La tribù degli antichisti. Un'etnografia ad opera di un suo membro, Andrea CozzoProf. Andrea Cozzo, Lei è autore del libro La tribù degli antichisti. Un’etnografia ad opera di un suo membro edito da Carocci: cosa significa analizzare da un punto di vista antropologico la «tribù dei grecisti»?
Vorrei chiarire innanzitutto che se parlo di “tribù” a proposito degli Antichisti, e più particolarmente dei Grecisti, è solo per suggerire immediatamente la possibilità di analizzare le idee e le pratiche scientifiche di questo gruppo di studiosi (dei quali io stesso faccio parte: dunque l’analisi ha per oggetto anche me) allo stesso modo in cui vengono fatte oggetto di analisi tutte le altre società umane e in particolare quelle, spesso considerate semplici dal punto di vista della loro organizzazione sia materiale sia culturale, alle quali si dedicano tradizionalmente gli antropologi. Dico tradizionalmente perché, come è noto, esistono anche forme diverse di antropologia: quella urbana, ad esempio di Marc Augé che si occupa del mondo metropolitano; quella che prende il nome di etnometodologia, che ha ad oggetto i modi in cui un gruppo umano struttura le relazioni quotidiane al suo interno per creare l’idea di un “senso (scientifico) comune” (cioè di ciò che esso, attraverso un processo di socializzazione ‘disciplinare’, considera, di periodo in periodo, “normale”); la socio-antropologia della scienza (penso in particolare all’approccio di Bruno Latour); l’etnografia delle organizzazioni… Ecco, direi che La tribù degli antichisti, ponendosi all’incrocio tra questi modi operativi, intende indagare l’ordine dinamico di quel campo del sapere chiamato Grecistica, frutto di una continua negoziazione che avviene attraverso relazioni, pratiche e parole, e insomma attraverso dinamiche comportamentali e retoriche (scritte o orali). Il mio lavoro non è basato su ciò che gli antropologi chiamano “osservazione partecipante”, cioè quella dello studioso che va a vivere con il gruppo da lui studiato, e seguendo le sue regole e le sue abitudini. Piuttosto, visto che io stesso sono già un membro del gruppo che studio, è basato su una “partecipazione osservante”, o, se si vuole, (auto-)osservante. Ho cercato di far tesoro degli insegnamenti dell’antropologia postcolonialista ricordandomi sempre – ed esplicitandolo ai lettori – che questa operazione di analisi delle idee dei Grecisti (di noi Grecisti) a sua volta essa stessa è, e non potrebbe non essere, un’analisi legata ad una prospettiva. Considerare noi e i nostri colleghi come membri di una “tribù” ci aiuta a ragionare sulle nozioni, idee, pratiche di studio e sui fondatori delle “discipline scientifiche” che Noi riteniamo affidabili in modo non diverso da come ragioniamo rispettivamente sulle credenze, sui racconti mitici, sulle pratiche rituali e sugli “eroi fondatori” dei popoli Altri, cioè grosso modo come farebbero questi ultimi, se utilizzassero i nostri strumenti concettuali, nei nostri confronti.

La mia antropologia storica dei Grecisti intende costituire un esercizio di auto-riflessione, di consapevolezza degli strumenti linguistici e concettuali utilizzati nel nostro lavoro, o se si preferisce un esercizio di epistemologia applicata agli studiosi del mondo greco. Si tratta a mio parere di una pratica necessaria se si vuole evitare che il nostro lavoro coincida con un mestiere che si esaurisce in un’operazione di problem solving, cioè nella mera applicazione delle competenze tecniche acquisite (conoscenza della lingua e della storia greca, della filologia che ci dice come costruire un’edizione critica dei testi antichi etc.). Si tratta di non rassegnarsi ad accettare acriticamente il modo di studiare che si è appreso, e che come dicevo ha a che fare unicamente con la socializzazione disciplinare nella quale si è vissuti, ma – l’approccio antropologico che propongo si può spiegare anche in questo modo – di estendere il campo della storia della storiografia. Infatti questa, di solito limitata all’analisi dei vari momenti della nostra tradizione di studi passata, si eserciterà ancora più proficuamente nel prendere a tema anche il nostro presente e soprattutto il corpus del sapere in cui noi studiosi contemporanei (al di là degli specifici metodi professati o delle specifiche scuole di appartenenza) siamo immersi, “gettati” direbbe Heidegger, e per questo ci sembra appunto “normale”, “ovvio”, “indiscutibile”. È tale estensione dell’analisi che può permettere una consapevolezza più ampia, comprendente il momento del problem making, cioè dell’impostazione dei problemi da risolvere in rapporto ai presupposti e agli scopi sociali che si vuole che il proprio studio abbia. È qui che si gioca la forma del collegamento, esplicitamente scelto o oscuramente subìto come apparente asetticità e imparzialità, tra il lavoro che si svolge all’interno della tribù e il mondo più ampio in cui essa vive.

