La trasmissione dei testi latini. Storia e metodo critico, Paolo ChiesaProf. Paolo Chiesa, Lei è autore del libro La trasmissione dei testi latini. Storia e metodo critico edito da Carocci: con quale affascinante percorso sono giunte fino a noi le opere latine dell’antichità e del medioevo?
Se noi oggi possiamo leggere opere scritte nell’antichità o nel medioevo, cioè prima dell’invenzione della stampa, lo dobbiamo al fatto che di queste opere ci sono state tramandate delle copie manoscritte, tutte inevitabilmente diverse l’una dall’altra, dato che la copiatura a mano era un lavoro artigianale che ogni volta produceva un risultato poco o tanto diverso. Si tratta di un percorso lungo e in gran parte sotterraneo, perché quasi mai riusciamo a seguirlo in tutti i dettagli. Delle opere latine dell’antichità classica, ad esempio, non possediamo nessun manoscritto d’autore; nella maggior parte dei casi, le copie che ci sono rimaste sono pienamente medievali, scritte cioè parecchi secoli più tardi, in contesti storici e sociali molto diversi da quelli originari. Evidentemente alcuni manoscritti antichi di quelle opere erano sopravvissuti fino al medioevo, e hanno generato le copie oggi esistenti; ma quanti mutamenti si sono prodotti in questi passaggi per noi sconosciuti? Quanto il testo originale è diventato diverso? Del resto, la cultura del medioevo e dell’età moderna si è costruita a partire dalle opere antiche, che venivano lette però nelle forme presentate dai manoscritti medievali; ricostruire il percorso dei classici, per quanto possibile, è perciò un importante strumento anche per la comprensione del moderno.

Quali fattori materiali, economici e culturali ne hanno condizionato la trasmissione?
La circolazione di un’opera letteraria – e quindi anche la sua trasmissione nel corso del tempo, che è un aspetto particolare della circolazione – è condizionata da molti fattori: l’attività delle scuole, il funzionamento delle biblioteche, le ideologie dominanti, la presenza/assenza di un mercato librario, la posizione sociale degli intellettuali. Fra questi fattori ve ne sono anche di molto materiali, come la prevalenza di un determinato supporto di scrittura (il papiro, la pergamena, la carta…) o la disponibilità economica per produrre e acquistare libri. Gli studiosi sono da molto tempo ben consapevoli di tutto questo, ma spesso il pubblico dei non specialisti tende a considerare la cultura come un’entità astratta, che si trasmette un po’ spiritualmente da un’epoca all’altra; è bene perciò ricordare che i testi sono scritti su libri, e che i libri sono oggetti materiali, richiedono artigiani che li confezionino, hanno un loro costo, devono essere conservati, circolano in maniera più o meno ampia a seconda delle mode e delle idee del momento. Questi fattori sono perciò i primi e imprescindibili agenti nella produzione di conseguenze culturali.

Come circolavano i testi nell’antichità?
Nell’antichità latina il materiale di scrittura più usato, almeno per i testi letterari, era il papiro (una fibra vegetale); in misura minore si usava la pergamena (ricavata da pelle di animale). La forma più consueta di libro era quello di rotolo, costituito da molti foglietti di papiro (o di pergamena) incollati l’uno di seguito all’altro; ai due capi venivano inserite delle bacchette di legno o di osso, e il rotolo veniva avvolto e svolto girando le bacchette per consentire la lettura. Accanto alla forma di rotolo esisteva però anche quella del codex, nella quale i foglietti, anziché essere incollati in successione, erano piegati e rilegati di costa: una forma cioè del tutto analoga ai libri che si usano oggi. In età imperiale, la pergamena come supporto di scrittura e il codice come forma del libro guadagnarono progressivamente terreno, e finirono per soppiantare pressoché totalmente il papiro e il rotolo. Questo mutamento ebbe anche conseguenze sulla trasmissione dei testi precedenti: quelli che non vennero copiati sui nuovi supporti ebbero minori probabilità di sopravvivere. Sulla circolazione delle opere nell’antichità ebbero grande peso alcuni fattori stabilizzanti, come la forza delle scuole e l’autorità delle biblioteche, nonché la presenza di un commercio librario: questi fattori contribuirono a formare dei testi standard, che sono poi quelli che vennero trasmessi alle epoche successive; è difficile per noi dire quanto questi testi standard rappresentassero davvero gli originali degli autori.

