“La vera storia dell’ultimo Stato. Gli Stati Uniti alla conquista delle Hawai’i” di Francesco Serino

Dott. Francesco Serino, Lei è autore del libro La vera storia dell’ultimo Stato. Gli Stati Uniti alla conquista delle Hawai’i edito da Mursia. L’arcipelago delle Hawai‘i è forse la landa più isolata del pianeta, eppure, quello che oggi è il cinquantesimo degli United States of America, la cinquantesima stella sulla bandiera Stars and Stripes, è passato in pochi decenni da uno stato paragonabile al neolitico a una società consumistica tipicamente occidentale: come si è arrivati a questo straordinario rivolgimento?
La vera storia dell'ultimo Stato. Gli Stati Uniti alla conquista delle Hawai'i, Francesco SerinoPossiamo sostenere che nell’arcipelago si è seguita la medesima strategia portata avanti con gli indiani americani, ovvero mettere al primo posto quello che oggi chiamiamo “indottrinamento culturale”: slegare l’identità autoctona dal presente e relegarne così il passato – e tutto il suo profondo significato – a entità sterile. Ovviamente, se nella teoria le cose seguono la logica del formulatore, nella cultura ricevente l’accettazione delle novità va di pari passo con la disponibilità nel farle proprie. In questo senso, la cultura tradizionale hawaiiana si è trovata incredibilmente “ben disposta” verso gli invasori, anche se a dire il vero questa apertura all’Occidente è stata frutto di un’aspettativa mal riposta, che oggi potremmo anche equiparare a un raffinatissimo ricatto del più forte.

In fondo, per gli hawaiiani, abbracciare gli ideali euro-americani (a ‘scoprire’ le isole fu l’inglese James Cook, e in generale gli europei e la loro sete di commercio alimentarono il condizionamento socioculturale della popolazione indigena) ha significato snaturare e desacralizzare il territorio in favore dell’agricoltura ma anche e soprattutto “riprogrammare” la propria esistenza in base alle regole del mercantilismo e del materialismo.

Come si giunse al rovesciamento della regina Lili’uokalani del 1893? 
Il rovesciamento del 1893 è stato l’epilogo naturale di una preparazione politica lunga almeno mezzo secolo. È un unicum nella storia americana. La regina aveva tutte le ragioni del mondo per contrastare l’agenda imperialista USA (e anche negli Stati Uniti l’antimperialsimo era forte tanto quanto gli industriali e i militari espansionisti), ma la nuova società multietnica hawaiiana era ormai irrimediabilmente inserita nel circuito del mercato globale (con buona pace della famiglia regnante, che dalla conversione al protestantesimo aveva tratto anche benefici) tanto da impedire una seria resistenza, relegandola di fatto a una battaglia essenzialmente ideologica.

Cosa ha significato per la popolazione hawaiiana la colonizzazione americana?
In realtà, in un primo momento, nessuno se n’è accorto. Presi da un lato dalla brama del possesso di oggetti europei e americani, dall’altro dal desiderio di riconoscimento del proprio regno come degno protagonista del moderno sviluppo, la popolazione autoctona si è in qualche modo creata una nuova verginità, abbandonando le credenze ancestrali ritenute non più al “passo coi tempi”. È stato perciò un vero autosabotaggio culturale.

Ma bisogna fare una dovuta precisazione. Al momento della scoperta da parte del capitano Cook (1778) si stima che l’arcipelago fosse abitato da circa 700mila individui. Sicuramente non meno di 300mila. Poco meno di cento anni dopo, quando il regno delle Hawai’i godeva del pieno riconoscimento internazionale, i residenti indigeni (o mezzo sangue) erano ridotti a circa 70mila, mentre a cavallo del secolo (l’annessione agli USA è del 1898) potevano arrivare forse a 40mila. La responsabilità principale di questa decimazione è dovuta ai virus stranieri – sia occidentali che orientali – i quali, uniti alla forte immigrazione di cinesi (essenzialmente lavoratori a contratto) e americani, ha in pratica schiacciato i comunque costanti movimenti di liberazione (primariamente dalla sottomissione straniera piuttosto che di rigetto della cultura occidentale) in una morsa impossibile da rompere. A livello ufficiale, il riconoscimento dell’illegale deposizione dell’ultima regina è stato sottoscritto dopo un secolo dai fatti dal presidente Clinton, e ciò ha in parte rigenerato, oltre a una certa solidarietà internazionale, un importante attivismo di recupero identitario.

Quale legame storico hanno le Hawaii con il nostro Paese?
I legami con l’Italia sono antichi e importanti. Innanzitutto, è stato l’esploratore genovese Giovanni Gaetano il primo occidentale ad avvistare le isole, nel 1542. È poi degli anni Venti dell’Ottocento una delle prime pubblicazioni che le descrive dettagliatamente: è il resoconto di un piemontese, Paolo Emiliano Botta, rimasto nell’arcipelago circa due mesi al seguito di un viaggiatore francese.

Il conte triestino Girolamo Dominis, giunto nelle isole nel 1837, fu l’artefice della costruzione di Washington Place, per mezzo secolo residenza reale e oggi dimora del governatore; suo figlio John O. Dominis, egli stesso governatore dell’isola di O‘ahu, fu marito dell’ultima regina ed è l’unico non hawaiiano sepolto al Mausoleo Reale. L’avventuriero Celso Cesare Moreno, un altro piemontese, divenne grande amico di re Kalākaua e indirizzò la politica anti-americana del Regno a cavallo dei cruciali anni Settanta e Ottanta dell’800 fino a rivestire, sebbene per soli quattro giorni, la carica di primo ministro. Ma è anche un importante italiano di adozione ad aver segnato la storia dell’arcipelago: è il celebre rivoluzionario Robert W. Wilcox il quale, dopo aver studiato presso la Scuola di Applicazione di Artiglieria e Genio di Torino e sposato la baronessa Gina Sobrero, rientrò in patria e guidò le rivolte contro la Costituzione delle Baionette (elaborata dagli americani nel 1887) e quella contro il rovesciamento della monarchia nel 1895. Il tutto, indossando l’amata divisa “umbertina”.

Quella della conquista americana delle isole Hawai’i è anche la storia di una profonda trasformazione antropologica: che ne è, oggi, dell’aloha spirit?
Il termine Aloha è in assoluto la “cosa” più conosciuta delle Hawai’i. Tutti, seppur inconsapevolmente, associano la parola a qualcosa di positivo, forse un poco malinconico, ma comunque amichevole, quasi fraterno. È vero, si tratta in fondo della sintesi perfetta di quel sentimento animico che muove, secondo la tradizione locale, l’universo, e aiuta gli esseri umani a mantenere l’equilibrio con la natura. Oggi le isole sono abitate da 1 milione e mezzo di persone, ma gli autoctoni puri sono rimasti poche migliaia. E con il turismo che la fa da padrone (circa 8 milioni di visitatori l’anno), lo spirito di Aloha, oltre che nell’attivismo politico, si conserva – e così si tramanda-, nei musei, anche se i turisti lo “comprano” specialmente nei negozi di Wāikiki, il quartiere più chic di Honolulu.

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