Come sono organizzati la vita e il lavoro dei grecisti?
Il contesto è quello accademico, oggi, ancor più che al momento in cui ho scritto il libro, funestato e anzi schiacciato dalla pervasività burocratico-amministrativa. È questo che detta le regole, la prima delle quali sul piano intellettuale è che i membri della tribù, liberandosi il più possibile dei loro pre-giudizi, devono esprimersi scientificamente, mediante argomentazioni chiamate razionali – come se (Aristotele doceat) qualsiasi argomentazione razionale non si fondasse su un pre-giudizio. Il comportamento è tendenzialmente di tipo competitivo sul versante della ricerca scientifica e di tipo collaborativo per la creazione di una rete di potere che consenta di far risultare vincente una certa scuola di pensiero. La didattica è l’altro campo in cui si esercita l’attività della figura in oggetto, e comprende, secondo un’impostazione diffusasi a partire dalla Germania dell’Ottocento, lezioni e seminari: al di là delle loro differenze, entrambe queste forme cooperano, inconsapevolmente, a limitare la libertà di pensiero di chi apprende, provvedendo ad incanalare l’attenzione di quest’ultimo, rispettivamente, sui contenuti disciplinari e sul modo di risolvere un problema (filologico, interpretativo etc.).

Chi ne sono i suoi ecisti e quali miti tramanda questa tribù?
Come ogni tribù, anche noi Grecisti abbiamo un eroe fondatore, Friedrich August Wolf, che nel 1807 pubblica la sua programmatica Esposizione della scienza dell’antichità. Ora, dal punto di vista dell’antropologia storica con cui guardo a questa fondazione, le cose appaiono un po’ diversamente da come solitamente si raccontano all’interno della scienza degli Antichisti. Il parto wolfiano della scienza dell’antichità (Alterthumswissenschaft) non avviene, e men che meno la creatura si afferma poi nel tempo, semplicemente per un atto di eroica intelligenza che improvvisamente comprende come studiare “correttamente” il mondo greco e di ciò persuade i contemporanei (e i posteri!), bensì per un concorso di cause che semplificherei così:

  1. sul piano della sincronia, Wolf opera in collaborazione con amici che occupano posti di rilievo, posti di Potere nelle Istituzioni culturali del tempo, pienamente solidali con quel modo di pensare: Wilhelm von Humboldt (capo della Sezione per la cultura e per l’insegnamento, alla dipendenza del ministero degli Interni), che riforma in senso idealistico-umanistico il sistema di istruzione prussiano e fonda l’università di Berlino (dove vanno a insegnare sia Wolf sia August Böckh, allievo di quest’ultimo), e Friedrich Schlegel, che dà in alcuni suoi scritti un fondamento filosofico alla filologia;
  2. sul piano della diacronia, Wolf fa parte di una complessa catena reticolare di cattedratici che ne assicura il successo;
  3. Wolf lega la sua visione scientifica (che, sia chiaro, in tutto questo non va misconosciuta) all’idea che il mondo e la letteratura antica costituiscono l’immagine ideale dello spirito della Nazione e a quest’ultimo dunque gli scritti greci e latini sono utili dal punto di vista educativo – il che spiega la crisi degli studi classici nell’attuale situazione di globalizzazione (ho sviluppato tutto questo ulteriormente, rispetto a quanto già scrivo nel libro, in un articolo, F.A. Wolf, la scienza dell’antichità e noi: come possiamo uscire dal XIX secolo?, pubblicato sulla rivista “Mètis” nel 2011).

 

Quali criteri di validità e stili di scrittura si sono imposti nel campo della grecistica?
Ho identificato, sulla base delle forme di scrittura e dei destinatari, quattro tipologie di testi prodotti dai docenti universitari: produzione scientifica (per i colleghi), manualistica (per gli studenti), traduzioni (per gli studenti e, diciamo così, i lettori colti), opere di propaganda (per la società in generale). Naturalmente la classificazione è molto schematica e le considerazioni in merito agli stili di scrittura devono invece tenere conto di una maggiore approssimazione alla realtà. Per esempio, la produzione scientifica si mostra abbastanza asettica nella forma argomentativa (con tendenza all’uso del verbo impersonale che oblitera la soggettività dell’autore, all’accumulo di note a pie’ di pagina – queste ultime, in realtà, possono avere anche un valore ‘politico’, per alludere alla ‘scuola di pensiero’ di appartenenza – etc.) negli studi pubblicati in riviste scientifiche per gli specialisti; invece, nella sua declinazione di saggistica rivolta anche a studenti, docenti delle scuole e pubblico colto, essa utilizza uno stile più fluido e narrativo, a volte anche letterario, e un numero di note non eccessivo. Nel libro ho presentato qualche caso storico in cui lo stile di scrittura ha discriminato fortemente, in ambito specialistico, chi ha utilizzato la prima persona singolare o la forma della narrazione o il tono poco forte. Insomma, la “scienza” – per la verità, direi, non solo nel campo della Grecistica o degli studi umanistici ma, come mostrano alcuni epistemologi, anche nell’ambito delle “scienze dure” – è un’impresa reticolare e complessa per la cui affermazione anche l’aspetto retorico (nel senso non negativo del termine) ha una grandissima importanza.

