Dott. Giacomo Raccis, Lei è autore del libro La trama edito da Carocci: cosa si intende innanzitutto per «trama»?
La trama, Giacomo RaccisQuello di trama è un concetto trasversale a varie categorie elaborate nel corso del tempo dalla teoria letteraria. Ad esempio, la trama non è riducibile ai concetti di fabula e intreccio, che nella narratologia tradizionale (quella dei formalisti russi o di Chatman) indicano rispettivamente l’ordine cronologico dei fatti di una storia e l’ordine narrativo in cui questi vengono ricombinati nel racconto. La trama corrisponde piuttosto a uno «schema sintetico» dell’intreccio, al quale va aggiunto però un surplus di significato che deriva proprio dal modo dinamico con cui si articolano gli eventi narrativi. La trama non è quindi solo «il romanzo nel suo aspetto logico e concettuale», come diceva Edward Morgan Forster, ma è anche il meccanismo con cui le sequenze narrative si succedono nel tempo, il ritmo che imprimono al racconto e gli specifici processi di ricezione a cui danno luogo.
Oggi come oggi, poi, le trame sono dappertutto, perché ogni aspetto della realtà sottoposto a comunicazione viene trasformato in narrazione (dalla pubblicità alla gestione d’impresa); imparare a riconoscerle, allora, può essere utile per districarsi in questo mondo.

Come si sono evolute le trame nella storia del romanzo?
Non è facile individuare un percorso lineare nel corso della storia del romanzo, che vede tendenze, culture e quadri concettuali avvicendarsi ma in maniera non sempre lineare, almeno dal punto di vista della cronologia. La storia del romanzo è una storia di trame riprese, citate, riscritte: basti pensare che quello che abitualmente consideriamo il primo romanzo della tradizione occidentale, il Don Chisciotte, nasce come parodia dei poemi cavallereschi del Cinquecento, in un’epoca in cui la cavalleria andava scomparendo per via di una serie di trasformazioni sociali e anche tecnologiche. L’evoluzione del romanzo è sempre connessa ai cambiamenti della realtà che racconta e in cui viene concepito. Così, mentre all’inizio del Settecento, nella laboriosa Inghilterra, Daniel Defoe crea il personaggio di Robinson Crusoe, campione di una borghesia imprenditoriale pronta a conquistare l’intero globo grazie alla sua intraprendenza commerciale e al suo nuovo credo individualista – raramente si ricorda che, al ritorno dall’isola deserta, Robinson monetizza la sua esperienza rivendicando l’usufrutto delle terre americane acquisite prima del naufragio –, il resto dell’Europa continentale si trova ancora immerso in un sistema culturale e letterario d’ancien régime, dominato da temi, scenari e valori aristocratici – per non infrangere la morale del rango la giovane Giulia d’Etange, protagonista dell’omonimo romanzo epistolare di Rousseau, rinuncia a sposare l’amato Saint-Preux, sfortunatamente borghese, e siamo nel 1761.

Quali sono i generi e le opere che ne hanno fornito i modelli?
Ragionare per generi mi è sembrato il modo più efficace per affrontare la storia lunga e complessa del romanzo occidentale. In questo senso, il caos delle opere può essere ricondotto – con una certa approssimazione – a una sequenza sufficientemente ordinata, e soprattutto corrispondente all’evoluzione dei quadri storico-culturali. Così, il Seicento si presenta come il secolo del romanzo picaresco, con il Don Chisciotte a legare l’antica tradizione del romance cavalleresco e la nuova stagione del novel; le avventure, naturalmente, si protraggono ancora nel Settecento, ma già Robinson Crusoe mostra come il bisogno di esotismo si affianchi a un interesse per la cosiddetta middle-station of life. E non a caso, la sfera dell’esistenza privata viene sottoposta allo sguardo occhiuto e smaliziato del romanzo epistolare, che trova nelle Relazioni pericolose di Laclos l’espressione più controversa, e per questo moderna. Ma siamo ormai alle soglie dell’Ottocento, secolo che vede fiorire il romanzo di formazione, metafora del processo di socializzazione dell’individuo nei nuovi sistemi di organizzazione dell’esistenza collettiva (dalle classi sociali agli organismi statali): vicende non sempre lineari, ma tendenzialmente a lieto fine, come quelle dei giovani protagonisti dei romanzi di Dickens. Ma l’Ottocento è anche il secolo del romanzo storico e del romanzo realista, due facce di una stessa medaglia, quella che vede il romanziere farsi «segretario della realtà» – passata o presente. Da Balzac a Flaubert, da Scott e De Roberto: è questo l’asse portante della letteratura ottocentesca, che tuttavia appare sempre più in difficoltà nel restituire la realtà a un significato comprensibile e “narrabile”. Si prepara così il campo agli spaesamenti del modernismo di inizio Novecento, ben rappresentati dagli inetti d Kafka, Svevo o Pirandello e dai flâneur – reali o potenziali – di Joyce, Woolf e Proust. Con le due guerre mondiali e la massificazione della cultura, poi, lo scenario si complica ulteriormente e si fa caotico, convivono poetiche e forme narrative diverse; ma quelle che più segnano l’epoca sembrano essere le scritture che recuperano in maniera straniata (e divertita) la tradizione del romanzo – come nel caso del romanzo postmodernista, da Pynchon a Bolaño, passando per Perec – oppure che si muovono ambiguamente sul confine tra fiction e non-fiction – come nel caso dell’autofiction, portata a livelli esemplari da classici moderni come Philip Roth e Walter Siti.

Quali espedienti si possono adottare per avvincere i lettori ai propri racconti?
Non è semplice rispondere, per chi come me non si è mai cimentato nella narrazione, ma si è sempre limitato a studiarla e apprezzarla. Ancora una volta, l’approccio storico permette di vedere che ad ogni epoca corrispondono strategie diverse; non foss’altro che per le trasformazioni di contesto che l’esperienza di lettura ha subito nel tempo. Nel Settecento “era sufficiente” dare accesso ai tormenti sentimentali dei protagonisti mettendone in mostra le confessioni più private per coinvolgere i lettori, sprofondandoli nelle retoriche più sdilinquite (si pensi al successo incontrollato di opere che oggi appaiono lontanissime dalla nostra sensibilità, come il Werther di Goethe o l’Ortis di Foscolo); agli albori del nuovo millennio, invece, sembra che ciò che più riesce a coinvolgere chi legge sia la costruzione di impalcature narrative in cui verità e finzione si mescolano senza soluzione di continuità, aprendo il dubbio circa l’effettiva consistenza della realtà. A ogni tempo, quindi, i suoi espedienti, e le sue trame.