltre i legami con la politica. Uno dei suoi consulenti era il celebre Edward Bernays, il padre delle “pubbliche relazioni”, autore di un volume ancor oggi molto studiato e intitolato emblematicamente Propaganda.

Nel momento di massima attività della Commissione McCarthy, quella della minaccia sovietica era la migliore arma a disposizione di Bernays, che ideò campagne pubblicitarie ad hoc per influenzare l’opinione pubblica USA, convincendo molti giornali – anche esteri – circa la natura comunista, peraltro infondata, del governo guatemalteco. È un disegno che ricorda l’atteggiamento USA nei confronti ad esempio dell’Iraq, quando nel 2003 il segretario di Stato Powell mostrò in diretta TV ai rappresentanti del Consiglio di Sicurezza ONU la famosa fialetta di antrace, “prova” delle armi batteriologiche in possesso di Saddam Hussein. Tutti sapevano che si trattava di una bufala. Lo stesso Powell, anni dopo, definirà quel discorso una “macchia” sulla sua carriera.

Insomma, Il vecchio adagio secondo cui la storia è un ciclo che si ripete, dove a cambiare sono le tecniche per la detenzione del potere ma non gli strumenti dell’azione, vale oggi come e più di ieri.