“La tiara deposta. La rinuncia al papato nella storia del diritto e della Chiesa” di Valerio Gigliotti

La tiara deposta. La rinuncia al papato nella storia del diritto e della Chiesa, Valerio GigliottiLa tiara deposta. La rinuncia al papato nella storia del diritto e della Chiesa
di Valerio Gigliotti
Olschki

«Il tema della rinuncia al papato, recentemente ritornato ad essere oggetto di interesse scientifico a seguito della renuntiatio di Benedetto XVI del 28 febbraio 2013, in realtà non risulta nuovo al vaglio della storiografia, giuridica e non, né per l’ampiezza delle ricerche condotte, né per l’interesse che continua a suscitare in settori culturali eterogenei; le problematiche che esso suscita, e che ne delineano l’intrinseco fascino, sono infatti molteplici e tali da coinvolgere una pluralità di discipline che spesso si integrano tra loro in una feconda sinergia. Tuttavia, si rischierebbe di perdere parte del valore di tale istituto se non lo si leggesse anche nella più ampia prospettiva ecclesiologica del rapporto tra rinuncia e ministero petrino di governo della Chiesa e delle relative prerogative giurisdizionali che esso partecipa. Tale impostazione, che legge nella renuntiatio un modo di esercizio – sia pure in forma privativa – della potestas papale, non può fare a meno di essere ricondotta, contestualmente, ad alcune considerazioni più generali sull’evoluzione giuridica di un dibattito che investì direttamente la definizione della plenitudo potestatis nella storia della Chiesa medievale, né di prescindere da un duplice ordine preliminare di considerazioni che illumina, a sua volta, due corrispondenti interrogativi: quali siano gli elementi che configurano l’ufficio che viene dismesso e quale la natura giuridica di tale dismissione. […]

Il primo obiettivo da perseguire consiste quindi essenzialmente nell’individuazione dell’articolato sostrato storico e culturale su cui si innestò il dibattito giuridico sulla renuntiatio papae […]. Si potranno così individuare quattro periodi storici nella genesi costitutiva dell’istituto, cui corrispondono quattro fasi di sviluppo della scienza canonistica sul tema, utili a collocare la questione nel corrispondente contesto giuridico-istituzionale di riferimento: una prima fase costitutivo-definitoria che si può delimitare, a livello cronologico, tra il 1180, anno presunto di compilazione di uno dei primi apparatus al Decretum di Graziano e il 13 dicembre 1294, data della rinuncia di papa Celestino V; una seconda fase sistematico-pubblicistica che dal 1294 si sviluppa intensamente tra la fine del XIII secolo e il 1378, anno di inizio dello Scisma d’Occidente ed una terza fase politico-funzionale che dal 1378 attraverserà lo scorcio del XIV e la prima metà del XV secolo, fino al 1449, anno della rinuncia dell’ultimo antipapa, Felice V e della conseguente conclusione del Piccolo Scisma d’Occidente. Una quarta fase, che abbiamo definito mistico-pastorale è quella inaugurata dalla rinuncia di Benedetto XVI il 28 febbraio 2013; questa nuova configurazione dell’istituto è attualmente al vaglio della riflessione canonistica, a cui il presente saggio si propone di fornire un minimo contributo.

Il primo momento di elaborazione teorica della questione appare caratterizzato da un timido accostamento della dottrina all’istituto della renuntiatio papae nella sua specificità di rinuncia al supremo ufficio di direzione della Chiesa: la questione che si inizia a porre riguarda la necessità di considerare le peculiarità di un casus che, su un piano eminentemente definitorio, veniva tradizionalmente concepito come estensione al vescovo di Roma della disciplina contenuta nelle fonti canonistiche per la rinuncia degli altri vescovi, di cui senza dubbio era attestato un maggior numero di casi storicamente accertabili, o ancora accostato all’istituto della depositio.

Nella seconda fase, con il verificarsi della rinuncia di Celestino V, la prospettiva viene traslata sul piano ecclesiologico del valore e della definizione del potere papale in ambito giuridico e pubblicistico, con la conseguenza che la questione assunse una duplice valenza di legittimità e di legittimazione: legittimità canonica degli istituti della renuntiatio e della depositio e legittimazione della plenitudo potestatis papale, la quale ultima ebbe modo di essere discussa e definita in forma concreta e rilevante per la prassi all’interno di un conflitto profondamente lacerante quale fu quello tra Bonifacio VIII e il sovrano francese Filippo il Bello. È in questo secondo momento che maggiormente viene illuminato l’apporto che l’università di Parigi fornì all’elaborazione teorica della rinuncia papale […].

La terza fase, che tuttavia per l’ampiezza di implicazioni meriterebbe una trattazione separata non esauribile in questo studio, è quella che, sebbene sorta in continuità con la precedente, rievoca, durante il periodo del conciliarismo, la problematica delle rinunce papali nella differente prospettiva della cosiddetta via cessionis per la soluzione dello Scisma d’Occidente: in questo contesto, lo sforzo definitorio di teologi e giuristi non è più diretto a colmare una lacuna normativa con l’elaborazione di nuove disposizioni legislative – che peraltro apparivano già piuttosto chiare e si davano ormai per acquisite – bensì orientato a valutare come l’opportunità e la liceità della renuntiatio di papi e antipapi investissero in quel contesto una dimensione più propriamente ‘politica’. In quest’epoca si assiste, infatti, al concreto utilizzo di tale istituto per la composizione di un conflitto epocale quale fu lo Scisma d’Occidente, che lacerò dall’interno la cristianità […].

L’ultima fase, che definiamo mistico-pastorale è stata inaugurata dalla rinuncia di papa Benedetto XVI il 28 febbraio 2013 a distanza di quasi sei secoli dall’ultima rinuncia papale effettiva. L’ampiezza dell’arco cronologico parentetico in cui l’istituto della renuntiatio è rimasto quiescente nella riflessione canonistica e teologica ha comprensibilmente mutato i termini di un dibattito che, prima affidato alla sedimentazione storica, attinge ora alla contemporaneità. L’eterogeneità profonda del contesto culturale, ecclesiale e giuridico (si pensi soltanto alla sostituzione del sistema di fonti del Corpus iuris canonici con la codificazione del 1917 riformata nel 1983) ha influito profondamente su una ridefinizione dell’istituto che oggi, con il gesto di Joseph Ratzinger, ritorna ad imprimere una svolta nell’ecclesiologia […]. L’istituzione, per la prima volta nella storia della Chiesa, della figura del ‘romano pontefice emerito’ che assume un nuovo ruolo «per il bene della Chiesa» non più con gli attributi giurisdizionali e potestativi del sommo pontefice, vicario di Cristo, ma con il carisma silenzioso del pellegrino e del pastore al servizio del popolo di Dio, apre la via ad una dimensione di inedita ministerialità per il papa che ha rinunciato […].»

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