Con quali metodi critici i filologi di oggi analizzano quanto è tramandato nei manoscritti, alla ricerca delle forme primitive?
Chi legge un’opera che fu scritta nell’antichità o nel medioevo non sempre è consapevole del fatto che il testo che ha davanti è frutto di una lunga e difficile indagine critica. L’indagine è necessaria perché della massima parte di questi testi – praticamente di tutti quelli antichi, e della gran parte di quelli medievali – non ci è giunto il manoscritto prodotto dall’autore, ma soltanto delle copie, tutte diverse l’una dall’altra; se vogliamo conoscere la forma originale, o quanto meno avvicinarci ad essa, è necessario interrogare queste copie e individuare quali di esse riportano un testo più vicino a quello primitivo. Per effettuare questa indagine ci si basa soprattutto sull’analisi delle varianti presenti nei codici, che permettono di ricostruire i percorsi di copiatura. Se ad esempio in un certo numero di manoscritti si ritrova una medesima lacuna nel testo, è evidente che quei manoscritti sono fra loro collegati: quel guasto si sarà prodotto in un particolare codice, ed è stato poi ereditato da tutti gli altri che sono stati copiati da quello. Procedendo in questo modo, o con ragionamenti analoghi, si tenta di ricostruire una mappa della trasmissione, che consenta di evidenziare i manoscritti più importanti, e di fornire una guida per selezionare quando i codici presentano delle varianti contrapposte. Naturalmente i margini di incertezza restano molti, e raramente si può giungere a ricostruire un testo ‘sicuro’; ma il risultato di questo lavoro permette comunque di avvicinarsi all’originale; se vi rinunciassimo, saremmo costretti ad accontentarci di testi molto meno conformi a quanto avevano scritto gli autori antichi e medievali, con la conseguenza di un generale travisamento della nostra conoscenza di quei periodi.

Quali episodi significativi della trasmissione storica dei testi presenta il libro?
La parte più ampia del libro consiste nella presentazione e discussione di casi di studio, in parte relativi alla storia dei testi, in parte ai metodi che i filologi applicano per la loro ricostruzione. Per quanto riguarda la storia dei testi, gli esempi trattano fra l’altro di varianti già esistenti nell’antichità (gli esempi sono presi da opere di Cicerone e Virgilio), della diffusione delle proprie opere da parte di un autore (Agostino), dei più importanti momenti di studio di classici fra il medioevo e l’umanesimo (legati ai nomi di dotti come Lupo di Ferrières, Poggio Bracciolini o Angelo Poliziano), di alcuni manoscritti famosi che ebbero vicende travagliate o andarono distrutti. Per quanto riguarda i metodi, si prendono in considerazione sia casi in cui la tradizione e ricostruibile con maggiore sicurezza (come per il De vulgari eloquentia di Dante, per le opere maggiori di Tacito o per il De rerum natura di Lucrezio), sia casi difficili da decifrare (come quelli dell’Eneide, del Bellum civile di Lucano o del Satyricon di Petronio); si presentano anche situazioni per le quali sono attestate varianti d’autore (il Policraticus di Giovanni di Salisbury), e per le quali il testo dei manoscritti è irrimediabilmente corrotto ed è quindi necessario avanzare congetture (gli esempi sono tratti da Marziale, Orazio, Ovidio). L’ultimo capitolo presenta qualche cenno allo studio di cui fu oggetto la Bibbia latina, il testo che più di ogni altro suscitò nel corso della storia l’attenzione dei filologi, che principalmente a partire da esso elaborarono i propri metodi.