La tragedia greca, Andrea RodighieroProf. Andrea Rodighiero, Lei è autore del libro La tragedia greca edito dal Mulino: quando e come nasce il genere tragico?
Una domanda giusta e complessa, che richiederebbe una risposta articolata e altrettanto complessa. Possiamo ovviamente provare a sintetizzare. Siamo nel VI secolo a.C., in Grecia, e in particolare ad Atene, anche se gli apporti che conducono al genere tragico sono di varia provenienza: cori in onore di eroi del passato, il genere dei ditirambi (canti e danze dedicati al dio Dioniso), una incerta presenza di satiri (esseri semiferini) sono alcuni degli ‘ingredienti’ originari. Il quadro di sintesi che possiamo offrire prevede più o meno quanto segue:

– una fase che potremmo definire ‘ditirambica’, con un coro che esegue danzando canti in onore di Dioniso e che in forma di ballata narrativa lirica sviluppa sezioni della tradizione mitica, ‘porzioni’ di racconti con dèi ed eroi a protagonisti, specialmente Dioniso.

– Una fase successiva di maggiore autonomia nei contenuti delle azioni eroiche (non più necessariamente legate al mito di Dioniso), rappresentate da cori che nelle fonti antiche sono definiti ‘cori tragici’.

– Si ebbe infine l’abbandono della sola dimensione lirica (il canto), con l’inserimento (dalle fonti attribuito al poeta e attore Tespi, intorno al 540-530 a.C.) di una voce dialogante nel dialetto della città di Atene (l’attico); non dobbiamo immaginare, per le origini, un vero e proprio dialogo, ma una sorta di prologo alla sezione cantata, eseguita da un coro (che non dimentichiamo: cantava e danzava insieme); questo prologo doveva essere semplice, e utile a spiegare i contenuti del canto stesso.

Siamo ovviamente ai primordi: poi la forma della ‘tragedia’ si sviluppa in modo compiuto tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C. Rimane incerta anche l’etimologia della parola ‘tragedia’, che indicherebbe letteralmente il ‘canto del capro’, con riferimento forse al fatto che all’origine il premio che si riceveva in caso di vittoria in una gara fra tragedie era appunto un capro.

A chi si rivolge la produzione tragica greca?
Nella sua fase più matura (diciamo a partire dal poeta Eschilo, dalla prima metà del V secolo a.C.) il pubblico è quello della città di Atene e di coloro (anche stranieri) che vi si trovavano di passaggio, per ragioni politiche o commerciali. Potevano andare a teatro i cittadini maschi che avessero raggiunto la maggiore età, mentre rimane incerta la presenza delle donne (e dei bambini). Consideriamo specialmente un fatto politico: dopo la cacciata dei Pisistratidi, i tiranni di Atene, la polis attica si era data come forma di governo una democrazia: ma il genere era già stato promosso sotto Pisistrato e poi sotto i figli Ipparco e Ippia (fino al 510 a.C.); in una città governata da un tiranno anche la produzione culturale giocava un ruolo importante e poteva produrre consenso. Nel passaggio alla democrazia, a partire da Clistene, la tragedia venne in qualche modo inglobata, dentro celebrazioni che prendono il nome di ‘Dionisie della città’, cioè feste cittadine in onore di Dioniso, alle quali partecipano tutti e che durano più giorni.

Come sono organizzati gli spazi della rappresentazione e i testi?
Nelle fasi iniziali, forme di proto-spettacolo andarono in scena nella agorà, la piazza cittadina. Presto però lo spazio teatrale di riferimento diventa il teatro in onore di Dioniso, originariamente in legno, sulle pendici meridionali dell’Acropoli, e poi edificato in pietra fra il 340 e il 320 a.C. circa. Lo spazio era organizzato secondo una logica ‘naturale’: gli spettatori sedevano sulle pendici della collina e guardavano (theatron è il ‘punto da cui poter vedere’) uno spazio all’origine forse rettangolare, sul quale si muoveva un coro, lo spazio che prende il nome di orchestra. Sullo sfondo dell’orchestra stava la scena, che subì probabilmente un’evoluzione, con – nella fase più matura – un fondale che rappresentava generalmente un palazzo, un tempio o la tenda di un accampamento.