Lo studio dei Greci serve a che cosa?
Serve … a ciò a cui lo si fa servire, a seconda di come lo si usa, a seconda di ciò in cui lo si fa consistere. In questo momento, mi sembra per lo più ancora arroccato sulle posizioni ottocentesco-wolfiane e il fatto che moltissimi dei corsi di laurea universitari in Italia si chiamano “Scienze dell’antichità” mi pare fortemente indicativo. Ancora legato all’idea del motto “i Greci sono i nostri padri”, in un mondo sempre più inevitabilmente (e consapevolmente) multiculturale e anzi interculturale, non vedo in che modo questo studio chiuso in se stesso, come dicevo sopra, possa non essere destinato a scomparire. C’è anche uno studio dei Greci di carattere antropologico, caratterizzato da quello stile narrativo e più leggero cui facevo riferimento prima e più aperto alle persone ‘colte’ in generale.

Personalmente credo che una torsione di quest’ultimo approccio in senso comparativo – comparativo con il mondo contemporaneo e posizionato (in senso foucaultiano) rispetto ad esso – possa essere una buona strada da percorrere per renderlo utile: utile non nel senso economicistico del termine ma in quello civico, sociale. Insomma, utile per riflettere criticamente sul presente, per guardare ai nostri problemi attuali dal punto di vista non di chi pretende immediatamente di risolverli ma di chi vuole innanzitutto ragionare sulla loro impostazione. La questione è ancora una volta quella del problem making da non appiattire sul problem solving.

Sempre alla luce di tale questione si pone un’altra via di studio che mi pare possibile, quella volta ad indagare le forme di gestione nonviolenta dei conflitti. Il suo scopo sociale è quello di abituarci a farci vedere la storia non come processo di cui è motore la violenza – si pensi alla diffusa idea della storia greca come storia di guerre momentaneamente interrotta da qualche pace – ma come luogo in cui mille volte l’arte della mediazione e della creatività ha messo fine o impedito la violenza. Questo modo di vedere ci educherebbe ad adottare anche nei nostri conflitti quotidiani modalità di risoluzione pacifiche e creative.

Se mi è consentito quello che potrebbe aver l’aria di essere un piccolo spot pubblicitario ma in realtà risponde a qualche amico che mi ha detto che il libro presenta un’ottima pars destruens ma lascia dubbi nella pars construens –, proprio alla luce di questo paradigma ho scritto due altri volumi: «Nel mezzo». Microfisica della mediazione nel mondo greco antico (2014) e Riso e sorriso e altri saggi sulla nonviolenza nella Grecia antica (2018).

Quali effetti di potere rischiano di rendere quella custodita dai grecisti una forma di conoscenza autoritaria?
Se posso, riformulerei la domanda in questo modo: quali effetti di potere comporta il sapere dei Grecisti?

La risposta è questa che segue. Espresso nella maniera più stringata e schematica possibile, il mio punto di vista è che la Grecistica, nella forma e nei contenuti considerati nel mio libro, rischia:

  1. di far credere che i soli Greci siano i nostri antenati o siano i nostri antenati più illustri, con quel che ne consegue sul piano del giudizio nei confronti delle altre culture;
  2. di fare alienare dal mondo contemporaneo, o di interessarsi ad esso in modo schizofrenico, per così dire nel dopo-lavoro, lasciando invisibile il nesso esistente tra il modo di studiarli, già a partire dalle categorie all’interno delle quali li si classificano (per es., non è cosa indifferente chiamare i cosiddetti primi filosofi “presocratici” o “sapienti” – tra l’altro, senza aver chiaro cosa significhi “sapienti” – o in altro modo ancora…) e il mondo in cui si vive, e che magari si vorrebbe trasformare in una direzione ben diversa da quella a cui porta il modo inconsapevole in cui li studiamo! Un intero capitolo ho dedicato, a questo proposito, alla filologia e ai suoi impliciti perfino nell’organizzazione grafica del testo.
  3. di farci credere che, mentre facciamo bene a sottoporre all’analisi scientifica – retorica in primo luogo – le categorie discorsive del senso comune, non abbiamo bisogno di fare altrettanto quando si tratta proprio delle nostre categorie scientifiche (dalle quali così “veniamo parlati’, anziché ‘parlarle’), e così abituarci ad inchinarci aproblematicamente di fronte all’autorità della scienza, alla quale invece non con inchini dobbiamo rivolgerci ma con vigile attenzione e faticosa consapevolezza derivante da lenta riflessione e da molto studio senza confini disciplinari.