Quando pensiamo alle prime rappresentazioni non dobbiamo immaginare una situazione uguale a quella oggi, osservabile ad esempio nei teatri di Siracusa o di Epidauro.

Il ‘testo’ della tragedia è organizzato secondo una distinzione potremmo dire triplice per quel che riguarda le modalità della performance: ci sono delle parti recitate da attori, parti cantate dal coro (a volte anche da attori in quelle che vengono definite ‘monodie’) e sezioni in ‘recitativo’, qualcosa di lontanamente assimilabile alla tecnica che viene usata nel melodramma. Una tragedia si compone generalmente di un prologo (la parte iniziale: specialmente Euripide vi inserisce le informazioni principali), una parodo, cioè il canto di entrata del coro nello spazio dell’orchestra; seguono gli episodi, in numero e di lunghezza variabile, prevalentemente in un metro che prende il nome di trimetro giambico: sono le sezioni recitate dagli attori. A volte dentro gli episodi ci sono duetti lirici, fra attore e coro, o anche fra due attori. Il dialogo può essere serrato, addirittura con sezioni in cui ciascun verso viene pronunciato da uno dei due/tre attori (tale era il numero: erano tutti maschi e ricoprivano più ruoli). Ma ci sono anche sezioni più ‘distese’ e narrative (specialmente quando entra in scena un Messaggero che deve riferire di fatti accaduti altrove). A separare gli episodi si collocano i canti del coro, i cosiddetti ‘stasimi’, che prevedevano un canto generalmente articolato in coppie strofiche sulla musica di un ‘aulo’, uno strumento a fiato, e con movimenti di danza. L’esodo, infine, preludeva al termine del dramma stesso, con l’uscita di scena del coro e dei personaggi. Non dimentichiamoci che il teatro greco ‘avviene’ di giorno e non prevede l’uso di un sipario.

Quale ruolo vi svolge il mito e il sacro?
Fondamentale. Anche se dobbiamo distinguere fra ‘mito’ e ‘sacro’. I personaggi tragici sono in genere (con la sola eccezione dei Persiani di Eschilo) tratti dalla tradizione mitica antecedente, specialmente personaggi legati alle grandi epopee omeriche (ma non a episodi narrati nell’Iliade e nell’Odissea), o a grandi famiglie, come i Labdacidi (da cui discendono Edipo, Polinice, Eteocle e Antigone) e gli Atridi (con Agamennone, la moglie Clitemestra, i figli Ifigenia, Elettra e Oreste). Altri miti (come quello di Medea) sono antichissimi, e ripresi e variati anche da altri generi, come ad esempio la poesia lirica per coro (un nome per tutti: Pindaro).

L’aspetto rituale coinvolge inevitabilmente Dioniso. Però le tragedie non hanno così ‘tanto a che fare’ con Dioniso, e le Baccanti di Euripide sono il solo dramma superstite che ne tematizzino esplicitamente il mito. La tragedia attica si colloca però senz’ombra di dubbio sotto la tutela sacrale di Dioniso, e tutto si svolge durante la sua festa e sotto la sua giurisdizione territoriale. La festa delle Grandi Dionisie si svolge infatti non lontano dal tempio che porta il suo nome e sotto il suo sguardo vigile, in un teatro a lui intitolato. Pur senza alcun ruolo attivo, al centro della prima fila sedeva in un posto d’onore il sacerdote consacrato al suo culto, quasi a garantire l’efficacia del rito dionisiaco, e l’attore che usciva vittorioso dalla gara di solito lasciava come ex-voto la sua maschera nel santuario del dio. La tragedia greca, gli spettacoli drammatici, si svolgono dunque durante una festa religiosa e consacrata al dio, ne sono parte essenziale.

Quale funzione e quale impatto ebbe la tragedia sulla città di Atene nel V sec. a.C.?
Sulla funzione i pareri sono molto discordi. Diciamo che si possono riassumere entro due grandi filoni della critica. Secondo una linea minoritaria, il teatro tragico era semplicemente un ‘modo per divertirsi’, raccontava delle storie mitiche per un pubblico contento di assistere agli spettacoli (non diversamente, per dire, dal teatro elisabettiano, con una forte spinta alla funzione di intrattenimento e senza alcuna pretesa ‘educativa’). Si tende però a pensare che viceversa il teatro avesse anche una precisa funzione diciamo pure ‘politica’. Siamo spesso costretti a fare i conti, nelle nostre valutazioni, con la Poetica di Aristotele e con la definizione che egli ci offre (la tragedia che ‘purifica’ lo spettatore tramite pietà e paura). Ma la Poetica è scritta quando ormai la grande stagione del V secolo è tramontata. Non dobbiamo dimenticare che la tragedia greca ha al suo centro ‘grandi temi’. I testi tragici animano il dibattito ateniese intorno a temi universali come giustizia, violenza, amicizia/inimicizia, persuasione, opportunismo, morale. Possiamo senz’altro considerare questo teatro come un teatro ‘politico’, quindi, cioè ‘relativo alla polis’: Atene esce sempre vittoriosa e positivamente rappresentata nei drammi che conosciamo. La tragedia ‘serve’ alla polis, è cioè utile a costruire e sostenere un processo identitario in cui la città si riconosce. Come mi è capitato di scrivere ne La tragedia greca, le relazioni di amicizia dentro e fuori la famiglia, i processi di coercizione o persuasione, i rapporti fra generazioni, i contrasti fra tendenze democratiche e assolutiste sono motivi di cui troviamo presenza cospicua nella tragedia attica. Per non parlare di temi come ricchezza e povertà, condizione della donna e degli schiavi, opposizione greco-barbaro e così via. Tali motivi si configurano anche come materiale di riflessione e nel contempo di conferma di un apparato ideologico da condividere, contestare o approvare. A volte, sullo sfondo di certi drammi, cogliamo anche la presenza della storia contemporanea, ma non sono dell’idea che il dramma attico sia uno ‘specchio fedele’ di quanto nel frattempo accadeva ad Atene. È piuttosto, come è stato scritto, uno ‘specchio infranto’, che trasmette fino a noi i lampi di vicende contemporanee e di un dibattito continuo nella città che ha fondato, inventato e sperimentato per prima la democrazia occidentale.

Quali sono stati i maggiori tragediografi greci e quali le loro opere?
I tre maggiori tragediografi sono anche quelli meglio rappresentati numericamente (abbiamo perso moltissimo): Eschilo, Sofocle ed Euripide; Euripide è il più giovane dei tre, ma di fatto Sofocle è un contemporaneo, e una parte della produzione sofoclea si ‘accavalla’ a quella di Eschilo nella prima metà del V secolo a.C. Eschilo appartenne a una famiglia aristocratica, e avrebbe attivamente partecipato alla guerra contro i Persiani. Dei suoi drammi ne conserviamo sette: Persiani, Sette a Tebe, Supplici, la trilogia (vale a dire tre tragedie fra loro tematicamente collegate) costituita da Agamennone, Coefore, Eumenidi (l’Orestea). Di attribuzione incerta è il Prometeo incatenato, secondo alcuni non ascrivibile a Eschilo. Sofocle apparteneva a una ricca famiglia di commercianti, e sette sono le tragedie che di lui si conservano. Dalla più antica alla più recente: Aiace, Trachinie, Antigone, Elettra, Edipo re, Filottete, Edipo a Colono. La biografia di Euripide è stata parzialmente ‘corrotta’ dalle antiche tradizioni su di lui, complice la produzione comica che ne ha fatto uno dei suoi bersagli preferiti. Era probabilmente di famiglia benestante, ma sono molti gli aneddoti (non verificabili) che lo vorrebbero di più umili origini. Le tragedie superstiti sono 17, ma ricordo qui solo le più famose: Medea, Alcesti, Ippolito, Ecuba, Eracle, Troiane, Elettra, Elena, Fenicie, Oreste, Baccanti… Già dai titoli notiamo la cospicua presenza di figure femminili, molte delle quali legate ai miti cari all’epos troiano (ma non solo).

Quali sono i temi più forti della tragedia greca?
Li abbiamo in linea generale già indicati prima, ma possiamo di nuovo sintetizzarli: i grandi temi delle tensioni politiche e dei principi che fondano il governo e il potere, i ‘drammi familiari’, il tema del destino dell’uomo e dell’inconoscibilità del volere divino. La presenza (specie in Euripide) di una ‘sorte’ incontrollabile che non sempre ha il volto degli dèi, il tema della giustizia e della giusta punizione dei colpevoli. E ancora: l’ereditarietà della colpa, l’impossibilità di prevedere il proprio futuro (e a volte, come nel caso di Edipo, anche il proprio passato), il ruolo della donna nella società e nella famiglia, il rapporto fra vincitori e vinti… Sono temi che non a caso hanno assunto una straordinaria centralità nel dibattito filosofico occidentale.

Quali tra le figure eroiche rappresentate sono le più significative?
Non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. In Eschilo assume un ruolo centrale la trilogia dell’Orestea, con la famiglia degli Atridi che mette in scena una storia di sangue e di vendette: Agamennone uccide la figlia, sua moglie Clitemestra lo elimina quando l’eroe rientra da Troia, e Oreste ed Elettra, complici, uccideranno la madre (per volere divino), costringendo Oreste a una fuga in preda agli spiriti vendicatori della donna, le Erinni. Una costruzione grandiosa, insuperata.

In Sofocle rimane centrale – anche perché più noto – il mito di Edipo, inconsapevolmente marito incestuoso della propria madre e assassino del padre; la figlia Antigone incarna l’idea stessa di un’opposizione strenua a un potere ottuso come quello dello zio Creonte. Ma il dibattito è aperto: stiamo dalla parte di Antigone o dalla parte di Creonte? Sono particolarmente affezionato alla ‘sezione finale’ del mito di Edipo, a quell’Edipo a Colono che porta in scena la morte di un eroe che ha molto patito e che alla fine ha acquisito anche una sua forma di saggezza. Nel mistero di una sparizione si realizza una ‘elezione’ da parte degli dèi, dopo che per tutta la vita Edipo era stato perseguitato da una sorte avversa.

Euripide mette spesso al centro figure femminili di grande potenza, a partire da Medea e da Fedra, la prima assassina dei propri figli e la seconda suicida per amore del giovane Ippolito, di cui è matrigna. Euripide, poi, tende a de-mitizzare i suoi personaggi: quando vediamo Eracle nell’omonimo dramma lasciare la scena afflitto, dopo aver ucciso moglie e figli in preda alla follia mandatagli dagli dèi, cogliamo anche la debolezza e l’umanità di un eroe che la tradizione greca ha sempre rappresentato come forte e invincibile.

Quale attualità mantiene oggi la tragedia greca?
La tragedia greca ‘fonda’ il teatro occidentale, e costituisce un punto di riferimento ineludibile per la nostra storia culturale. La vitalità dei miti, le riprese, le riscritture, sono tutti segni della sua attualità e pervasività. Il dramma attico continua a fornire materiale e temi per rivisitazioni anche moderne (dal dramma delle Troiane come vittime di guerra, al tema degli eroi sconfitti: si pensi ad Aiace di Sofocle, alla lotta ai poteri coercitivi: Antigone). E poi la tragedia tematizza le grandi domande che investono il nostro quotidiano: perché gli dèi, se ci sono, ci vogliono sofferenti? Qual è il destino a cui siamo chiamati? Quali tensioni maturano dentro un rapporto di coppia (si pensi a Medea)? Perché non prevale la giustizia sull’ingiustizia? La lista sarebbe lunghissima. E poi la tragedia greca mantiene un’attualità – mi si passi il gioco di parole – ‘eterna’: è uno straordinario esempio di costruzione letteraria. La qualità del testo poetico e della lingua, la complessità anche formale dei drammi (per non parlare dei personaggi) costituiscono una delle grandi ‘conquiste’ della produzione artistica dell’uomo, di ogni epoca e di ogni luogo.

Andrea Rodighiero insegna Lingua e Letteratura greca all’Università di Verona. Ha pubblicato Edipo a Colono di Sofocle (Marsilio). Del 2000 è La parola, la morte, l’eroe. Aspetti di poetica sofoclea (Imprimitur). Ha tradotto e commentato le Trachinie di Sofocle (Marsilio 2004). Del 2007 è Una serata a Colono. Fortuna del secondo Edipo (Ed. Fiorini), del 2012 Generi lirico-corali nella produzione drammatica di Sofocle (Narr) e del 2013 La tragedia greca (il Mulino); con F. Condello ha curato di «Un compito infinito». Testi classici e traduzioni d’autore nel Novecento italiano (BUP, 2015). Recente è una Letteratura greca per il Liceo: Con parole alate. Autori, testi e contesti della letteratura greca, Zanichelli 2020.

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